giovedì 30 settembre 2010

I colori del tempo

384_00004d5eb55530477ac7e4451970ea87Sento di non essere connesso al mondo. Anche questa notte ho dormito male: le ore serali mi regalano mal di testa, fiacca e freddo. Ho sperato la mia temperatura salisse in modo da cacciare via tutto, ma niente. E così passo l’intera notte sotto un paio di coperte, senza febbre ma irrigidito nel corpo e così mi sveglio pieno di reumatismi. Ma chi se ne può importare della mia condizione: queste sono perfette scemenze a fronte di situazioni di una certa gravità. Immaginando mio zio intubato a 900 chilometri di distanza e mia zia fuori da ogni senno, tutto appare innocuo, inutile. Quando hai timore che durante la notte possa arrivare una telefonata, ti accorgi di come, il tempo e le sue fasi si tingono dei più diversi colori e abbracciano le più diverse emozioni. L’arrivo della stagione fredda mi rende piacevole il momento della sera, il graduale avvicinamento al tanto agognato riposo, soprattutto mentale. Mi piace “dipingere” questa fase di un intenso color marrone. Casa  mia è un casino: il telefono squilla come all’ufficio prenotazioni di un qualsiasi ospedale, il tono delle voci è sempre alto, altissimo. C’è un rumore di fondo perenne che non riesce a spezzare nemmeno il sacro momento della cena. La televisione in quel frangente parla, parla, parla , dice anche un sacco di cose interessanti ma nessuno, davvero nessuno riesce ad ascoltarla; un inutile spreco di energia. Ma cosa avremo poi da dirci noi quattro? Beh, niente che non abbiamo detto la sera precedente, niente che non riguardi l’ansia, le preoccupazioni, i problemi di tutti i giorni. Questa è la fase gialla, un giallo accecante. Ci sono dunque momenti di irreale silenzio, che per altro non si riescono a “vivere” perché appartengono al mondo della notte, e dei sogni. E allora ben venga la sera, ben venga soprattutto la notte. Non mi importa di non essere pienamente cosciente del mio momento di serenità, l’importante è che arrivi. E il buio della notte è di un nero lucido. Negli ultimi tempi, per i motivi sopra esposti quel nero ha perso un po’ del suo smalto, fino ad opacizzarsi. Sto piano piano riaprendo la piccola valigia di ricordi silenziosi accumulati durante le mie uscite in bicicletta. Chiudo gli occhi e mi soffermo su quei precisi istanti in cui riuscivo a respirare solo pace. E’ l’azzurro più azzurro. E vado avanti, in attesa di momenti migliori e di altre sfumature.

mercoledì 29 settembre 2010

Nell’angolino

La parola d’ordine è: calma e gesso. Facile a dirsi ma qui, a casa, la tensione sta salendo. Conosco perfettamente questi momenti, i segnali sono sempre gli stessi, e raramente mi trovo impreparato ad affrontare il tutto. Aver imparato a gestire l’ansia mi ha portato incredibili vantaggi, tanto da venirmi quasi naturale adeguarmi alle situazioni come un liquido all’interno del suo recipiente. Non è la febbriciattola ed il senso di spossatezza, tanto meno il rumore assordante del martello pneumatico dei vicini; stanno arrivando notizie non molto rassicuranti sulla salute di alcuni cari che vivono in Puglia. Il carico emozionale grava quasi interamente su mia madre ma non per il fatto che noi altri ce ne freghiamo; semplicemente lei, ha difficoltà a gestire la situazione. Agisce d’istinto, chiama ogni giorno, passa ore al telefono nella speranza di trasmettere conforto e assistenza. Il fine è ammirevole, direi naturale. Ora, in questi esatti momenti io ho il bisogno di partecipare, ma senza dare contributi emotivi eccessivi. Riesco a farlo naturalmente ma non perché sia diventato un perfetto egoista, si tratta di aver imparato a non annullarmi totalmente. Non posso dimenticare che tra circa venti giorni avrò l’ennesimo orale da superare, ancora un nuovo banco di prova, un orale il cui superamento ha un valore esponenziale nell’economia della mia autostima, del senso del dovere e del futuro lavorativo. Tutto, o quasi viene al momento opportuno. Sembra strano a dirsi, ma, appare più che una coincidenza il fatto di dover sempre prepararsi ad un evento importante in un clima che nel frattempo si è infettato. Posso con orgoglio dire di aver fatto passi avanti: tempo addietro, simili situazioni mi avrebbero sicuramente portato all’esasperazione, per poi scaricare colpe ed altro su chi mi stava intorno. Riesco, e mi piace affermarlo, a mettermi nel mio angolino, ad essere, nonostante tutto, in equilibrio. La giornata è piena, e talvolta sembra di aver fatto tanto senza concludere alcunchè. Ma quando mi corico, e godo di un momento di pace prima del sonno, faccio un breve sunto del mio giorno: ho fatto tutto il possibile, mi dico. La felicità è, a volte, scoprire di aver imparato a vivere o almeno, di provarci.

martedì 28 settembre 2010

Milano, parte seconda

Ci sono luoghi a Milano che a molti appariranno del tutto privi di significato: la Fiera di Senigallia, il Teatro Nazionale, Via Elba, la fermata Wagner della metropolitana. Passano gli anni, cambiano gli attori, non lo scenario. E’ così che, da quella lontana estate del 1983 Milano è diventata volente o nolente, un abituale luogo di incontro, il capolinea delle mie fughe. Ancora fino a qualche anno fa, in un momento di profonda crisi sul piano relazionale e sociale, Milano mi è venuta in soccorso regalandomi nuove amicizie, nuovi stimoli. Fuggo continuamente dalla mia realtà, lo faccio per tantissimi motivi e il fato ha voluto che sia Milano il luogo ove riesco a ritrovare la mia dimensione, il mio sempre traballante equilibrio. Sarebbe ingiusto attribuire semplicemente ad un posto ogni merito, probabilmente il caso ha voluto che  fosse sempre quello ma, sono gli attori a fare, ora, la differenza. E’ davvero triste giungere alla conclusione che, il luogo in cui sei nato e cresciuto in fondo non ti ha dato nulla, soprattutto sul piano emozionale. Io ho pochissimi amici qui, e quei pochi sono amici d’infanzia. Con il tempo le vite prendono percorsi diversi ma, quando capita che ci si incontra, a lamentarsi, sono sempre e solo io. Fuggo, fuggo sempre. Ma fuggo verso qualcosa che mi faccia sentire il più possibile me stesso, senza dover per forza giustificare comportamenti, e stati d’animo. Mi rendo conto che Milano, Torino, o qualsiasi altro luogo non cambierebbero la vita a nessuno; a farlo sono sempre e solo le persone. Ora, sono istintivamente portato ad esaltare Milano perché da lì sono passate alcune delle mie più belle vicende di vita, poi, si potrebbe dire di tutto e di più. Non è certo il clima, a rendermi così sereno, non è certo lo smog. Una combinazione di persone, di luoghi, di sentimenti veri. Questo è probabilmente a rendere unici i rapporti; un gioco , un intreccio di fattori che rendono tutto, inevitabilmente più bello. Arrivare in treno a Milano da Alessandria è un’avventura che consiglio a pochi di affrontare. Nonostante siano passati più di vent’anni dalla prima volta che ci andai, Milano sembra dunque sempre molto lontana da raggiungere. Affezionarmi ad un luogo mi riesce difficile, Milano è riuscita nell’impresa. Grazie, un grande grazie a chi, ha fatto e continua a fare la differenza.

lunedì 27 settembre 2010

Milano, parte prima

Milano_08La prima volta che vidi Milano avevo all’incirca 15 anni. Ad alimentare il nostro immaginario e la curiosità di ammirarla dal vivo, i racconti di Stefania e Fabrice. Ogni anno, lasciavano la metropoli per trascorrere l’intera estate qui, ad Alessandria. La villa dei nonni presso la quale soggiornavano si trovava al centro del nostro quartier generale, per intenderci, il crogiuolo di vie del quartiere, teatro delle nostre scorribande. Appena venuti a conoscenza del loro imminente arrivo, noi ragazzini di provincia, cominciavamo ad immaginare cosa ci avrebbero raccontato, cosa, di quel luogo dove tutto sembrava enorme e diverso, ci avrebbe fatto spalancare ancora gli occhi. E così arrivava il giorno tanto atteso: all’imbocco della “nostra” via ( i cui marciapiedi nel frattempo erano stati trasformati in campi da calcio o tennis) la Lancia Thema bordeaux annunciava l’arrivo dei marziani. I Milanesi erano “scesi” in provincia. Quell’estate avevamo deciso fosse arrivato il momento; dovevamo vedere Milano, dovevamo dare un senso a quei racconti. E, vincendo la resistenza dei rispettivi genitori, partimmo. I ricordi sono vaghi, Stefania e Fabrice a farci da guida, e ad un certo punto ecco, proprio sul lato della grande piazza, quel luogo che più e più volte ci era stato descritto come un luogo di ritrovo unico: la paninoteca, il Burghy. Trovarci là, sentirsi uniti, provare tutti le stesse emozioni e quelle sensazioni fino ad allora solo immaginate, non aveva prezzo. Che ci importava ormai del Duomo che stava proprio là di fronte, che ci poteva importare di quella grande stazione che a vederla pareva di un altro pianeta. Per noi, ingenui ragazzini dei primi anni 80, il senso di libertà che quella giornata ci regalo’ fu insuperabile. Milano fece da teatro a questa grande uscita in un’estate che ricordo anche e soprattutto per questo momento.

giovedì 23 settembre 2010

Ne ho piene le rotonde

Frank Blackmore: chi era costui? Ho condotto una piccola ricerca sul web alla scoperta dell’inventore delle fantomatiche rotonde che ormai hanno quasi del tutto soppiantato i vecchi semafori. E ci sono riuscito: il buon Frank, ossessionato dai semafori e morto a 92 anni nel 2008, è considerato una sorta di eroe in Inghilterra per aver introdotto quella che è stata definita una vera e propria rivoluzione nel campo del traffico automobilistico, le rotonde appunto. Meno incidenti, stop a snervanti code, abbassamento del livello di stress. Ma figuriamoci. Io, personalmente a questo signor Frank Blackmore non rendo merito alcuno e mi sento un nostalgico dei cari vecchi semafori. E lo dice uno cui l’auto ( guidarla ) genera disgusto, il traffico e la mancanza di rispetto da parte degli automobilisti, un senso di nausea. E sebbene io non sia amante neppure della fila, all’ufficio postale come al semaforo, mi faccio promotore del ritorno e della salvaguardia dei mitici verde, giallo e rosso. E’ dimostrato che la percentuale più alta di incidenti stradali avviene all’interno delle città; le cause sono più o meno sempre le solite: disattenzione, alta velocità, e via dicendo. La discriminante è nel soggetto che guida, spesso imbranato, al cellulare, impegnato a pensare ad altro. Ora, abbiamo apportato e stiamo apportando al codice della strada continue, innumerevoli modifiche allo scopo se non altro di incutere timore attraverso l’aggravamento della pena. Se teniamo conto che da che mondo è mondo, la minaccia della sanzione non contribuisce a diminuire il numero dei reati, se consideriamo inoltre che nel momento in cui si mette alla guida un soggetto può potenzialmente provocare o subire un danno da incidente stradale, mi chiedo: che beneficio portano le rotonde? Contribuiscono a diminuire la velocità? Ok: ma avete notato come quasi nessuno ha capito come la rotonda deve essere gestita? C’è qualcuno che riesce ad imboccare una rotonda godendo della precedenza di chi dovrebbe concederla? E allora? Si, me la sono presa con le rotonde. Provate ad attraversare il circa 25 chilometri della strada statale che da Alessandria conducono a Serravalle: siamo dunque al di fuori di un centro abitato; beh, godrete del piacere di roteare su voi stessi per più e più volte prima di giungere alla meta. Non pranzate prima, potreste pentirvene. E non eviterete ingorghi. Oggi ne ho proprio piene le rotonde. E forse anche voi di leggermi; dovrò assentarmi per qualche giorno, torno Martedì. E’ una minaccia.

mercoledì 22 settembre 2010

Cento di questi post

Ieri ho pubblicato il mio centesimo articolo a quattro mesi dall’inizio di questa avventura: nasce spontanea qualche piccola riflessione. Una cara amica ieri mi ha posto un quesito molto interessante; mi ha chiesto se, il fatto di aprire il mio “io” ad un indefinito numero di persone sia motivato dalla positiva considerazione che ho del mondo che mi circonda ovvero dall’assenza in me del timore di essere giudicato. Propendo per la seconda tesi; a causa di una serie di esperienze piuttosto frustranti e mortificanti sono giunto ad una conclusione: il mondo che mi circonda è questo e non lo posso cambiare, non ho neanche molta voglia io di adattarmi al mondo e alle sue follie. Del mondo però ora non temo neppure il giudizio e questo, a mio parere, è un passo avanti nel percorso che porta ad accrescere la propria autostima. Se avessi voluto ricercare attraverso questo blog qualche non ben definita conferma avrei sbagliato in partenza, avrei snaturato lo spirito, l’essenza stessa del blog che, a mio modesto parere, è quella di un veicolo per comunicare e solleticare confronti. Probabilmente, se avessi inoltre puntato ad un successo in termini di “followers”, mi sarebbe stato facile cambiare l’impostazione dei miei scritti, rendendola meno intimistica, più “popolare”, e quindi di più facile lettura. Peccato che non ami la politica e non riesca a trarre spunti di discussione nemmeno da fatti più o meno noti del nostro quotidiano. Il timore è quello di finire con l’essere scontato, o di parte, non riuscirei sostanzialmente a sentirmi a mio agio. Parlare della mia interiorità mi riesce semplice perché da tempo immemore ho imparato a guardarmi dentro senza fermarmi alla semplice osservazione. Ho bisogno di esternare, di lasciare un segno, un piccolo appunto. Chi legge con costanza i miei scritti dimostra dunque grande attenzione ai particolari, notevole propensione al confronto e mi complimento con tutti coloro che, così facendo dimostrano un’invidiabile pazienza. Tuttavia, e questo è il rovescio della medaglia, la quotidianità spesso risulta monotona e anche il proprio animo finisce con l’adattarvisi. Ne consegue che le parole e le riflessioni finiscono con il diventare anch’esse piuttosto simili le une alle altre. Ho più volte pensato, e penso mi capiterà, di alternare articoli d’impronta intimistica ad altri più leggeri; ciò dipenderà però non da un’impostazione stabilita, ma da come mi sentirò nell’esatto momento in cui mi appresto a scrivere. Un’ultima considerazione: credo sia nella natura umana affezionarsi ed entusiasmarsi verso tutto ciò che rappresenta il nuovo, il diverso dal solito. Ed è altrettanto umano, stancarsene facilmente. Siamo, credo, portati a ridurre notevolmente i tempi necessari a formare l’abitudine; al giorno d’oggi basta poco a stancarsi di una persona, di un amore, figuriamoci della lettura dei pensieri di uno sconosciuto. Io, intanto, proseguo.

martedì 21 settembre 2010

Autunno

autunno_20tristeBenvenuto, autunno. Alla fine ce l’hai fatta, in un battito di ciglia sei ritornato. Ti accolgo non certo a braccia aperte ma mi auguro tu voglia essere dolce e rendere il “passaggio”, sopportabile: guai a te se avrai il coraggio e la prepotenza di rovinarmi le giornate con le tue inutili foschie mattutine, con il grigiore perenne del cielo a farmi da soffitto, con la nebbia e l’umidità a penetrarmi nelle ossa. Avrai pur qualcosa di buono con te da offrirmi, no? Penso che, come sempre dovrò accontentarmi della gioia che mi regalerai quando , chiudendo le finestre per il primo freddo, non verrò più infastidito dai vicini rumorosi abituati a far festa sui balconi del cortile di fronte. E godrò dello stesso piacere quando, davanti a questo schermo, il  calore proveniente dal mio hard-disk sarà scambiato per tepore. Sarà bello ritrovarmi coperto sino al collo al caldo del mio letto con il mio libro preferito tra le mani; finirai dunque con il rendermi più orso, più intimo di quanto io non riesca già ad essere. Scaverai più facilmente nei miei ricordi, mi scoprirai incredibilmente malinconico ma non mi toglierai il gusto di apprezzare il calore umano, quello che solo la famiglia e le pochissime persone importanti della mia vita sanno regalare. E così tu , autunno, portatore sano di torpore e dispensatore di ineguagliabili momenti di pausa e riflessione, sarai anche apprezzato per questo. Non ti dedico molte righe come vedi, tendo ad essere più sintetico che mai, e te ne rendo il merito. Solo tu, e quell’altro amico che tra poco prenderà il tuo posto avete questa innegabile qualità: curate la mia cronica logorrea.

lunedì 20 settembre 2010

Signor Latino

logo-latino Tempo fa ho dedicato un articolo al mio ex professore d’Italiano dell’Istituto Magistrale da me frequentato. Lo ringraziavo ironicamente per avermi fatto disamorare della Lingua Italiana a causa delle sue valutazioni sui miei scritti, facendomi giocoforza avvicinare con passione a quella Latina. Non credo però si fosse trattato di un atteggiamento di ripicca da parte mia. Ricordo infatti che studiare Latino era un po’ come andare in bicicletta: se si facevano proprie sin da subito regole e tecniche di traduzione il resto arrivava da sé, in caso contrario probabilmente si finiva per non impararlo mai. E a me Latino comunque piaceva, tanto che nei due anni successivi al Diploma mi dilettai ad insegnarne le basi ad un paio di studenti che frequentavano lo stesso istituto. Ora capita che, ovunque mi rechi in visita presso luoghi, località e siti di interesse artistico ed archeologico, sia  istintivamente portato a soffermarmi sulle innumerevoli iscrizioni e citazioni latine che hanno quasi sempre un significato celebrativo o descrittivo. Ci perdo molto tempo, mi incanto al loro cospetto nel tentativo ( assai arduo ) di ricavarne una traduzione. Capisco e mi rendo conto quanto tempo sia passato dalla mia ultima versione, quanto avrei da rivedere e ristudiare al proposito, ma riesco ancora ad esserne attratto. Ieri, passeggiando tra le bancarelle di una fiera, ne ho trovata una che vendeva oggetti vari in ceramica e, non ho potuto fare a meno di notarne uno sul quale era incisa la locuzione latina “Per aspera ad astra”. E come non ritrovarmi in quell’espressione che sottolinea con vigore quanto la fatica e le avversità che la vita ci pone davanti siano poi il mezzo per giungere alla cima, fino a vedere le stelle. Locuzioni come questa e come altre, apparentemente ovvie, nascondono significati di grande spessore considerando il tempo, e il momento in cui, quei grandi scrittori poeti e filosofi “operavano”. Le facciamo ormai nostre, spesso le menzioniamo senza saperne il significato profondo. Chissà se qualche studente del Liceo o dell’Istituto Magistrale “passerà” per questo articolo: sicuramente mi segnalerà come uno dei pochi sostenitori di questa lingua. E’ vero, all’atto pratico dello studio, potrebbe apparire una inutile perdita di tempo: merito di qualche illustre professore renderla accattivante come essa in realtà è. Beh, così preso dal Latino, spero di non aver distrutto in poche righe la sintassi Italiana.

domenica 19 settembre 2010

Invidia

Non fosse altro per evitare di iniziare a pensare e turbarmi ulteriormente, ieri sera ho deciso di uscire andando in pizzeria. La compagnia è sempre la solita, anche i luoghi di ritrovo finiscono con l’essere sempre gli stessi. Non ho motivazioni ad uscire, e la discriminante non è il luogo, ma l’insipidezza di chi mi sta intorno; amo stare a tavola, lo trovo un modo davvero coinvolgente per rendere una serata, quasi speciale. Tutto il contrario di ciò che è successo ieri: giunti in pizzeria ci è stato assegnato un piccolo tavolo posizionato al centro di due grandi tavolate ove si stava festeggiando un compleanno. Tantissimi giovani, grande frastuono. Mi stavo infastidendo ma non erano i ragazzi a rendermi indisponente quanto il fatto di vedere loro e poi, girando lo sguardo, osservare i miei conviviali. Da qui, il confronto, inevitabile. Tante le considerazioni che si sviluppavano nella mia mente mentre si rafforzava in me l’idea che io lì non avrei dovuto starci. Montava l’invidia. Ah… brutto, forse il peggiore dei sentimenti. Guardavo loro, festanti, gioiosi, spensierati e mi sentivo sempre più vecchio. A farmi sentire così sempre loro, i miei compagni di tavolo. A quei giovani gaudenti non poteva fregare di meno di noi ma sicuramente se qualcuno di loro ci avesse osservato per bene avrebbe pensato: “ Mamma che vecchi quelli!”. Ma io non mi sento così, eh no! Eppure il detto dice: “Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei!”, giusto? Che dire, le considerazioni e le conclusioni che nascono da questo breve racconto sono tante e tutte ovvie. Per uno come me che si è completamente calato nella realtà dei suoi 40 anni abbondanti, accettandoli con spirito, è stato difficile d’un botto rivolersi sentire ventenne, ritrovare la bellissima superficialità di quei momenti a tavola, l’allegria di una pizzata. E’ come se, mettendo così vicini quel grande tavolone e quel minuscolo tavolino da tre si fosse voluto infilare il coltello nella piaga. Tornato a casa, ho provato a chiedermi il perché di quell’uscita, il perché di una vita sociale così asfittica; avevo voglia di prendere sonno e ho evitato di trastullarmi mentalmente. Stamane avevo lo stomaco pesante: colpa dell’invidia o del calzone farcito? Non lo so, ma, appena ho visto il sole, sono uscito, e avevo già dimenticato tutto. La compagnia degli ultimi cieli blu estivi mi ha reso un ventenne, anche solo per poco!

sabato 18 settembre 2010

Spengo l’interruttore

johncaswellIl momento tanto atteso probabilmente è arrivato. Da tempo andavo cercando uno stato emotivo tale che mi permettesse di riuscire ad essere indifferente a molte cose. C’è un’età ( e probabilmente è la mia ) in cui comincia ad affiorare la sensazione di aver vissuto tutte o quasi le situazioni emotive possibili. Mi riferisco in particolar modo ai rapporti umani, da quelli di amicizia a quelli sentimentali. Si ha come la consapevolezza di aver  conosciuto ogni genere di soggetto, di aver esaurito le possibili tipologie di personalità, di avere dunque accatastato una serie di standard comportamentali per affrontare i quali si ha sempre a disposizione una soluzione. E questo rimedio non ha niente più a che vedere con le incazzature, le prese di posizione, i pianti, ma, all’opposto è costituito da una fredda razionalità, da una sottile indifferenza. Uniamo dunque ad una sempre e crescente conoscenza di noi stessi, una pressochè perfetta visione dell’altro. Che succede arrivati a questo punto? Si avverte una strana pace dei sensi che per certi versi incute un po’ di timore. Non siamo macchine, lo so; ma, gradatamente possiamo diventarlo e all’occorrenza possiamo accendere e spegnere l’interruttore emotivo. A dirla tutta mi manca già un po’ di quella impulsività, di quel fragore, di quella rabbia scagliata su chi erroneamente pensavo fosse A ed invece si è rivelato B. Mi manca quella voglia di farmi sentire, di apparire a volte contraddittorio nelle mie affermazioni e negazioni continue. E’ nella mia indole, non rimango impassibile quasi a nulla ma quando ci vuole, ci vuole. Mi si potrà dire che finchè sono in terra e finche rimarrò un animale sociale non mi si potrà evitare di gioire come di soffrire, dovrò dunque provare qualcosa. Eppure, quel che sento ora mi calza così bene, perché mi rendo conto che i tempi delle mie reazioni si sono tremendamente allungati fino a scavalcare quel momento animalesco che è nella reazione istintiva per conoscere invece un’insolita serenità. E’ uno stato di piacevole superiorità, di presunzione, a cui mi sto lasciando andare. Ma come si può non capire, come non si può nascondere quello che ormai è davanti agli occhi di tutti. Ma quanto menefreghismo aleggia su di noi, quante maschere si indossano per piacere o per piacersi. Decido di salire in alto, guardando tutti da un punto di vista privilegiato: da lì mi paiono uguali, tanti piccoli puntini dalla vita insulsa. E piantatela di parlare di amicizia, di amore, di psicanalizzare il prossimo. Ecco, avevo deciso di essere razionale e ci sono cascato ancora: qualcuno riesce sempre a farmi arrabbiare.

venerdì 17 settembre 2010

Avevo un gatto nero

gatto con ferro di cavallo 1Il titolo di questo articolo non inganni. Non ho mai avuto gatti, tantomeno neri. Amo questi animali, invidio la loro più grande dote: sono liberi, ma non solo di muoversi, sono liberi di vivere come meglio credono, senza dover per forza legarsi a qualcuno o dipendere da esso. Più di ogni altro, il gatto è l’animale che meglio incarna il mio ideale di personalità. Ho tratto spunto da  una piacevole vecchia canzoncina per introdurre l’argomento di oggi, la superstizione. Provengo da una famiglia meridionale e come molti meridionali, i miei genitori ( mia madre in primis ), hanno trasmesso a me e mia sorella oltre ad un’ottima educazione, parecchi insegnamenti (!!) al riguardo. Sono stato  poco ricettivo in questo senso, non ho assimilato alcuno dei dettami e delle regole del saper vivere secondo superstizione. Un gatto nero? Passare sotto una scala? Rovesciare il sale? Cose che esistono, che capitano, tutto qui. L’opinione pubblica penso tenda ad associare le credenze popolari ad un background di sostanziale ignoranza. Non ci credo; si vuole far rivivere il dialetto perché espressione massima della cultura popolare? Bene. Si vuole condannare la superstizione o dare dell’ignorante a chi, si porta un cornetto rosso in borsa? E perché mai? Non è anche tutto ciò espressione della cultura popolare? A me ad esempio, piace ricavare numeri dai sogni per giocare un ambo al Lotto ma non per questo mi sento stupido. Come sempre la linea di confine tra ciò che è semplice espressione della cultura di un popolo e stupidità, è piuttosto sottile. Non giustifico chi, ad esempio, in nome di qualche fantomatica iettatura finisce con il mettersi nelle mani di sapienti imbonitori pronti a succhiare loro quel poco di sangue di cui dispongono. Non giustifico chi strumentalizza il “credo” per finalità di lucro. Il denaro, non ha nulla a che vedere con quella simpatica abitudine di associare ad un evento, anche il più stupido, un significato. Liberi di pensarlo, liberi di fantasticarci sopra. Oggi è Venerdì 17. Se qualcuno conosce tattiche, trucchi e sistemi vari per esorcizzare questa data, lasci un commento! Ci faremo due risate..

giovedì 16 settembre 2010

Gli esami non finiscono mai

Libro-1Provo un senso di grande nostalgia nel leggere gli articoli di alcuni amici blogger che frequentano l’Università. Anch’io sono stato Universitario, ho vissuto le emozioni che ogni esame nel bene o nel male regalava: le farfalle nello stomaco, l’ansia della prestazione, l’ineguagliabile senso di leggerezza quando il professore si accingeva a firmare il libretto. Tutto è sempre sembrato normale, la paura, il timore costante di non farcela. Succede però che ad un certo punto del cammino qualcosa si bloccò e, improvvisamente, quello che fino a prima rappresentava la normalità divenne impossibile. Cominciai, forse anche per una serie di situazioni contingenti, a sentirmi sempre meno pronto ad affrontare un esame. D’un tratto la data dell’appello acquistava ( nei giorni immediatamente precedenti ) un tetro significato: sembrava cioè dovessi apprestarmi ad affrontare il patibolo. La paura portava insicurezza e l’insicurezza ancora maggiore paura. Come era possibile che una persona la quale aveva sostenuto venti esami con successo, d’improvviso cominciasse a sentirsi incapace di affrontarne altri? Prese dunque il via quella fase di stallo in cui cerchi di capire dove sta il problema; e spesso, se la mente non è lucida giungi alla conclusione sbagliata, ovvero: “Non sono più in grado”. Ad errori di valutazione seguirono ulteriori prese di coscienza errate; io e l’Università finimmo con il diventare anacronistici. “Che ci sto a fare io lì? “ “Non ho più l’età ormai”. La precarietà lavorativa che tutto questo ha prodotto mi ha portato a vivere momenti di grande difficoltà. Tensioni familiari, momenti di sconforto ai quali però non ho mai permesso di sconfiggermi. Piangersi addosso, stare immobili in attesa che qualcosa cambi, è la soluzione peggiore possibile. Quando ho intrapreso la strada dei Concorsi pubblici, ho riscoperto (nonostante si sappia quanto è difficile raggiungere l’obiettivo ) il gusto di rimettermi in gioco. Studiare, soprattutto riconoscermi ancora in possesso di dialettica e nozioni costituisce una piacevole scoperta. Ritrovarmi ora, (nonostante la costante precarietà), lì, presente in molte graduatorie, riscoprirmi capace di superare il timore della prova, in poche parole, riscoprirmi capace, restituisce quel senso di rispetto e di autostima che ritenevo ormai perduto. Gli esami dunque, non finiscono mai. Spesso mi chiedo quando avrò il piacere di leggere qualcosa per puro diletto che non sia perciò finalizzato all’apprendimento. E chissà che un giorno io non mi ritrovi in quell’aula universitaria esclamando a testa alta: “Ce l’ho fatta”. A tutti i miei amici blogger Universitari, auguro il meglio.

mercoledì 15 settembre 2010

Mens sana in corpore sano

Oggi ho ripreso a frequentare le palestra e si tratta del mio decimo anno di iscrizione. A pensarci sorrido perché fino ad una decina di anni fa appunto, quello era nel mio immaginario, il luogo di perdizione per eccellenza. Gente "montata", puzza sotto il naso, persone che badano solo all’apparenza. Io, con il mio corpo avevo un pessimo rapporto. Pesavo non più di sessantatrè chili per centoottantadue centimetri di altezza, una sorta di spaghetto scotto. Il caso volle che in un periodo della mia vita da dimenticare mi si parò avanti un ex compagno di scuola delle superiori che non vedevo da secoli. E caso volle inoltre che Luca ( questo il suo nome ) gestisse al tempo un bar annesso ad una palestra. Mi invitò ad andarlo a trovare, e mi fece conoscere l’ambiente della palestra, istruttori e tutta la combriccola. Prese sicuramente una percentuale sul nuovo cliente, in quanto io decisi di iscrivermi. Timidamente cominciai a provare le macchine e mi si disse subito che, il peggior nemico per chi frequenta un locale di quel tipo era ( ed è ) la pigrizia. Ci presi gusto. Non tanto nel vedere con gli anni il mio corpo migliorare, quanto per il beneficio che avevo a livello mentale dopo un paio di ore di fatica per due “turni” a settimana. Continuo probabilmente a non piacermi ma mi piace l’idea di prendermi cura di me, e non solo del mio corpo. Negli anni quel luogo è diventato per me una specie di ritrovo nel quale scambiare due chiacchiere ridendo magari delle fatiche e del fiato che comincia a farsi sentire. Luca è scomparso come tante persone che sono piombate nella mia vita d’improvviso e d’improvviso se ne sono andate. Quel bar, nell’arco di dieci anni, ha cambiato circa sei o sette gestori. Io sono sempre là, e devo ringraziare ancora una volta il caso se oggi mi voglio po’ più bene. Sono pienamente consapevole di quanto l’aspetto esteriore conti poco o nulla, ma l’esercizio fisico è, a mio parere, esercizio per la mente. Non sono più un ragazzino, ci provo, e continuerò a provarci.

martedì 14 settembre 2010

Passioni

Scrivere, fotografare, studiare l’Inglese: passioni. Ho più volte evidenziato quella che è, a mio modesto parere , la differenza tra scrivere per sé e farlo reciprocamente. Sono uno di quelli che le amicizie di penna le ha coltivate sin dall’adolescenza e ancor oggi, nonostante l’età che avanza, gli impegni, le realtà che cambiano, continua a coltivarle. Si restringe la cerchia degli amici, e diventa qualitativamente migliore. C’è nella corrispondenza il timore che una lettera dai contenuti troppo intimi e profondi a lungo andare rappresenti una zavorra per il lettore, un fardello al quale dover far fronte per poter tenere in vita un rapporto. So che non è sempre così; chi abbandona il campo solitamente, a lungo andare non può considerarsi un amico. Attraverso questo blog riscopro il piacere di scrivere per me. I contenuti non sono differenti da quelli di una comune lettera ma riscopro il piacere di non appesantire il lettore che, in questi casi è libero di scegliere se soffermarsi oppure no. C’è, non si può nascondere, una sorta di malcelata ricerca di conferme; il piacere di essere letti, scoprire che ciò che scrivi non passa inosservato, rappresentano tuttavia uno stimolo maggiore a proseguire. Che dire della fotografia. Mi piace immortalare, un po’ meno farmi immortalare. Non si direbbe, visto che spesso mi faccio fotografare, ma tratti comuni ad ogni fotografia ove sono presente sono un paio di occhiali scuri e un’espressione corrucciata. Non amo ridere nelle foto ( mi si forma un’espressione idiota sul volto ), non capisco perché nascondo lo sguardo, ma i miei autoritratti sono noiosi e tutti uguali. Ben più interessanti gli scorci, i paesaggi, gli interni delle Chiese, i cieli azzurri; una passione la mia, nata anni fa poi sopita e ritrovata grazie all’età e alla voglia di viaggiare con senno e attenzione per i particolari, non più per il solo gusto di farlo. Ho studiato l’Inglese fino al Diploma. Poi, il buio. Un’enciclopedia a fascicoli e dvd oltre ad un paio di amicizie epistolari mi stanno aiutando non poco a migliorare, nonostante il tempo sia poco e le passioni spesso debbano lasciare il passo ai doveri. Il tempo fa spesso la differenza concedendoci il lusso di scoprire qualità e talenti anche in età avanzata. Questione di senno, questione di maturità e di passione, ovviamente. Continuate ad alimentare le vostre passioni, amici lettori, sono il sale della vita. Ah, non ho menzionato la mia fedele due ruote: era sottinteso.

lunedì 13 settembre 2010

Primo giorno di scuola

scuolamPrimo Ottobre 1974, ovvero il mio primo giorno di scuola. I miei ricordi, neanche tanto sbiaditi, sono legati ad immagini di quel giorno che ho ben impresse nella mente. Il mio pianto, su tutte. Mia madre con rassegnazione dovette rinunciare a farmi frequentare la scuola materna, proprio non ne volevo sapere, ero capriccioso e lagnoso. Volevo stare con la mamma, tutto qui. Quel pianto si manifestò inevitabilmente in quel fatidico giorno: ancora prive dell’autonomia che oggi viene loro riconosciuta, le regioni manco si sognavano di poter decidere come e quando far iniziare la scuola. Noi, scolaretti in divisa, il primo Ottobre dovevano presentarci ai ranghi di partenza. Ricordo il Maggiolino Volkswagen blu di mio padre: chi ne avesse mai avuto uno ha sicuramente idea di quanto fosse difficile avere la perfetta visuale della strada, considerato il cofano anteriore bombato. Riesco solo ad immaginare come potevo apparire io all’interno di quell’auto: sicuramente in quel breve tragitto di strada che mi portava alla scuola avrò pensato  qualcosa. Non so cosa, ma forse un briciolo di sensazione che le cose stessero cambiando, aleggiava. La cartella verde: era rigida, rigidissima e con un grande pulsante per la chiusura. Lo stemma azzurro con il numero uno in caratteri romani sul grembiule nero dal colletto bianco. La maestra Giuseppina aveva una chioma biondo chiaro cotonata ed un’espressione rassicurante e materna sul viso. Penso avesse all’incirca l’età che ho io adesso. Ricordo perfettamente il mio sussidiario con tante illustrazioni, l’astuccio in tinta con la cartella che si apriva a quaderno e le matite colorate disposte per tonalità. Quel Maggiolino blu mi ha accompagnato fino alla quinta elementare quando ormai quella ingenuità dei primi giorni era diventata un flebile ricordo. Che dire, si potrebbe scrivere di tutto su come e quanto le generazioni di studenti, maestre e professori siano cambiate. Dio, mi sembra di recitare la parte del nonno, perché ai miei occhi e a mio modo di vedere tanto è cambiato e tutto repentinamente. Del resto, si tratta solo di un paio di generazioni fa. Non voglio togliere nulla ai bimbi di oggi, le loro emozioni sono le stesse, la loro è ancora un’età in cui tutto deve essere scoperto. Lo faranno, purtroppo, con troppa fretta; ma le paure, le emozioni , non conoscono il passare del tempo. Buon primo giorno di scuola a tutti i bimbi.

domenica 12 settembre 2010

L’eccezione

Accendere il computer, controllare la posta, farsi gli affari altrui su Facebook: tutti gesti entrati ormai nell’ordinario, appuntamenti cui non è più possibile mancare, nemmeno quando si è lontani da casa, oppure in vacanza. E’ domenica, ti alzi e dici : “ Ora accendo il pc un attimo” e poi, è gia’ ora di pranzo.. senza chiederti cosa ti sei perso nel frattempo. ”Capita invece che, una domenica mattina, al risveglio, io veda filtrare il sole tra le tapparelle e sia preso da un istinto insolito. Mi alzo e, anziché aprire Windows, decido di aprire una finestra reale sul mondo. Guardo fuori, il cielo è terso, e la temperatura ideale. L’estate sta finendo, quante saranno ancora quelle Domeniche mattina in cui potrai indossare t-shirt e calzoncini ed uscire? E’ presto, sono le dieci del mattino e respiro, respiro alla grande. Da quanto tempo non facevo due chiacchiere con l’amico che vende i giornali in piazza? Da quanto tempo non mi leggevo un quotidiano seduto sulla panchina dei giardini? Attraverso il centro : c’è uno strano silenzio e mi chiedo se quella massa di nevrotici che solitamente strombazza e bestemmia alla guida della propria auto stia dormendo oppure abbia approfittato per andarsene fuori dalle scatole per l’ultimo weekend estivo. La domanda non trova risposta e proseguo: toh, ecco che incontro un amico che non vedevo da tempo e si comincia a chiacchierare. Incredibile, ci stiamo guardando negli occhi! Non abbiamo bisogno di scambiarci messaggi su Facebook per comunicare, del resto abitiamo nella stessa città, giusto? Bella questa cosa! Riprendo poi la strada di casa; abito in una piccola città ( che fa di tutto – senza riuscirvi – per sentirsi grande ), impiego poco tempo per tornare. Giusto il tempo per riflettere e rendermi conto di aver fatto un’eccezione, oggi. Ecco cosa ci si perde talvolta, qualche piccolo gesto, qualche semplice momento di vita: lo avevo dimenticato. Ho acceso il computer, dovevo farlo per buttare giù queste righe. Ora scappo. Oggi mi sento di fare un’eccezione.

sabato 11 settembre 2010

Il viaggio perfetto

Alla fine è filato tutto liscio come l’olio. Le paure che aleggiavano nei giorni precedenti la partenza per Firenze si sono per fortuna rivelate infondate. Sapevo che “in loco” avrei dovuto gestire un certo tipo di situazione che già in precedenza mi aveva creato problemi, ma niente per fortuna è andato storto. Il merito, me lo riconosco, è stato anche mio. Mi ero promesso e ripromesso di gettarmi ogni cosa alle spalle una volta giunto sul posto, sapevo inoltre che si sarebbe trattato di un’operazione non semplice ma, le cose, con mio estremo piacere, sono andate bene. Che emozione però, ritornare in Toscana dopo quasi cinque anni e a Firenze dopo addirittura otto. Mi piace notare che ogni qualvolta mi reco in un luogo visitato qualche tempo prima, ho come la sensazione di non aver visto nulla la volta precedente. O meglio di averlo fatto con scarsa consapevolezza. Man mano che passano gli anni il viaggio, soprattutto quando si tratta di una città d’arte, risulta sempre più, giudizioso. Più attenzione ai particolari, maggior spirito critico, voglia di imparare e conservare. Così è stato per Firenze, e così sarà probabilmente per altri luoghi di cui conservo uno sbiadito ricordo e che vorrei rivedere quanto prima. Ma la Toscana, più di ogni altro luogo ha fatto rivivere ricordi mai sopiti, frammenti di un passato neanche troppo lontano ritornato prepotentemente alla memoria. I luoghi sono sempre gli stessi, cambiano i compagni di avventura, ma non muta lo spirito e l’ineguagliabile benessere che si prova quando si condivide qualcosa con qualcuno; sia essa un ristorante, un museo, semplicemente un caffè al tavolo di un bar. Amo viaggiare per questo motivo: tutto ciò che accade in un posto diverso da quello che si è troppo abituati a vivere acquista un valore esponenziale in termini di emozioni e sentimenti. Mi auguro sempre di avere compagni di avventura speciali, perché è solo attraverso la vera condivisione di un luogo, la comunione di interessi, e la reciproca passione per la conoscenza che si ha la precisa sensazione di vivere il “viaggio perfetto.”

venerdì 10 settembre 2010

La Chiesa di Dante

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D
ici Firenze, dici Dante. Ho deciso di visitare la sua casa nel cuore del centro storico; mi era già capitato di far visita presso altre illustri dimore quali quella del Leopardi a Recanati rimanendo piuttosto deluso. Molte di queste abitazioni ora sono veri e propri musei più che testimonianze concrete della vita di colui che le ha abitate. Anche la casa di Dante non fa eccezione; molte illustrazioni, un bel plastico della città ai tempi del Vate, tre manifesti che riproducono ciascuno per intero, i capitoli della Divina Commedia, altre  notizie sulle famiglie d’origine del poeta e della moglie, Gemma Donati. Appena usciti dalla casa ( la visita non riesce a durare più di una mezzora ), per puro caso mi imbatto in una piccola chiesetta: fuori, una targa con su scritto: “Chiesa di Santa Margherita, detta Chiesa di Dante”. Si tratta di un bellissimo gioiello datato anno mille (più o meno) al cui interno si possono ammirare la tomba di Beatrice Portinari, quella della nutrice, e un paio di dipinti raffiguranti momenti della vita del poeta. Nella sua essenzialità, questo luogo ti rapisce. La visita è accompagnata da un meraviglioso ( e non sto esagerando ) sottofondo musicale che, almeno per quanto mi riguarda, ha reso piuttosto difficile lasciare quel luogo. Sto parlando di una versione strumentale di “Fratello Sole, Sorella Luna”; l’atmosfera è dunque pervasa da un non so che di mistico che riesce a catapultarti indietro di secoli. Questo è ciò che è accaduto a me: sono davvero pochi i luoghi in cui entri ed esci come se ti sentissi l’anima depurata. Non appena al di fuori della Chiesa, giusto giusto confinante con essa, appare agli occhi del visitatore un minuscolo locale con affisso all’entrata il seguente cartello: “trippa toscana, lampredotto…” ed altre prelibatezze. Non appena mi si para davanti, decido di proseguire per non disperdere la carica di energia accumulata durante la visita. Se vi capita di andare a Firenze, visitate questa Chiesa: non rimarrete delusi.
Ecco qui sotto, per il piacere delle vostre orecchie, il brano di sottofondo che vi accompagnerà nella visita alla Chiesa di Dante.



video


giovedì 9 settembre 2010

La mia valigia

Il primo maglione del mattino, la foschia all’orizzonte, il ritorno di quei noiosi programmi Tv: tutte inequivocabili testimonianze dell’estate che ci abbandona. In questo esatto periodo dell’anno, in barba al grigiore e ai cieli plumbei, rifiorisce la mia fantasia. Mi sento idealista, il mio pensiero compie un unico, lunghissimo balzo in avanti immaginando ciò che sarà quando tutto sarà finito, quando anche questo ennesimo lungo inverno ci lascerà le penne. Tra poco, quando comincerò ad apprezzare il gusto di rannicchiarmi al caldo di casa, quando persino questo computer finirà con l’emanare un piacevole tepore, aprirò la mia valigia. E, vi ritroverò tutto ciò che pazientemente ho riposto, in termini di esperienza, lungo questo tragitto di tre mesi. Torneranno le immagini, le sensazioni ad esse legate, tornerà la voglia di pensare che tutto prima o poi tornerà, a breve. Sarà questo a rendere tutto più lieve e sopportabile. Nascere in estate sicuramente costituisce una semplice coincidenza, i nostri genitori di certo non scelgono con cura e dovizia di farci venire al mondo in un determinato periodo dell’anno. Non nego tuttavia che mi incuriosisce il fatto di essere nato in un periodo in cui luce e calore la fanno da padroni. Anche la mia fedele compagna sta per tornare definitivamente in letargo: tanti, tantissimi i chilometri macinati lungo le strade della piatta campagna Alessandrina. A lei, alla mia due ruote, va il merito di avermi regalato e di regalarmi sempre un punto di vista privilegiato su ciò che mi circonda e su cui spesso non si ha tempo di poggiare lo sguardo. E’ vero, il calendario dice che mancano dodici giorni alla fine dell’estate: ma esiste qualcuno che non si è ancora rassegnato all’idea che se ne sia già andata da un pezzo? Chi come me, non riesce a far propri i concetti di freddo, nebbia, neve, e buio, capirà. La valigia è ormai quasi piena: la riserva è grande ma dovrò necessariamente dosare il contenuto per poter gestire i momenti critici. Il mio è un letargo più fisico che mentale; dovrei dunque risultare alquanto produttivo e spero non manchi mai l’ispirazione necessaria a mantenere in vita questo blog.

mercoledì 8 settembre 2010

Indigestione

Firenze-Siena_01E’ stata una vera e propria indigestione. Di arte, innanzitutto; i tesori di Firenze sono raccolti in un ambito spaziale assai più ristretto ( per ovvi motivi ) rispetto a Roma. L’arte a Firenze più che nella capitale ( e mi duole dirlo ) si paga: e si paga, caramente. Molti siti sono a pagamento, a volte si è costretti a fare più biglietti per la visita ad un unico complesso ( Santa Maria Novella, ad esempio, prevede due diversi tickets rispettivamente per Chiesa e Chiostro). Non lo trovo giusto. Per la prima volta ( da adulto consapevole ) ho visitato la Galleria degli Uffizi e, inutile dirlo, ne sono rimasto estasiato. Peccato per quei quattro euro di prenotazione ( comunque consigliata ) in aggiunta al prezzo, ridicolo, se si tiene conto che là dentro, la sola Venere e la Primavera del Botticelli valgono il biglietto. Sarò ripetitivo e magari pure venale, ma i dieci euro per l’ingresso al Giardino di Boboli ( carino  anch’esso ) lasciano perplessi. Di indigestione si è trattato anche per ciò che concerne il cibo: le osterie e i ristoranti tipici sono numerosissimi, pressochè le une attaccate agli altri. Il mio occhio clinico ( sono ironico..) non mi ha, neppure questa volta, evitato la solita "bufala"; è stato invece grazie al provvidenziale consiglio di un amico se ho potuto testare uno di quei luoghi dove si mangia bene in un clima cordiale e simpatico. Il quartiere è quello di San Frediano ed è qui, che dopo ben cinque anni ho riprovato l’estasi della “Fiorentina”, accompagnata da un rosso della casa che si è fatto ( e non poco ) sentire sulle gambe. Una benedetta quanto inaspettata indigestione di sole e cieli blu ha fatto invece da cornice a questi giorni di grande e costante camminamento. La cornice ideale per passeggiate e fotografie all’interno di un museo a cielo aperto quale è il capoluogo toscano. Ho voluto concedermi, a conclusione del periodo di soggiorno, una visita alla bellissima città di Siena: la Piazza del Campo, nota a livello mondiale perché qui si corre il Palio, è solo uno dei tanti tesori. San Domenico, il Santuario-Casa di Santa Caterina, il Duomo, meritano tutti una visita. Per uno come me, totalmente privo del dono della sintesi, raccontare questi giorni concentrando tutto in un unico articolo rappresenta un’impresa ardua. Tante, ovviamente, le emozioni e le sensazioni legate al mio ritorno in terra Toscana. Saranno magari oggetto di qualche articolo a venire: ciò che un viaggio lascia negli occhi e nel cuore del visitatore è fonte inesauribile di ispirazione.

mercoledì 1 settembre 2010

Si parte

trolley-melissaE’ tutto pronto. Il mio piccolo trolley blu fa sempre fatica a tenere tutto dentro ma la colpa è solo e soltanto mia. Ogni volta che si va via ( sempre più raramente purtroppo ) all’interno di quella scatolina da 50cm per 35 provo a farci stare l’impossibile. Paradossalmente anche quando ci si muove per pochi giorni c’è sempre qualcosa a cui non puoi rinunciare. A farla, la valigia, impiego tempo; non mi piace fare le cose all’ultimo momento così, qualche giorno prima, lui, il trolley, fa il suo ingresso trionfale in stanza. Lo apro e poi, di tanto in tanto ci metto qualcosa. Chissà perché poi, quando la valigia ti tocca rifarla per tornare a casa, non riesci a farci stare più nulla. Beh, preparativi a parte, qui si deve parlare un po’ di emozioni legate alla partenza, non nello specifico, ma in generale. Lo confesso, nonostante tutto l’amore che provo per Firenze e la Toscana, quando l’anno scorso in questo periodo stavo facendo i bagagli per Roma, avevo un altro tipo di sensazioni.  Non vedo Firenze da circa 8 anni, ancor più che Roma forse. Ma si sa, la capitale lascia annichiliti per quanto essa è in grado di offrire. Firenze mi piace perché conserva una miriade di tesori all’interno di uno spazio che io amo definire più “intimo”, più godibile. E allora sono sicuro che giunto là, e solo in quel momento sarò pervaso dalla sua bellezza. Ho dunque optato per la seconda più bella ( secondo la mia modesta opinione ) città d’arte Italiana dopo Roma. Se Dio vorrà, se le finanze lo permetteranno, ho un desiderio che mi piacerebbe realizzare ed è tornare a visitare una capitale Europea. Piccolissimo particolare: ho esaurito quelle raggiungibili via terra e anche i sassi ormai conoscono la mia fobia per il volo. Solo la voglia sfrenata di conoscere potrebbe spingermi a prendere il coraggio a due mani. Non ne parlo ora, si vedrà; io, non pongo limiti. Guardare oltre in questo momento non è opportuno. Ora, voglio isolarmi completamente dai problemi, voglio pensare a compartimenti stagni, almeno per i prossimi cinque giorni. Quando torno, se ne riparlerà. So bene, amici, che una settimana ( o quasi ) in assenza delle mie turbe (ehm…dei miei articoli..) vi regalerà un piacevole sollievo. Tornerò, e considerando che con l’autunno mi vanno in letargo le forze fisiche ma non quelle mentali, tornerò più produttivo che mai. Lo so, è una minaccia. Alla prossima settimana, pazienti lettori.

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