o non posso ricordare quante persone hanno incrociato il mio cammino. Quante ne ho amate, baciate, abbracciate. A quante poi ho detto “ti amo” od un semplice “ti voglio bene”. Non ricordo quante ho volte ho mentito nel farlo, quante ho tradito. Si fa fatica a capire gli altri, a giustificarli o a perdonarli perché si dimentica in fretta chi si è stati. Probabilmente è vero il proverbio per cui chi semina vento raccoglie tempesta. Ma vi pare normale mettersi qui a fare quadrare i conti, ad un passo dal mezzo secolo di vita? Quello che voglio dire stasera è che ho avuto la fortuna/sfortuna di conoscere moltissime persone come quasi tutti nella vita. Non guardatemi ora, non sono sempre stato un eremita, un asociale, un musone, critico cinico e vendicativo. Sono stato quello che il tempo e le condizioni richiedevano, senza mai perdere la mia vena riflessiva ed analitica. E a prescindere dal numero delle persone che hanno “fatto” il mio passato, io ora sono solo. Qui ed ora. Perché? Non voglio più parlare della solitudine stupida, cioè dell'assenza fisica di qualcuno. Lo trovo poco costruttivo e inutile allo scopo. Parlo invece di quella interiore che rende alieni, incompresi, che fa piangere come bambini. E attenzione, non solo quando si è soli al buio di una stanza. Bisognerebbe capire che l'alienazione non è solo una condizione connessa ad un certo tipo di personalità ma è anche ( e soprattutto ) frutto dell'interazione. Più provi o ti trovi costretto ad interagire più ti scopri diverso. Unico, direi. Ecco dunque il discorso della quantità: ma possibile che nella moltitudine di persone che ho incrociato sul mio cammino ho sempre avuto la sensazione di non riconoscermi, di non trovare la perfetta empatia, la totale condivisione? Vedete, faccio questo discorso non al fine di trovare ostinatamente una soluzione. Parlo da uomo che si sta accettando pur volendo ancora capire qualcosa. Non so, faccio un altro esempio: è possibile che si sia perso il gusto di insultarsi? Di mandarsi a fare in culo in modo schietto, magari sbattendo violentemente la cornetta del telefono? Ah a dire il vero la cornetta non esiste più... Dicevo, perché non si ammette di essere diversi, di accettare l'incompatibilità e si preferisce vivere nel limbo dell'indifferenza? E alla fine stiamo tutti bene, tutti lì beatamente soli credendo di essere circondati da tanti bei cuori e tanti begli occhi pieni d'amore. Balle. Siamo diventati tutti conigli, questo è.
Enzo....e dintorni
Pensieri, racconti, stranezze, contorcimenti..
venerdì 24 maggio 2013
giovedì 23 maggio 2013
Una mano lava l’altra
on posso ignorare il fatto che è il lavoro ad essere in cima ai miei pensieri. Non potrebbe essere diversamente dal momento che occupa dodici ore al giorno della mia vita . Sono una macchina da guerra perché per me lavorare significa innanzitutto, esorcizzare. Arrivo in ufficio con il sorriso sulle labbra, esco con lo stesso identico fare scanzonato. Mai maschera fu più azzeccata per sopravvivere alla triste quotidianità delle otto ore da trascorrere con perfetti estranei. Sono una macchina da guerra perché nel lavoro dò tutto me stesso in termini di impegno e disponibilità; conosciamo bene ciò che tutto questo comporta a livello psicologico, ma è materia ormai vecchia. Sono una macchina da guerra quando nonostante tutto mi ritrovo a scrivere qualcosa di me e di queste giornate in fotocopia. In fondo, è l’unico vero momento di libertà e sincerità espressiva. Si potrebbe dire che è tutta energia sprecata, che il lavoro non vale tanta dedizione fisica e mentale; si dirà invece che per quanto mi riguarda, aver trovato un lavoro è significato aver rinunciato a vivere. Il processo di accettazione è in fieri. Non mi resta che pensare, che fare giri immensi ed acrobazie usando le parole scritte. Se non corressi il rischio di passare per matto, parlerei pure da solo, quando ne ho bisogno. Oggi faceva caldo. Che poi la cosa ti fa incazzare sapendo che domani saranno di nuovo nuvole. Non sono riuscito a salire sul treno e ho preso posto sulla panchina del binario baciata dal sole. Ho chiuso un po’ gli occhi: pensavo che ho fatto la mia parte in questi ultimi due mesi. Ho ristabilito un certo equilibrio interiore e ho fatto qualche progresso nel proporre un’immagine di me accettabile, non dal punto di vista estetico, questo è ovvio. Tutto naturale. Mi piace parlare di spontaneità dei gesti, delle azioni, delle reazioni agli stimoli. Mi piace perché mi sono finalmente liberato non delle maschere, ma dei periodi di calma apparente, quelli che preannunciavano le eruzioni distruttive. Ora mi sento piacevolmente pervaso da un senso di serena rassegnazione. Me ne accorgo quando, al termine di una telefonata sarei tentato di dire cose che, non dico. Sarei tentato dal cercare ancora e sempre un appiglio, una conferma, uno scoglio al quale aggrapparmi. No, l’appiglio sono io, l’ancora sono io; ovunque andrò, che si tratti di un viaggio oppure semplicemente delle solite escursioni interiori. Guardare con i miei occhi e non con quelli degli altri. Il passo è fondamentale.
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mercoledì 22 maggio 2013
Giochi di società
on c’è primavera, non c’è aria tiepida, non c’è sole. Nulla sa di Maggio nell’aria e quel che più manca sono i primi caldi raggi sul viso stanco, mentre il 6.47 prosegue il suo viaggio verso Torino. E’ il festival delle occasioni perse, niente è come dovrebbe essere, là fuori; persino la nebbia ad un certo punto pare chiudere le trasmissioni sul mondo oltre il finestrino lercio. Il mio occhio non si chiude mai a cercare il sonno, piuttosto prova ad abbandonarsi allo sguardo in lontananza per immortalare seppur impercettibili, pensieri positivi. E se la risoluzione non sarà delle migliori, ben vengano le considerazioni concrete, efficaci, piene di sostanza. Il cielo di questo Maggio è un bel casino, ma non sarà così per sempre. Guardo attraverso il mio personale finestrino e rivedo dentro me quel cielo, irritante, desideroso di liberarsi di un contesto che non è il suo. Che ci sto a fare, pieno di nuvole quando dovrei risplendere di azzurro? Che ci sto a fare, costantemente incazzato, quando dovrei propormi in tutta la mia solarità, la mia voglia di vivere? Me lo chiedo sempre, non sempre so rispondere ma sento di essere un po’ come questo strano cielo. Vedrete che prima o poi si libererà del suo peso fatto di grigio ed anch’io lo farò. Sento di avere raggiunto la massima naturalezza possibile nel rapporto con gli altri. Ora sono io e solo io. Non c’è forzatura, impegno, non c’è pregiudizio, neppure aspettativa. Ci sono io con i miei soliti problemi, le mie solite giornate fatte di lavoro, le incazzature, le lamentele. Cambia il modo di cercare gli altri: non è più un grido di aiuto, la pretesa di ascoltarmi, l’arroganza di condividere il mio stato. Sto già camminando da solo, sto già iniziando un nuovo percorso fatto di una solitudine diversa, produttiva, costruttiva, vantaggiosa. Ce n’è voluta, ma ce l’ho fatta. Ho dovuto persino prendere parte al grande “gioco del silenzio”. Non lo conoscete? Per parteciparvi basta essere iscritti ad un social network, scegliere qualche persona a caso cui confidare tutto o quasi della propria vita dopodiché vince chi nel minor tempo possibile riesce a dissolversi senza pronunciare parola. Anch’io mi sono dissolto per qualcuno, anch’io ho fatto del silenzio, l’uso che più si addice al mondo virtuale. Sono le ultime delusioni ad aver aperto autostrade che mi stanno portando dritto dritto verso il pieno controllo delle emozioni, verso la giusta accettazione dell’incapacità umana di giocarsela con il dialogo. E nell’indifferenza io trovo pace.
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martedì 21 maggio 2013
Apparenze
’ dura far credere di essere una roccia. E’ dura dover confortare, compatire, accettare, annuire quando dentro sei vetro e basta un niente a romperti. Eppure tutto questo è e continua ad essere Enzo. Enzo non dice di no salvo poi sedersi sui sedili blu del regionale fermo al binario e…. rimuginare sulle sue manchevolezze. Enzo non sa esimersi dal provare dispiacere, pena per chi sta attraversando un periodo anche peggiore del suo, salvo poi chiudere la comunicazione e pensare che anche lui merita un “come stai”. Enzo non sta bene, Enzo non è una roccia, questi sono dati di fatto. Enzo sta rimpiangendo le fredde mattine d’inverno quando, ignaro dei passanti, percorreva la strada verso il lavoro pensando a cosa stesse cercando, quale fosse il suo vero obiettivo. Dove fosse il senso. Quella era follia, ma mai come allora Enzo si è sentito padrone delle proprie capacità. Porsi un obiettivo, per quanto assurdo agli occhi degli altri, è pur sempre un segno di vita. Ora è tutto un “mi dispiace”, “che si può dire”. Enzo è bravo a parlare di sé, non ha difficoltà alcuna nel cercare tutte le possibili strade per arrivare a dire qualcosa, purché si parli di lui. Enzo non è egocentrico, vanitoso, presuntuoso come si crede; Enzo ha bisogno di dimenticare, di chiudere la porta ed aprire il portone. Non è il tempo che rende nervosi, depressi, bizzosi. Non è il bisogno di luce che ci fa sentire un po’ tutti strani. Qui c’è una vera e propria sceneggiatura creata ad arte per far girare le palle costringendomi ad essere roccia. Sento che si sta pericolosamente avvicinando il solito “bum!”. Siamo a pochi giorni dal contatto, il vaso è nuovamente colmo e la malcelata indifferenza verso il mondo sta per essere pietosamente smascherata. Cosa accadrà? Probabilmente tornerò a spingere giù il solito mattone esistenziale senza poi riuscire ad impedire che fuoriesca dalla bocca. E allora saranno le solite accuse, il solito vittimismo, il solito odio integralista. Tantissimi anni fa ( almeno venti ) un vecchio amico di penna riconobbe già nell’Enzo ventenne un caso degno di studio. “Enzo, ho l’impressione che i tuoi periodi depressivi siano destinati a tornare con la stessa facilità con cui se ne vanno”. La storia si ripete e nella storia si ripetono altre piccole storie, come cerchi concentrici. Riportando qui tutto questo, forse non faccio altro che aggravare la situazione. Devo pur dirlo a qualcuno, e sapendo di essere il solo ad ascoltarmi qui, lo faccio con tutta la sincerità possibile.
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lunedì 20 maggio 2013
A mente fresca
tanotte ho dormito profondamente ma è tutto un trucco. Ancora psicologicamente turbato dalla notte di Sabato, ho indotto il sonno con una magica pastiglietta. Conta l’obiettivo ed io stamane ero riposato, quasi fresco. A trarne beneficio il mio rendimento lavorativo e, in modo particolare, l’approccio con l’ambiente, da tempo ormai difficile da sostenere. Insomma, il fine ha giustificato il mezzo. E stasera, rientrato a casa ho subito abbracciato il tempo, gli ho dato una bella pacca sulle spalle e gli ho promesso un trattamento speciale. Devo liberarmi degli schemi mentali in generale, ma quello del tempo è indubbiamente il più limitante. Pensare che la mia vita sia sotto il controllo di un infallibile cronometrista è in parte da folli, ma credetemi non è facile liberarsi delle gabbie che ci costruiamo intorno. Il tempo è poco ma alla faccia della primavera mancata e dell’estate sempre più lontana, so già che finirò per allontanarmi dall’impegno del web. Devo confessare che spesso limito le ore a mia disposizione per le piccole cose, proprio a causa di Internet. Sono ancora troppo schiavo del sistema, penso sempre possa essere un elemento indispensabile nella quotidianità. Si dovrebbe fare una necessaria distinzione: il web da un lato e le persone che ne fanno parte dall’altro; mi riferisco a quelle che dalla rete sono piombate nella mia vita. Allontanarsi dal mezzo non dovrebbe significare allontanarsi anche da loro. Non ho mai fatto mistero del mio pensiero al riguardo. Quel mondo è tutt’uno con chi ne fa parte dunque, accantonato lui, ne accantono il contenuto. Sbagliato vero? Si, certo. Ed ecco, nel cuore di questo articolo, emergere la mia natura di uomo insensibile, così mostruosamente diverso da quello fragile e bisognoso che talvolta fa capolino. Oggi mi sono trovato a dispensare parole di conforto. Mio Dio, non ne sono capace. Non riesco a dire le solite ovvietà di circostanza legate ad un evento triste; con estrema facilità mi avvicino e mi allontano. Ci sono persone capaci di frullarmi in testa in modo ossessivo per un periodo salvo poi essere dimenticate. Sapete? Io ho paura dei numeri, sono negato in matematica. Ma nonostante tutto sono un perfetto ragioniere; nella misura in cui mi sono avvicinato a qualcuno (ed ho ottenuto un lento distacco) così io ripago con la stessa moneta. Dire che non c’è volontarietà non è credibile. Accettare il fatto di essere imperfetto, umanamente possibile.
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domenica 19 maggio 2013
Il viaggio
alma Enzo. Ci vuole tutta la calma e la pazienza del mondo quando la notte, l'unico momento in cui perdi finalmente coscienza di ciò che sei, ti volta le spalle. Non è colpa sua, semplicemente di un mondo di merda, fatto di arroganza, maleducazione e discriminazione. Pazienza. Andiamo avanti, alla luce di questo sole di una Domenica mattina che mi trova, nonostante tre ore scarse di sonno, vigile quel tanto che basta a stendere le solite trentacinque righe. Dalla posizione fetale a quella gambe larghe a pancia in su per finire seduto con le spalle appoggiate alla testiera del letto. Il terrore di guardare l'ora mentre là fuori era baldoria. La mia notte porta i soliti pensieri, torna pure la paura di qualcosa che voglio, desidero, che prima o poi dovrò attuare. Scelte. Se dovessi rappresentare graficamente il momento della decisione non ricorrerei alla solita strada che ad un certo punto incontra una biforcazione. Troverei più aderente alla mia persona un punto ( Io ) dal quale partono infinite rette corrispondenti ad altrettanti possibili soggetti o conseguenze. Vedete? Perdo completamente il controllo su me stesso, le mie volontà, i miei interessi e considero solo l'altro e ciò che la mia scelta potrà causargli. Dunque non scelgo. Ci si può voler male a tal punto? Oppure si è solo empatici? Ad un certo punto, a pancia in su sono arrivati i pensieri belli: il viaggio. Cosa rappresenta ora per me? Potrebbe partire da qui la definitiva soluzione al problema delle relazioni e al dilemma della condivisione. Mi sono reso conto che il non considerare l'altro ( quando questi è inattendibile e inaffidabile ) libera di non pochi pesi e regala una nuova sensazione di libertà. Ti senti capace di esserci, di vivere senza dover aspettare, senza dover necessariamente condividere. Non ho mai amato questo verbo semplicemente perché non credo che i momenti belli siano più belli se vissuti con due cuori e guardati con quattro occhi. La mia è solo dipendenza, come quella del feto dalla placenta da cui naturalmente dovrà staccarsi. Il ruolo di mamma, non dimentichiamolo. E' con l'occhio dell'uomo maturo che scrivo di quanto sia stato ed è, importante; e di come ora sono io a non volermene staccare più di tanto. Quando Morfeo stava finalmente per abbracciarmi ho pensato che potrei davvero essere felice, amandomi. Devo partire, il viaggio non sarà solo una metafora per alzarmi in volo, sarà fisico e mentale verso la totale riconsiderazione di me stesso.
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sabato 18 maggio 2013
Messaggi in bottiglia
volte leggo messaggi subliminali e ho l'arroganza di pensare che io ne sia il destinatario. E allora penso alla persona che li ha inviati e alla sua speranza ( spesso vana ) che vengano carpiti ed interpretati. La mia è solo un'ipotesi e l'arroganza lascia subito spazio all'umiltà; dunque faccio finta di niente. C'è pure un'altra considerazione da fare: un messaggio buttato là, dove centinaia di persone vi si possono riconoscere è un messaggio sprecato. Per chi non avesse capito sto facendo ciò che più mi viene naturale fare: autocritica. E poi mi preme dire ancora un'altra cosa: ho imparato che il messaggio subliminale è un gesto codardo perché porca puttana, non ci vuole nulla a tentare di capire, se proprio tieni a qualcuno. Ora realizzo l'inutilità dell'azione abbozzata, della pietra lanciata e della mano poi nascosta. Il mondo di oggi si ferma alle considerazioni, alle valutazioni, talvolta ai giudizi e poi, si ferma. La reale intenzione muore prima ancora di nascere.Scrivo questo articolo a distanza di una notte dal precedente e ci si aspetterebbe la solita litania in fotocopia; invece mi basta dare un'occhiata in giro per trovare sempre uno spunto più che valido. E' proprio nell'agire altrui che spesso rivedo la mia immagine riflessa, soprattutto quella di uomo senza grigi, solo bianco oppure nero. Pendolo tra esasperata timidezza e animalesca istintività, tra parole tanto lucide ed altre sporche di rabbia. Io sono fermamente convinto che la maggior parte delle amicizie siano ad uno stato di stallo, quasi sempre per colpa dell'atteggiamento omissivo di chi è in gioco. Lo faccio io, anzi no aspetto che lo faccia tu. E così mettiamo in soffitta storie mai nate per dare ingiustamente spazio a quelle più facili da vivere, perché meno impegnative. E poi ci chiediamo perché non funziona nulla, perché i valori non esistono. Non capisco dove sto andando a parare, come sempre quando penso di scrivere qualcosa e poi mi perdo. Rimango però sempre aderente alla realtà di tutti i giorni, ringrazio chi mi dà inconsciamente spunti di riflessione. E se il messaggio subliminale non mi riguardava beh, meglio. Per intanto non ho fatto ciò che si dovrebbe fare, cioè dire al mittente ciò che penso. Da buon coniglio lo faccio qui, dove mi è permesso generalizzare. Ma quando riconosci in qualcuno una buona parte di te stesso non vorresti che la sua mente, i suoi occhi, le sue parole si disperdessero nell'aria. Non è facile. Mi piacerebbe capire di più ma, in fondo siamo tutti un po' sospesi, tutti un po' incompiuti, tutti meravigliosamente imperfetti.
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