mercoledì 4 dicembre 2013

Senza tatto

S

tanotte ho fatto un sogno. Lo ricordo molto bene e non mi stupisco di ciò dal momento che ero protagonista principale della vicenda e la sentivo mia come fosse vera. Piangevo a dirotto e inevitabilmente cercavo aiuto ottenendo per tutta risposta assenza oppure indifferenza. Ero triste all’idea che qualcosa nella mia vita sarebbe cambiato, non ricordo se attenesse al lavoro oppure alla sfera privata. Il fatto è che avvertivo realmente lo scoramento, il disagio, la sofferenza. Di colpo ho alzato la testa cercando le cifre rosse del display della mia sveglia: segnavano le 5 e 36. Mi sono portato il sogno in bagno, mentre facevo colazione, quando intirizzito percorrevo il viale della stazione. E poi in treno. Il subconscio non ha modi, né tatto. Bussa, anzi scardina le porte della vergogna, del timore, della paura vera e propria. Ti viene a trovare e poi ti spiattella tutto lì, sotto forma di immagini. Da mesi porto con me una reale paura di perdere qualcuno che inevitabilmente si accompagna al terrore di dovere, prima o poi, veder cambiato un certo percorso che al momento sembra sicuro. Non posso permettermi certe debolezze a quest’età. Ma sapete, forse sono già preparato. Lo stesso accade sul lavoro: la prospettiva di un cambio radicale mi terrorizza. Io non so camminare sulle mie gambe, questo è. La fase è contraddittoria: riesco ad essere assolutamente superficiale, anche simpatico ma ho momenti di grande riflessione interna che non estrinseco in modo ripetitivo. In altri momenti ho fatto l’esatto contrario: mi sentivo sereno ma esternavo pensieri e riflessioni pesanti. Non mi capisco ma la cosa non mi meraviglia più di tanto. Sono alla disperata ricerca di una soluzione: a cosa devo pensare per scacciare certi fantasmi? Forse magari E. potrebbe aiutarmi. Sto valutando di tornare a trovarla, sono sicuro riuscirebbe a rimettere un po’ in sesto questa macchina traballante. Continuo a sentirmi una roccia, fisicamente mi sento bene, sul lavoro dò il massimo. Poi c’è il resto, questa testa fragile prigioniera della solitudine. Ci pensavo ieri: vuol dire molto avere la possibilità di parlare, di spezzare i ritmi di una vita monotona. Abituarsi a non avere vie di fuga serve ad autoconvincersi che si è fatto tutto il possibile. Vero. Ma so che mi merito anche solo un briciolo di aria, tutto sembra così difficile, devo trovare la soluzione.




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