l guaio di noi ultrasensibili è che, di quel gran film chiamato vita, percepiamo e fermiamo ogni singolo fotogramma. Ne consegue un'acerrima sofferenza al solo sentir pronunciare la singola battuta, magari detta con un tono di voce strano. Inchiodiamo l'istante, fotografiamo il momento e lo elaboriamo. Il guaio è appunto questo. Non riusciamo, malgrado tutto, a seguire il film in modo leggero, lasciandoci andare a ciò che ci offre, una risata, un pianto. Niente. Tutto deve avere un senso. E stiamo male. Una parola gettata lì, una critica acida, un voler alludere a qualcosa: ecco che parte la macchina infernale e la vita a quel punto si ferma. Fino a quando tutto torna ad avere senso. Noi ultrasensibili roviniamo la nostra quotidianità assorbendo come spugne il mondo che ci circonda, non riuscendo a distinguere ciò che è frivolo da quello che ha sostanza. Persone e parole finiscono con assurgere al rango di archetipi che veneriamo, a prescindere dalla loro reale portata e significato. L'ultrasensibile ha il suo bel modo di reagire. Lo vedi lì, sguardo fisso nel vuoto ma cervello in perenne movimento. Probabilmente sta cercando di capire come mai quella frase, e perché? Eppure l'ultrasensibile pensa di essere si, diverso, ma ben voluto proprio per la sua delicatezza ed empatia. Quindi non tollera o non immagina attacchi, critiche, frecciate. Ho paura ad affermare che l'ultrasensibile non sa vivere, poiché esisteranno indubbiamente persone di grande sensibilità e li vedi là, scorrazzare per i viali della vita. Non sono certo tutti depressi come me. Ma è il concetto od il significato di sensibilità ad essere poco chiaro, frainteso, abusato. Tutti bene o male si definiscono tali. Io voglio parlare di me, e senza modestia mi definisco un ultrasensibile. Non solo cerco di fissare fotogramma per fotogramma il film della vita, ma inchiodo me stesso al muro, come fossi anch'io una scena da interpretare. Senza cavarci un ragno dal buco. Eccomi dunque fermo, in un mondo che percepisco immobile, apatico. Un tutt'uno che non ha movimento. Povero Enzo, l'aria del Sabato sera gioca brutti scherzi. Mi accontento di buttare via la stanchezza qui su questo letto, cercando di interpretare la prossima scena, come un pezzo mancante del puzzle. Cosa devo completare, che missione dovrò mai portare a termine? Nessuna. Sto solo facendo scivolare la vita., anzi lei scivola mentre io credo di averla capita. Ci vuole coraggio a scrivere certe cose, qualcuno potrebbe chiamare la neurodeliri.
sabato 11 gennaio 2014
giovedì 9 gennaio 2014
Cinque minuti
on è mai troppo tardi per spingere la mente oltre l’autolesionismo e prospettarle impensati scenari fatti di amore e rispetto. Non è mai troppo tardi per provare piacere, una sensazione a me quasi del tutto sconosciuta fino a diventare invadente, a volte persino sgradita. Caso vuole che il lavoro e la vita ti mandino piccoli segnali già in questo primo vagito del nuovo anno; la prassi invece vorrebbe che il buon Enzo facesse finta di niente, continuando a tergiversare sui propri errori, sulla consuetudine fatta di scarsa autostima e ricerca costante dell’altro come priorità. Ma mi domando e dico: che cavolo potrebbe succedere se un giorno decidessi di agire d’istinto, buttando nel cestino la maledetta razionalità e quei cinque minuti che mi stanno rovinando la vita? Cinque minuti. Non ci vuole poi tanto per uccidere il potere di scelta, quel briciolo di libero arbitrio che ci è stato concesso; si è vero, alla fine comanda il disegno finale, ma vuoi mettere il gusto di sfidarlo? Perché dunque non fare leva sulle proprie capacità e rischiare di fare una cazzata anziché affidarsi all’altro, credendo che questo ci proteggerà dall’insuccesso? E perché mai, nella vita, scendere a compromessi al solo scopo di non essere soli, magari in prospettiva di un viaggio? Ecco, perché? Bastano dunque cinque minuti e la nostra vita non è più tale. Affidiamo la nostra potenziale felicità od il possibile esito positivo di un lavoro a chi, secondo noi, potrà aiutarci. Orrore. E’ uno sbaglio grave, gravissimo. Esistono diversi tipi di solitudine: quella nella quale ci troviamo anche nostro malgrado, a causa di eventi incontrollabili. Poi c’è quella su cui ci siamo addormentati e beatamente ci culliamo, convinti di non aver nulla a che spartire con il mondo. Ed infine la solitudine mentale, un vero e proprio isolamento verso il quale gradatamente ci dirigiamo ostinandoci a pensare agli altri. Saremo sempre soli fino a quando non concederemo quei cinque minuti all’istinto, al gusto di rischiare e di affidare la mente al caldo abbraccio del piacere. Non è mai troppo tardi, eh già. L’autolesionismo è nel mio Dna, la paura è nel mio Dna, l’ossessione che il mondo possa sfuggirmi di mano è nel mio Dna; tutti, ma proprio tutti gli ingredienti per vivere male, rimanere solo e perdere la cognizione del tempo che passa. Mio Dio, ma se queste parole una volta tanto lasciassero il passo ai fatti?
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lunedì 6 gennaio 2014
E' routine
omani si torna al lavoro. Non chiamerò esorcisti e non mi sognerò di evocare chissà quale santo per accompagnare il nuovo anno in compagnia di Trenitalia. Da tre anni a questa parte infatti, il lavoro è stato il male minore; a togliermi quel poco di respiro vitale ci hanno pensato il treno, le abitudini e la ripetitività connessi alla vita da pendolare. Di sicuro torno in ufficio abbastanza riposato ma non per questo motivato a riprendere in mano le mie scartoffie. Cerco di non darmi la zappa sui piedi da solo ed eviterò di guardare troppo al di là del mio naso contando i giorni che mancano alla prossima sosta. Ultimamente i miei non fanno che ripetere frasi agghiaccianti, mortificanti ma tremendamente realistiche sul tempo che passa. “Tu sei giovane, io non so ancora per quanto potrò..” Ecco, stando a casa per le vacanze spesso ho sentito ripetere questi epitaffi, cui non riuscirò mai ad abituarmi. Peccato che il tempo scorra e la situazione non sia destinata a migliorare. Cosa posso fare per liberarmi di quest'angoscia e convincere i miei a vivere più sereni? Ma nulla; loro, come il sottoscritto, sono malati. Li ha colpiti l'ineluttabilità del tempo e non è un male guaribile. Capirete come mai queste feste, già di per sé foriere di malinconia, sono state serene, ma alquanto pensierose. Si è trattato di riflessioni costruttive e non di quelle stronzate sull'amicizia, sulle assenze, sull'empatia di cui ho riempito questi fogli. Anzi, ad essere sinceri, questi giorni sono stati la cartina al tornasole sullo stato del mio rapporto con il virtuale. Se ti lamenti del tempo che manca per coltivare una relazione, quando ne hai non hai più scuse. Io non l'ho fatto, perché non ne ho sentito il bisogno o forse perché volevo la conferma che io e gli altri siamo complementari. Non cerco e tu non mi cerchi oppure tu cerchi ma io continuo a non cercare. Non c'è storia, del virtuale non mi frega più nulla. Ora ne ho la certezza, non è cambiato nulla rispetto allo scorso Natale in termini di solitudine ma almeno non mi sono piegato e non ho mostrato il fianco agli sciacalli. E' passata la fase critica, ora con l'avvento della primavera troverò nuovi stimoli. Ci voglio credere in linea con la mia embrionale concezione della vita, da vivere minuto per minuto. Ripartiamo, tutto sommato c'è il sole là fuori ed è lì che voglio guardare.
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venerdì 3 gennaio 2014
Ma quale incubo !
' sempre bello essere in vacanza. Mi odio quando rileggo i miei pensieri, le mie frasi buttate là negli attimi più istintivi. Ho persino parlato di incubo. Non perderò mai questo vizio maledetto di dire le cose nei momenti meno opportuni ed invece parlare ed alzare la voce quando è il caso. Nessun incubo, nessun terrore; la famiglia, diciamolo, è pur sempre una grande cosa salvo... La controindicazione per eccellenza sta nella propria capacità di assorbimento e nel livello di empatia: se come me fate vostro tutto ciò che vi circonda in termini di emozioni, sentire e via dicendo, la convivenza può risultare quanto meno difficile. Ma ogni Natale che passa, ogni fottuto Capodanno è un piccolo passo verso un traguardo che non piace a nessuno, allora perché non godere di una convivialità unica? Brutto parlare di questo a poca distanza dall'inizio dell'anno ma è pur sempre la verità. Cacciamo subito le riflessioni negative e concentriamoci su oggi, magari domani ma non oltre. L'abitudine ai tempi lenti, il gusto di fare colazione e pranzare senza l'assillo della clessidra, un po' di piumone in più. Ma chi non lo vorrebbe? Via i malesseri da abuliche relazioni sociali. Ho anche tirato giù dal balcone un bel sacco di messaggi subliminali inutilizzati. Credo proprio che lascerò perdere le parole quest'anno, utilizzando solo quelle necessarie ad esprimere stati d'animo immediati, veri. Il riciclo non è gradito dunque si spera che il cervello eviterà di riutilizzare gli stessi concetti per ribadire le stesse identiche tesi. Non sarà facile tornare al lavoro, quello che (sempre nei miei attimi istintivi) ho persino benedetto come panacea di tutti i mali. Ma cosa, lo stress? E poi i viaggi? I ritardi? Quella sarebbe vita? Insomma si fa fatica a capire cosa va bene e cosa no, come si vorrebbe vivere e cosa si vuole veramente dalla vita. Lo sappiamo tutti, ognuno di noi desidera fortemente qualcosa che lo faccia stare bene; io ho qualche dubbio in più ma solo perché non mi vedo, non mi trovo, faccio fatica a capire chi sono e cosa desidero. E' una malattia che nessuno riesce a guarire con le parole, la presenza, i gesti. Chissà mai cosa chiedo, cosa serve per fare il miracolo. Mi godo questi ultimi giorni, la ripresa della routine quotidiana forse attenuerà l'intensità dei pensieri, forse no. Lo scopriremo solo vivendo.
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mercoledì 1 gennaio 2014
Solo un Mercoledì
arà stato il bianco fresco oppure gli anni 80. Io che guardo le mie gambe muoversi ritmicamente poi alzo gli occhi al cielo sfidando il termometro che dice zero gradi. Per una sera o forse solo per poche ore lascio che il corpo faccia la sua parte senza permettere intrusioni cervellotiche. Sarà ma in quei brevi frangenti è come avessi trovato la soluzione che cerco da tempo, una piccola combinazione che mi apra magicamente la cassaforte della vita. Io che faccio balletti, irrigidito dal freddo e con un bicchiere di plastica vuoto in mano. Oggi sono qui, stasera mi scateno e non penso a nulla, fa un freddo becco ma chissenefrega. Figuriamoci, alla fine i pensieri sono arrivati e forse, pure la soluzione: oggi, domani, tra un mese, tra un anno tutto sarà uguale a ieri, ieri l'altro, qualche mese fa. Voglio cambiare qualcosa? Non so se posso, forse il destino sta vincendo la sfida, piano piano afferra il coltello dalla parte del manico e minaccia pericoli. Quando penso alla salute, alla mia e quella dei miei, a come si può d'un tratto ritrovarsi sperduti mi afferra la convinzione che io non stia vivendo affatto. L'errore più grande che potrei commettere è quello di riprendere a programmare la mia vita promettendomi di fare questo e quest'altro: i famosi propositi. No. Sono pronto, devo essere preparato a tutto e mi è concessa una sola chance: vivere. Lo vogliamo fare, Enzo? Il bianco fresco e gli anni 80 mi hanno detto che c'è una gran voglia di farlo, di lasciare un'impronta. Una stupida bevuta e canzonette posso fare tanto? Non è iniziato un nuovo anno, neppure una nuova vita, non sono cambiate le cose; oggi non è il primo Gennaio oggi è solo Mercoledì. E adesso cacciamo via le paturnie, smettiamola di avere paura della vita solo perché è lei a dirigere il traffico, non cerchiamo di avere necessariamente tutto sotto controllo. E' anche ora di dire basta all'idea che guardando le cose positivamente è più facile che ti arrivi la bastonata. Quanto è difficile, vero? Questo post del Mercoledì mi ritrova un po' avvinazzato e forse febbricitante. Perdonate dunque le curve pericolose dei discorsi affrontate con la solita incoscienza. Lascio che mi prenda il sonno. L'augurio è quello di trovare ogni giorno la soluzione al problema, sarà sicuramente più facile che risolvere il rebus chiamato vita. Buon inizio.
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lunedì 30 dicembre 2013
Ad un tratto
on era programmato questo post ma sai, è come quando ti prende l'istinto di chiamare un amico, un’ amica con cui vuoi confidarti; e lo vuoi fare subito perché ne senti un tremendo bisogno. E io con chi lo faccio? Con chi se non con te, perché per quanto io dia il massimo per mantenere un'apparenza quasi normale, non sono tranquillo. Ecco sai, in questi giorni sono molto agitato, preoccupato, ansioso. Vedo i miei. Faccio tante congetture, anziché vivere la giornata; nella mente si affollano pensieri cupi, immagino situazioni e contesti che vorrei fossero lontanissimi ed invece li dipingo come se fossero attuali. Ti rendi conto a cosa penso quando manca un giorno alla fine dell'anno? Ti pare normale? Poi mi faccio male e sfoglio a caso album di fotografie sulla piazza virtuale. Mi chiedo come mai non sono lì, al posto di quella gente sorridente (e un po' idiota). Ci si mette pure l'invidia. Avrei bisogno di una bella secchiata d'acqua gelida in testa. Vorrei solo che domani, quando mi ritroverò attorno ad un tavolo pieno di gente che non considero nemmeno un giorno all'anno, arrivasse subito la mezzanotte. E poi via, a casa. Prova superata e si ricomincia. E' del tutto normale che mi passino tutte queste belle paranoie per la testa, normale e consequenziale di un altro anno passato a sopravvivere, un treno qui l'altro là e poi casa, solo casa. Non ricordo l'ultima volta che sono uscito per una pizza. Forse la scorsa primavera? Tu dirai che sono io a non volermi aprire, ma come faccio? Non esiste nemmeno più il punto di non ritorno dal quale poter ripartire, perché il fondo scivola sempre più giù ed io sto diventando un uomo paziente. Con tanta voglia di piangere, ma che vuole conservarle, le lacrime. Depresso, esaurito, stanco? Scivolano le parole stasera, senza vergogna, io non ho paura di nulla. Non avrei voluto fare bilanci, tirare somme ma ritrovandomi qui, un foglio bianco e la solita tremenda voglia di parlare, non ce l'ho fatta a resistere. L'amico/a del cuore sei sempre tu, senza voce o sguardo ma pur sempre ottimo ascoltatore, fedele ascoltatrice. Si, so che sono paranoie da fine anno, so che bisognerebbe solo pensare al fatto che intanto invecchio e non ho fatto nulla per essere felice. Questo è il punto. Ma volevo lasciare scritto il mio pensiero di oggi, sempre più vero, emozionato, intenso. Buon anno Enzo, nel tuo piccolo mondo ce la farai anche questa volta.
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domenica 29 dicembre 2013
Vorrei ma non posso
a quando ho aperto il blog, il buon proposito per l'anno a venire è sempre stato lo stesso: chiuderlo. Inconsciamente ho sempre ritenuto che, abbassato il sipario sui miei pensieri, avrei ricominciato a vivere. O forse il contrario: l'aver ripreso confidenza con la vita, avrebbe inevitabilmente portato alla scomparsa del diario. Chissà. Ora che mancano due giorni e questo malefico anno se ne andrà, il proposito ritorna. Vorrei chiudere qui. Vorrei, ma non posso. O se lo facessi, dovrei cambiare pelle, mutare il punto di osservazione, guardare oltre la spessa cortina che mi separa dal mondo. Scrivere è una malattia. Il blog mi ha aiutato, poi si è ripiegato su se stesso in perfetta sincronia con i miei turbamenti e le mie contraddizioni. Ora non mi serve più e vorrei disfarmene. Dovrei fare un operazione di marketing: se ne aprissi uno di cucina? Oppure uno nel quale racconto stronzate quotidiane che non attengono alla mia persona ma alla moltitudine di quelli che mi ronzano intorno? Avrei più lettori? Ma non punto al successo. Punto a stare bene. E io come sto? Ma sto bene, credetemi. Fine del ciclo di puntate della serie: “ alla ricerca di un senso”, termine della saga de: “la guerra contro il mondo”, scena finale del ciclo: “ il virtuale è una merda come chi lo popola”. Sto bene, pulito, sbarbato e rassegnato. Mi basta. Ora i pensieri stanno prendendo ben altra direzione, qualcosa di cui difficilmente riuscirò a sbarazzarmi e che sicuramente eviterò di rendere pubblico. Anche quest'anno sono giunto alla considerevole cifra di quasi duecento post. Un record se si pensa che non è da tutti riuscire a distribuire tante parole senza dare loro un preciso significato. I buoni intenditori, come definisco quei santi che ancora riescono a leggermi, lo sanno. Io dico e poi smentisco, affermo e poi nego con la classe del migliore ipocrita. Mi sono messo a nudo senza vergogna, senza paura di passare per depresso, disfattista e quant'altro. L'ho fatto ( e forse continuerò a farlo ) senza maschere. Perché questo sono, e già sapevo di essere. Già. Lo sapevo come ben conoscevo l'inutilità dell'azione umana e dei buoni propositi di chi ha provato ad aiutarmi. Io, il mio alibi, il mio blog. Il coraggio di un pusillanime che non sa vivere. Vuoi vedere che non lo chiudo neanche questa volta?
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