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mercoledì 15 maggio 2013

Silenzio, per favore!

D

a quando lavoro a Torino ho un solo desiderio: andare a vivere in campagna. Le ragioni sono due: preferisco gli animali alle persone e, cosa ancor più importante, vorrei sposare il silenzio. Con tutto il cuore, davvero. Non è solo la scenografia delle mie dodici ore di lavoro, il rumore è nella provocazione, nei silenzi distruttivi, nelle frasi ad effetto. E credetemi, io non sono mai esente da colpe. Di tutto ciò di cui amo lamentarmi io sono quasi sempre responsabile a mio modo. Ogni volta in cui rispondo alla provocazione, mi lamento di qualcosa, urlo la mia solitudine io, faccio rumore. A questo punto delle due l’una: la smetto di sovrappormi al frastuono che arriva da fuori, oppure rischio l’esaurimento nervoso. Sta progressivamente diventando rumoroso persino scrivere, parlare attraverso semplici strumenti di messaggistica, mandare sms. Quando piazzo il mio sederino sul sedile blu della prima declassata mi guardo intorno e calcolo il tempo che mi sarà concesso per non pensare. Poco. Tornerà il rumore a breve, ed il rumore torna. Mi capisco e mi giustifico quando, una volta arrivato a casa sono nervosissimo, me la prendo con un ferro che di tanto in tanto mi brucia una camicia, con la doccia che spruzza. Voi direte: “Ehi Enzo, guarda che è tutto normale, tutti lavoriamo, tutti torniamo a casa stanchi”. E allora si vede che non sono un uomo, che non ho il fisico, e soprattutto che non ho testa. Il cervello c’è, è la forza mentale che manca. Perché vergognarsi di dire che sono vicino all’esaurimento nervoso e che sto provando a capire cosa mi può risolvere il problema. Ieri sera , dopo il solito “ahhhhhhh” appena distese le membra sul letto, ho pensato a questo: “ Enzo, prova a fare un paragone con lo scorso anno. Com’erano le cose? “. Beh, ho concluso che sul lavoro nulla era diverso da oggi e la mia vita sociale aveva sempre la solita riga: elettroencefalogramma piatto. Dunque? Perché ora mi sento così abbattuto, sempre con un’espressione di scazzo disegnata sul volto e, soprattutto stanco mentalmente. Semplice. Non ho valvole di sfogo, ma quante volte devo ripeterlo? Ormai ogni articolo di questo blog è la fotocopia riveduta e corretta del precedente. Ci tengo solo a sottolineare che sono confuso, che la mia lontananza dal virtuale sta significando menefreghismo. Non conosco mezze misure. Sono io. Siamo alle solite. 


 
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sabato 27 aprile 2013

Qualità (molto) nascoste

P

overo Enzo. Significherà qualcosa se non ho l’abitudine di guardarmi allo specchio salvo poi far si che lo faccia la mia anima. E cosa vedo? Mio Dio, sempre e costantemente lo stesso casino. Sto provando a tirare fuori qualcosa di utile dal virtuale nonostante me ne stia piano piano allontanando. Ad aiutarmi alcuni “picchi” di orgoglio verso estemporanee vittime sacrificali, colpevoli della solita fugacità. Eh si, bene o male io sono anche ciò che gli altri vedono e non è certo bello quello che esibisco. Passi l’aspetto estetico opinabile, ma è la mia interiorità a pagare dazio; eh si, per quanto vogliamo nascondere noi stessi e la nostra natura più intima e vera, ci sarà sempre un tale, una tale di turno che innescherà riflessioni ed autovalutazioni. Potrei trovare un aggettivo che mi si addice per ogni lettera dell’alfabeto. E sono sicuro che, scorrendo le ventuno lettere troverei solo attributi negativi. Se da un lato, non esasperare gli aspetti positivi trasmette un segnale di presunta umiltà, ingigantire quelli negativi è solo ed unicamente segno di pessimismo, masochismo, assenza di autostima. Io sono l’una e l’altra cosa ma, alla resa dei conti sono anche un uomo senza qualità. La domanda è: ammesso anche ne abbia, cui prodest? Ci risiamo, perché il nocciolo della questione è sempre lo stesso: l’altro/a. Non riesco a sfuggire alla relazione umana, sto facendo ammenda di tutta la merda che ho tirato al mondo in questi mesi. Ma, c’è anche una ragione precisa del mio astio universale. Ogni volta che mi confronto, io mi dissolvo fino a diventare invisibile. E’ un po’ come quando perdi ai punti ma tutti ti fanno i complimenti, quando si dice che devi ripartire da quella sconfitta per trovare gli stimoli ad andare avanti. Perché io di complimenti ne ricevo e sono sempre graditi. Non lo do ad intendere perché io non sono portato a farne dunque, non capisco cosa può spingere una persona a rivolgerli a me. Io mi chiedo come sono capace di queste costruzioni del pensiero che provocano la nausea tipica del mal di mare. E rido, proprio adesso sto ridendo, immaginandomi mentre stacco la mia testa dal collo e la butto in mare perché si disperda. Come può vivere serenamente un uomo che crede nella presenza umana come elemento essenziale per la sua stessa esistenza? Avete visto? Si è capovolto tutto. Sono sempre io? E se credo nella presenza umana, perché sto ancora davanti a questo schermo? Perché qui, comunque ritrovo la presenza più importante: me stesso.

 
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martedì 19 febbraio 2013

Libertà, libertà

V

oglio godermi questo momento. Si chiama forse libertà, ma desidero tanto non usare nessuna delle maschere nascoste nell’armadio. Ambisco ad essere me stesso senza limitazioni, senza ingerenze esterne, senza domande né risposte. Sto vivendo una vita di merda che più di merda non si può. Non ci sono appigli nelle cose, non ambisco ad averne tra gli umani, fatico solo con la mia famiglia per apparire il più possibile “neutro”. Con loro non mi lamento, non mi incazzo, non gioisco, non piango. Hanno capito che non possono più pretendere da me l’assoluta trasparenza, ma a dire il vero non la può pretendere nessuno. Mi sento stranamente libero di muovermi nel mio piccolo mondo di niente, ho poca voglia di parlare, di urlare, di comunicare. Non indosso maschere al lavoro, sono io cavoli, sono io. E sono io quando dico che non ho bisogno di sentirmi amato o voluto bene. Bisogna, (cacchio nessuno può farlo) entrare nella mia vita, anche solo per un  giorno, per capire il niente di cui vivo, di cui sono circondato, verso cui sto andando. Ma esigo e pretendo di sentirmi libero mentre mi muovo solitario nella landa desolata della mia esistenza. Sono felice di questo? Sono un uomo che non ha più pretese, che apre gli occhi alle cinque e mezza del mattino, li chiude alle dieci di sera senza nemmeno avere il tempo di chiedersi se valga la pena tutto questo. Oddio che lamentoso che sono! Io me lo posso dire, mi posso rimproverare. Le mie giornate terminano con un muso lungo, sempre; con la voglia di usare il meno possibile la bocca per parlare, se non per mangiare. Maledico i weekend o forse non li maledico più. Che li maledico a fare? Io non riesco a far capire di cosa ho bisogno perché non ho bisogno di nulla. E stento a far capire di cosa non ho bisogno. Non ho bisogno di amore, di comprensione, di affetto, di condivisione. Non è il solito post incavolato, pessimista, scritto alla fine dell’ennesima giornata pesante. Quando li devo scrivere gli articoli perché ne esca uno positivo? Mi viene da ridere perché non esiste momento della giornata in cui io non pensi a quello che sono diventato. Non ho tanta voglia di giustificarmi, di spiegare. Voglio dire le cose come stanno, che ho bisogno che mi cada la manna dal cielo, che mi capiti qualcosa di straordinariamente bello che non è roba di questa terra. Dio mio, ma fate in modo che io possa finalmente smettere di chiedermi perché.

 
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lunedì 30 aprile 2012

Fuga per la vittoria

L
a situazione non è più sostenibile, il vaso è ormai pieno e tra poco traboccherà. Come già accennavo nel post di ieri, neppure io so spiegarmi il motivo per cui chiedo giorni di ferie. Questo ponte a me non serviva. Nemmeno il giorno dopo la festa. Li ho chiesti, ho sperato di ottenerli. Senza una ragione particolare. Sono tante le cose che faccio senza un senso preciso, e tutto questo è sintomo di una grande confusione mentale che mi sta trascinando via. Non riesco più a passare giorni in casa, mi sta stretta la convivenza con i miei. Sto facendo pressioni affinché si convincano del fatto che a breve me ne andrò. Attenzione, mi sento di dare un piccolo avvertimento a coloro che, anche loro malgrado, si trovano a vivere con i genitori, nonostante un’età non più giovane. Sappiate che purtroppo pagherete (sempre vostro malgrado ) le conseguenze di tutto ciò. Avere anche uno solo dei due, oppressivo, ossessivo e via dicendo, vi rovinerà la vita. Non c’è nulla di peggio di abituare i propri genitori al fatto che starete in casa con loro per quasi tutta la vita. In questo periodo sto alzando la voce perché, devo andarmene. Ho bisogno di privacy, ma la mia più grande esigenza è avere uno spazio dove piangere liberamente quando mi va, dove incazzarmi e maledire chi mi pare e piace. Tutto questo senza dover per forza, far star male qualcuno. Si deve provare un amore sconfinato per rendersi conto della sofferenza di qualcuno. Questo amore sconfinato lo prova solo un genitore verso i figli. Ed è per questo che i figli, il prima possibile, devono rompere il cordone ombelicale che li lega a loro. In questo periodo sono molto stanco mentalmente, sono nervosissimo, provo forti sentimenti di rancore e medito vendette seppur simboliche verso questo o quel soggetto. Sono ammalato di noia, di insofferenza, di intolleranza. Lotto, voglio vivere, voglio spaccare il mondo ma, e mi ripeto ancora, non ho la benché minima voglia di condividere niente con nessuno. Non sono pronto, ho bisogno di tanta libertà. Voglio gioire e star male da solo, non sono in grado di portare sulle spalle il fardello dell’altro/dell’altra che mi sta vicino. Figuriamoci i genitori, figuriamoci che peso indicibile può rappresentare per me e per loro, questa convivenza. Ti diranno sempre che ti vogliono bene, che ti amano ma tutto vorresti meno che farli soffrire. Devo andarmene, e di corsa.

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domenica 29 aprile 2012

Eppure c’è qualcosa….

H
o deciso che non prenderò più alcun giorno di ferie, almeno fino a quando avrò la certezza di usufruirne al meglio. E per “meglio” intendo, vacanze nel vero senso della parola. Non ho esigenza alcuna di fare “ponti” o chiedere giorni per riposare. Sinceramente la storia del relax del fine settimana non regge più, neppure io ci credo. Io qui mi annoio a morte, non ho un cavolo da fare ed ora, nemmeno la prospettiva della bici mi alletta particolarmente. I più attenti, avranno notato che non ne sto parlando granché, sintomo di scarsi stimoli e poca voglia di fare. Chissenefrega se sono ripetitivo, questa è la mia pagina, se qualcuno si annoia, basta un clic del mouse. Sto scrivendo per me, questo è evidente. Mi sono rotto le scatole di sentire lo stomaco che si contrae ogni volta che so di trascorrere più di un giorno a casa. Non ho niente da fare!!!! Passo ore interminabili a guardare per aria o a diventare deficiente cliccando questo o quel sito per capire se qualcuno mi caga. Ma chissenefrega di Internet. La vita è la fuori, porca miseria! Anche la bici, come dicevo non mi sta particolarmente attirando quest’anno. E probabilmente a fine Giugno mi chiuderà anche la palestra. La voglia di socializzare è sempre ai minimi e credetemi, il discorso è sempre quello. Il circolo non è vizioso, viziosissimo. C’è qualcosa, però che non torna. Io non so come ma inconsciamente c’è qualcosa che mi rende così estraneo alla vita, incostante, a volte rabbioso, rancoroso. Oggi ho avuto il mio sfogo, e quando mi sfogo, chissà perché, mi passano per la mente tutte quelle persone che in parte ( solo in parte ) sono responsabili della mia situazione. In quei momenti alzerei la cornetta del telefono e direi : “Scusa, ho da dirti una piccola cosa: vaffanculo”. Il mio integralismo è ormai estremo. Non ho voglia di legarmi a nessuno, non voglio impegni, non sono in grado di reggere relazioni perché, come dico sempre, sto diventando sempre più un eremita. E allora, scusate, se voglio questo, perché mi sto lamentando? Ah ah , è vero, ve lo siete chiesti e me lo chiedo anche io. Mi lamento perché non so cosa voglio o forse lo so, ma quel qualcosa ancora deve arrivare. Deve essere qualcosa o qualcuno, non necessariamente deve trattarsi di una persona, potrebbe essere un luogo nuovo, potrebbe essere un viaggio importante. Ma qui qualcosa deve succedere altrimenti son guai. Questo blog lo adoro. Io scrivo, lui, mentre lo rileggo, mi risponde. E ogni volta mi dà la soluzione.

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giovedì 22 marzo 2012

Secondo atto

E
rano le sei e mentre mi avviavo in stazione pensavo all’articolo che avrei scritto. Mi sarebbe piaciuto esordire così: “ C’è qualcosa di magico in queste chiare mattine di Marzo, nel sole delle sette che ti batte in faccia”. Magico al punto da invogliarti ( nonostante l’ora ) a spararti la musica nelle orecchie battendo ritmicamente le gambe e le mani. Avrei voluto iniziare così. E’ vero, una giornata storta capita a tutti, ma dedico questo post al mio passato da disoccupato e da ragazzo pieno di problemi. Ho un bisogno assoluto di tornare ad assaporare quei momenti, quella fase della mia vita dove, nonostante tutto, io ero in grado di apprezzarla con le sue manchevolezze. Pieno di problematiche personali e caratteriali ma in fondo, fortunato. Adesso io devo considerarmi fortunato per forza: chi lo dice? Chi lo dice che aver trovato un lavoro fisso significhi essere fortunati? Innanzitutto mi sono fatto un culo tanto per vincerlo, il concorso, nonostante ciò non mi considero un eletto. Anzi. Toglimi lo spazio ed il tempo vitale, aggiungi la certezza di arrivare ad un ormai prossimo esaurimento nervoso in men che non si dica. Io non sono fortunato e credetemi, non mi annoio sul posto di lavoro. C’è qualcosa che desidero con tutto il cuore. Tornare indietro ai miei tempi bui, perché solo allora io vivevo in una dimensione più consona al mio essere. Si perché, non pretendevo, non desideravo, non avevo diritti ma tutto finiva lì. Avevo i miei limiti, mi arrabbiavo, ma non potevo cambiare più di tanto la mia situazione. Ora che recito il secondo atto della mia vita, mi rendo conto che la scenografia nella quale mi muovo non mi piace affatto. E sto seriamente pensando di abbatterla. Mi conosco, sono un impulsivo e temo che potrei fare più danni di quanto non immagini. Non mi piace, non mi piace e non mi piace. Non voglio lavorare e ritrovarmi sempre a dover fare i conti con una vita squallida ed inutile. Ho bisogno di avere gratificazioni ( fossero esse solo qualcuno che ti dice “andiamo a fare una vacanza” con il piacere di dirtelo ). Ho bisogno di vivere. Se non ho niente di tutto questo, delle due l’una: me ne frego totalmente di un lavoro inutile oppure mi tuffo anima e corpo nel mio recente passato. Solo così potrò tornare ad apprezzare la vita, le sue rinunce e i suoi limiti. Torno indietro, e molto volentieri.

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sabato 14 gennaio 2012

Mah!

L
a nebbia è fitta là fuori. Sono a casa, anche stasera, più o meno nella stessa posizione ( a gambe incrociate) di ieri. Li passo tutti così io i fine settimana? Ma chi ha voglia di uscire con 3° gradi, un muro grigio che ti offusca la vista e l’80% di umidità che ti penetra nelle ossa. Può darsi che di gente motivata a farlo ce ne sia, non lo metto in dubbio. Fanno anche bene. E’ che oggi mi sono tornati alla mente quei post classici in cui mi perdevo nei labirinti della mia interiorità non trovando però mai l’uscita. Ma è da quando ho aperto il blog che provo a scriverne, a parlarne in tutte le salse, senza però mai trovare una soluzione. Ma una soluzione a cosa? Al mio malessere. Per quanto io ne possa andare fiero, il mio istinto di sopravvivenza mi porta a premere sull’acceleratore e a vivere ( anzi, a sopravvivere ) bruciando energie fisiche e mentali. Per cosa? Appunto, per sopravvivere. Mi chiedo invece, cosa io faccia realmente per vivere. Non lo so. Stasera mi perdo volentieri nei miei contorcimenti. Torno dopo tanto tempo alla mia attività preferita, quell’innato masochismo che mi porta a cercare di dare risposte a domande che non hanno nemmeno ragione di essere. Perché nel mondo dei rapporti tra terrestri non esistono regole, non esistono schemi, non esistono risposte. La matematica non c’entra proprio. Ma ti prende, capita che ti prende a volte un senso di disagio che arriva all’improvviso, ti prende allo stomaco, ti fa dire: “Mah”. Tre lettere, tre semplici lettere: “Mah”. Quante volte ci capita di utilizzare questa interiezione. Nel mio caso essa riassume tutte le incertezze, i dubbi, l’incapacità di capire e capirmi. “Mah”. Che dire…Può darsi che questo post non aiuti a capire nulla, anzi, non aiuta me, figuriamoci chi lo legge. E’ che, come sempre ripeto da tempo immemore, sembra incredibile ma proprio queste sono le serate in cui ho bisogno di sfogarmi. E se cominci a parlare di vita, finisci per impantanarti nelle paludi di persone che non amano sentire voci tristi, che finiscono per dirti le solite cose, trite e ritrite. Per questo uso il blog. Perché faccio finta che nessuno mi ascolti, nessuno sia tenuto a farlo. E io vado a ruota libera. Questo articolo dice tutto e nulla. Ma anziché scrivere queste righe, avrei potuto limitarmi a tre lettere: “Mah”. Cosa sento e come mi sento ora? “Mah”.
 
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martedì 13 dicembre 2011

Una giornata così

A
lla fine di una giornata così vorrei fare tante cose. Vorrei piangere; non si deve necessariamente essere piccoli per farlo. E chi pensa che un uomo non può e non deve piangere è un inetto. Non c’è età per farlo. Vorrei piangere per sfogare tutta la mia rabbia e tutte le preoccupazioni che questo maledetto anno mi ha donato. Il mio errore è stato quello di non sfogarmi quando dovevo, ora però la cosa si rende opportuna. Alla fine di una giornata così vorrei abbracciare mio padre, mia madre e dire che voglio loro un gran bene e che spero possano stare con me il più possibile ancora. Vorrei abbracciare l’unica persona che in questi ultimi sei anni mi è stata sempre vicina, sopportandomi, e venendomi incontro ad ogni mio bisogno. Alla fine di una giornata così vorrei gridare al mondo che non me ne frega un emerito cazzo del mio lavoro. Se è proprio il tuo lavoro a far uscire il peggio di te, allora… Vorrei dire che la stima e il rispetto ce li si deve guadagnare e non è colpa mia se nella mia vita ho imparato a rispettare solo i miei genitori. Che se non sei degno/a della mia stima, io ti divoro. Vorrei, alla fine di una giornata così, capire cosa devo fare per vivere. Per vivere senza che il mio stomaco si contragga e la mia testa scoppi, sempre, ogni giorno. Alla fine di una giornata così vorrei poter prendere il primo treno per la mia città che ho tanto bistrattato e poter decidere di non tornare più dove sono stato sbattuto. Vorrei ribadire che non mi sento affatto fortunato per aver trovato questo lavoro. Innanzitutto me lo sono sudato, quindi la fortuna non c’entra nulla. Dove sta allora la sfiga? Nel contorno. E’ un contorno acido, riprovevole, maleodorante, di scarso valore, meschino. Questo contorno mi fa schifo. Alla fine di una giornata così mi sento felice di sentirmi diverso da tutti, diverso dalla massa insopportabile che vive una vita vuota, dove l’unica soddisfazione è quella di sentirsi padroni del mondo e degli altri. Alla fine di una giornata così mi sento distrutto, stravolto, insoddisfatto, arrabbiato. So odiare. E me lo ricordo bene. Quando pensi di essere fatto in un certo modo e, 43 anni te lo hanno dimostrato ampiamente, non riesci ad accettare ogni “deviazione” caratteriale, ogni dimostrazione esponenziale di quella forza sempre sopita. Ma in fondo è qui che esce fuori un uomo con le palle. Anche nel suo linguaggio scurrile, ma vero. Ho solo da perdere probabilmente. Alla fine di una giornata così vorrei dimenticare tutto e dire : “Domani è un altro giorno”. No. Oggi è oggi. E oggi vorrei essere e fare tutte queste cose. Alla fine di una giornata così vorrei cullarmi sulla più bella e soffice nuvola del cielo e sputare pioggia acida sull’intera umanità. Stanotte ho sognato canguri.

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giovedì 31 marzo 2011

Il gabbiano John Livingstone

C
erto che sono proprio un bel tipo. Io devo assolutamente imparare che se c’è un luogo al mondo nel quale il cuore va dimenticato quello è il luogo di lavoro. Io non mi sopporto più. Ho iniziato da poco a leggere un libro che fin dalle prime pagine mi sta emozionando. Di questo libro potete vedere la prima pagina qui, sul mio blog. La trama è la seguente: un uomo ( l’autore ) scopre di essere ammalato di una di quelle bestie che non danno scampo ed allora inizia un percorso di cura, più che del corpo, dell’anima. Lo fa attraverso alcuni viaggi che lo porteranno a scoprire molto di sé e a “guarire”, se non altro interiormente. Mi piace l’espressione “guardare sé fuori da sé”. Se si entra in un tunnel senza uscita ( qualunque esso sia, una malattia od uno stato di abbandono morale che sembra non avere cura ) la via da seguire è una: osservarsi come fossimo un sé fuori da sé e provare ad annullare ciò che si è stati fino ad allora, dimenticando chi si è, come si è agito, come si è reagito. Nonostante il paragone possa sembrare del tutto improprio (tenuto conto del mio fievole problema) esso mi spinge tuttavia a fare qualche riflessione. Il luogo di lavoro è uno di quegli ambienti, luoghi, posti ( chiamatelo come volete) in cui il cuore si azzera e trionfa il cervello; non solo per quanto concerne i compiti assegnati ma soprattutto per ciò che riguarda i rapporti. Non l’ho mica capito io. E poi è del tutto assurdo che io faccia fatica a trovare stimoli e cuore dove serve ( per scrivere e quindi per vivere) mentre invece mi scopro un’anima pia sul lavoro. Assurdo. Non ci sto più con la testa davvero. Questo è il punto di non ritorno. Oggi, ne ho avuto la riprova. E allora, il tunnel nel quale sono entrato appare senza uscita; o meglio potrebbe apparire senza uscita se io non cominciassi a prendere seri provvedimenti. Guardarmi fuori da me. Siamo solo a Giovedì, la mia settimana finisce qui perché a causa dello sciopero dei treni, sarò costretto a prendere un giorno di ferie. Ma sono uno straccio. Il mio tipo di lavoro mi porta ad intavolare rapporti seppur estemporanei con gente della più diversa specie; cerco dunque di essere il più possibile umano ma qui casca l’asino. Io sono talmente umano da pensare che anche un semplice utente allo sportello meriti attenzione oltre misura. “Non farti commuovere”, “Non fare in modo che la situazione di un soggetto si trasformi un tuo personale problema”. Io mi chiedo come faccio a cascarci ogni volta, a farmi conseguenti paturnie, ed a temere persino un giudizio negativo. Non scrivo nulla di nuovo. Sono semplicemente un recidivo inconcludente. Ma poi la pazienza si perde. Mi guardo e sono fuori da me, non fuori di me, preciso. Io voglio vivere cavoli, basta! Io non voglio più chiedermi perché, per come, se, come mai, se avessi…Voglio solo agire, sconnesso da ogni sentimento e da ogni minima preoccupazione delle conseguenze del mio agire. Nessuno mi giudica, nessuno ha i titoli per farlo. Voglio volare, essere libero come il gabbiano John Livingstone. Intanto continuo a guardarmi fuori da me.


giovedì 3 marzo 2011

Prima declassata

S
e sono ancora qui, presente sulle pagine del mio blog un motivo ci sarà. E in questi giorni una tale assiduità nel pubblicare articoli ha quasi del miracoloso. Ma non c’è stanchezza che tenga. Questo vagone di prima declassata in testa treno è il mio salotto viaggiante e con lui anche i miei pensieri corrono ad una velocità sostenuta. Scrivo dunque ancora per manifestare qualcosa che, solo al termine di giornate ad alto stress, riesce ad emergere in modo chiaro. A fare da sottofondo a questa settimana una incredibile serie di episodi al limite della sfiga Fantozziana che hanno dato colore e gettato un velo di ironia sulla solita confusione di fondo. Confusione: torna prepotentemente ad essere il tema dominante della mia quotidianità lavorativa. Incertezza, problemi irrisolti e pare irrisolvibili, assenza di disposizioni chiare. Credo che, quel punto di non ritorno da me stesso indicato come obiettivo finale dovrà mio malgrado subire una proroga. Con l’inizio della primavera mi ero proposto di giungere ad una discreta conoscenza del lavoro, della realtà circostante. Una conoscenza tale da mettermi al riparo da possibili ulteriori momenti di sconforto. Ed invece pare io debba attendere ancora. E come già detto, ho una precisa volontà: quella di giungere progressivamente a far si che il lavoro non interferisca nella mia vita privata e sociale. Che poi, anche lì, è tutto un caos. Provo a cercare di capire, cosa posso fare per ottenere quella sensazione di benessere che poi so bene essere frutto di una soluzione di mezzo. Isolare il lavoro al momento non è possibile. Probabilmente da qui a poco, la settimana non finirà più al Venerdì ma ci sarà la possibilità che termini addirittura la Domenica. Mi fanno paura le solite affermazioni di circostanza. “Se te la senti”…che nascondono un …ma è meglio che te la senti”. E’ da tempo che ho smesso di guardare oltre la fine di ogni giorno. Godermi il momento del rientro, pensare che finalmente stasera potrò anche sbarbarmi e cenare con le persone a me più care è tutto quello che mi rende sereno. Poca roba? Ora non vedo altro. Perché il mio progetto è ancora in fase di elaborazione, probabilmente sto costruendo le fondamenta e se farò poggiare il tutto su basi solide, ne godrò i frutti. A questo punto provo a spostare il termine ultimo di qualche mese. Il 20 di Giugno, terminerà il mio periodo di prova e ( ci metto la mano sul fuoco) da quel momento in poi, qualcosa cambierà. Lasciamo dunque che la confusione regni sovrana; non ci sono abituato, ma ogni giorno è una scoperta, no? Torna il weekend a chiarirmi le idee, o meglio a restituirmi una discreta parvenza di uomo che ha anche una vita da vivere. Con tutto il rispetto per il mio salotto viaggiante di prima declassata.


domenica 31 ottobre 2010

Senza titolo

Ho aperto gli occhi e la sveglia, sintonizzata sull’ora legale segnava le 7.40. Evidentemente scatta qualcosa a livello di organismo ma, una volta sveglio, io nel letto faccio il matto. Ma che avete capito…L’impulso è di alzarsi, via, all’opera. Roba da matti, mi preoccupa questa incapacità a godere del tepore delle coperte mentre fuori piove. Faccio colazione, un po’ di ordine tra le mie cose, accendo la Tv. Vorrei tornare a letto ed invece mi prende l’impulso di scrivere. Dunque, in cosa consiste questo Halloween? Scusate ma sono del tutto ignorante sull’argomento, non sono avvezzo a celebrare feste in maschera, Carnevale compreso. Di questo Halloween non so nulla, suppongo non appartenga in alcun modo alla nostra cultura, alle nostre tradizioni. Un’americanata, giusto? Vedo zucche, gente che si maschera da vampiro, negli States i bimbi vanno in giro per le case e a chi apre loro la porta pronunciano : “Dolcetto o scherzetto?”. Stasera allora si festeggia, ed io ovviamente, rimango sempre una persona informata sui fatti e niente più. Sempre estraneo alla mondanità, del tutto assente laddove imperi il divertimento, l’evasione, la voglia di scherzare e di prendersi alla leggera. Che sia diventato un orso? Macchè, non provate nemmeno a dirmi che sono diventato asociale, pessimista, lamentoso, bacchettone. Ci penso già io. Stamane ho voglia di buttarla, per quanto non sembri, sull’ironia. In un certo senso i fatti dicono questo, trapela un briciolo di invidia verso la generazione di quelli che comunque hanno voglia di partecipare, di condividere, di sorridere. Ed io sempre qui, a riflettere, a teorizzare. Ieri, pensavo andasse peggio ma, evidentemente nel mio profondo più profondo stavo bene e ho goduto di una piacevole serata di evasione. Niente di incredibile, nulla di particolarmente trasgressivo. Incrocio sempre gli stessi occhi, le stesse parole, le stesse espressioni. E mentre sono lì, a tavola, e riempio il tempo ed il silenzio di fondo addentando una fetta di pizza, penso che non è il caso di prendermela poi così tanto. In fondo, la capacità e la voglia di ascoltare, di partecipare, di condividere, di sorridere non mi mancano. Hanno solo bisogno di qualcuno in grado di riceverle, di apprezzarle. Avete capito qualcosa di tutto ciò? Perdonatemi, stamane il foglio virtuale mi si è parato davanti ed io ne approfittato. Non tutte le ciambelle riescono con il buco, stare sotto le coperte no, eh?

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