a quando lavoro a Torino ho un solo desiderio: andare a vivere in campagna. Le ragioni sono due: preferisco gli animali alle persone e, cosa ancor più importante, vorrei sposare il silenzio. Con tutto il cuore, davvero. Non è solo la scenografia delle mie dodici ore di lavoro, il rumore è nella provocazione, nei silenzi distruttivi, nelle frasi ad effetto. E credetemi, io non sono mai esente da colpe. Di tutto ciò di cui amo lamentarmi io sono quasi sempre responsabile a mio modo. Ogni volta in cui rispondo alla provocazione, mi lamento di qualcosa, urlo la mia solitudine io, faccio rumore. A questo punto delle due l’una: la smetto di sovrappormi al frastuono che arriva da fuori, oppure rischio l’esaurimento nervoso. Sta progressivamente diventando rumoroso persino scrivere, parlare attraverso semplici strumenti di messaggistica, mandare sms. Quando piazzo il mio sederino sul sedile blu della prima declassata mi guardo intorno e calcolo il tempo che mi sarà concesso per non pensare. Poco. Tornerà il rumore a breve, ed il rumore torna. Mi capisco e mi giustifico quando, una volta arrivato a casa sono nervosissimo, me la prendo con un ferro che di tanto in tanto mi brucia una camicia, con la doccia che spruzza. Voi direte: “Ehi Enzo, guarda che è tutto normale, tutti lavoriamo, tutti torniamo a casa stanchi”. E allora si vede che non sono un uomo, che non ho il fisico, e soprattutto che non ho testa. Il cervello c’è, è la forza mentale che manca. Perché vergognarsi di dire che sono vicino all’esaurimento nervoso e che sto provando a capire cosa mi può risolvere il problema. Ieri sera , dopo il solito “ahhhhhhh” appena distese le membra sul letto, ho pensato a questo: “ Enzo, prova a fare un paragone con lo scorso anno. Com’erano le cose? “. Beh, ho concluso che sul lavoro nulla era diverso da oggi e la mia vita sociale aveva sempre la solita riga: elettroencefalogramma piatto. Dunque? Perché ora mi sento così abbattuto, sempre con un’espressione di scazzo disegnata sul volto e, soprattutto stanco mentalmente. Semplice. Non ho valvole di sfogo, ma quante volte devo ripeterlo? Ormai ogni articolo di questo blog è la fotocopia riveduta e corretta del precedente. Ci tengo solo a sottolineare che sono confuso, che la mia lontananza dal virtuale sta significando menefreghismo. Non conosco mezze misure. Sono io. Siamo alle solite.
mercoledì 15 maggio 2013
sabato 27 aprile 2013
Qualità (molto) nascoste
overo Enzo. Significherà qualcosa se non ho l’abitudine di guardarmi allo specchio salvo poi far si che lo faccia la mia anima. E cosa vedo? Mio Dio, sempre e costantemente lo stesso casino. Sto provando a tirare fuori qualcosa di utile dal virtuale nonostante me ne stia piano piano allontanando. Ad aiutarmi alcuni “picchi” di orgoglio verso estemporanee vittime sacrificali, colpevoli della solita fugacità. Eh si, bene o male io sono anche ciò che gli altri vedono e non è certo bello quello che esibisco. Passi l’aspetto estetico opinabile, ma è la mia interiorità a pagare dazio; eh si, per quanto vogliamo nascondere noi stessi e la nostra natura più intima e vera, ci sarà sempre un tale, una tale di turno che innescherà riflessioni ed autovalutazioni. Potrei trovare un aggettivo che mi si addice per ogni lettera dell’alfabeto. E sono sicuro che, scorrendo le ventuno lettere troverei solo attributi negativi. Se da un lato, non esasperare gli aspetti positivi trasmette un segnale di presunta umiltà, ingigantire quelli negativi è solo ed unicamente segno di pessimismo, masochismo, assenza di autostima. Io sono l’una e l’altra cosa ma, alla resa dei conti sono anche un uomo senza qualità. La domanda è: ammesso anche ne abbia, cui prodest? Ci risiamo, perché il nocciolo della questione è sempre lo stesso: l’altro/a. Non riesco a sfuggire alla relazione umana, sto facendo ammenda di tutta la merda che ho tirato al mondo in questi mesi. Ma, c’è anche una ragione precisa del mio astio universale. Ogni volta che mi confronto, io mi dissolvo fino a diventare invisibile. E’ un po’ come quando perdi ai punti ma tutti ti fanno i complimenti, quando si dice che devi ripartire da quella sconfitta per trovare gli stimoli ad andare avanti. Perché io di complimenti ne ricevo e sono sempre graditi. Non lo do ad intendere perché io non sono portato a farne dunque, non capisco cosa può spingere una persona a rivolgerli a me. Io mi chiedo come sono capace di queste costruzioni del pensiero che provocano la nausea tipica del mal di mare. E rido, proprio adesso sto ridendo, immaginandomi mentre stacco la mia testa dal collo e la butto in mare perché si disperda. Come può vivere serenamente un uomo che crede nella presenza umana come elemento essenziale per la sua stessa esistenza? Avete visto? Si è capovolto tutto. Sono sempre io? E se credo nella presenza umana, perché sto ancora davanti a questo schermo? Perché qui, comunque ritrovo la presenza più importante: me stesso.
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martedì 19 febbraio 2013
Libertà, libertà
oglio godermi questo momento. Si chiama forse libertà, ma desidero tanto non usare nessuna delle maschere nascoste nell’armadio. Ambisco ad essere me stesso senza limitazioni, senza ingerenze esterne, senza domande né risposte. Sto vivendo una vita di merda che più di merda non si può. Non ci sono appigli nelle cose, non ambisco ad averne tra gli umani, fatico solo con la mia famiglia per apparire il più possibile “neutro”. Con loro non mi lamento, non mi incazzo, non gioisco, non piango. Hanno capito che non possono più pretendere da me l’assoluta trasparenza, ma a dire il vero non la può pretendere nessuno. Mi sento stranamente libero di muovermi nel mio piccolo mondo di niente, ho poca voglia di parlare, di urlare, di comunicare. Non indosso maschere al lavoro, sono io cavoli, sono io. E sono io quando dico che non ho bisogno di sentirmi amato o voluto bene. Bisogna, (cacchio nessuno può farlo) entrare nella mia vita, anche solo per un giorno, per capire il niente di cui vivo, di cui sono circondato, verso cui sto andando. Ma esigo e pretendo di sentirmi libero mentre mi muovo solitario nella landa desolata della mia esistenza. Sono felice di questo? Sono un uomo che non ha più pretese, che apre gli occhi alle cinque e mezza del mattino, li chiude alle dieci di sera senza nemmeno avere il tempo di chiedersi se valga la pena tutto questo. Oddio che lamentoso che sono! Io me lo posso dire, mi posso rimproverare. Le mie giornate terminano con un muso lungo, sempre; con la voglia di usare il meno possibile la bocca per parlare, se non per mangiare. Maledico i weekend o forse non li maledico più. Che li maledico a fare? Io non riesco a far capire di cosa ho bisogno perché non ho bisogno di nulla. E stento a far capire di cosa non ho bisogno. Non ho bisogno di amore, di comprensione, di affetto, di condivisione. Non è il solito post incavolato, pessimista, scritto alla fine dell’ennesima giornata pesante. Quando li devo scrivere gli articoli perché ne esca uno positivo? Mi viene da ridere perché non esiste momento della giornata in cui io non pensi a quello che sono diventato. Non ho tanta voglia di giustificarmi, di spiegare. Voglio dire le cose come stanno, che ho bisogno che mi cada la manna dal cielo, che mi capiti qualcosa di straordinariamente bello che non è roba di questa terra. Dio mio, ma fate in modo che io possa finalmente smettere di chiedermi perché.
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lunedì 30 aprile 2012
Fuga per la vittoria
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domenica 29 aprile 2012
Eppure c’è qualcosa….
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giovedì 22 marzo 2012
Secondo atto
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sabato 14 gennaio 2012
Mah!
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martedì 13 dicembre 2011
Una giornata così
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giovedì 31 marzo 2011
Il gabbiano John Livingstone
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giovedì 3 marzo 2011
Prima declassata
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domenica 31 ottobre 2010
Senza titolo
Ho aperto gli occhi e la sveglia, sintonizzata sull’ora legale segnava le 7.40. Evidentemente scatta qualcosa a livello di organismo ma, una volta sveglio, io nel letto faccio il matto. Ma che avete capito…L’impulso è di alzarsi, via, all’opera. Roba da matti, mi preoccupa questa incapacità a godere del tepore delle coperte mentre fuori piove. Faccio colazione, un po’ di ordine tra le mie cose, accendo la Tv. Vorrei tornare a letto ed invece mi prende l’impulso di scrivere. Dunque, in cosa consiste questo Halloween? Scusate ma sono del tutto ignorante sull’argomento, non sono avvezzo a celebrare feste in maschera, Carnevale compreso. Di questo Halloween non so nulla, suppongo non appartenga in alcun modo alla nostra cultura, alle nostre tradizioni. Un’americanata, giusto? Vedo zucche, gente che si maschera da vampiro, negli States i bimbi vanno in giro per le case e a chi apre loro la porta pronunciano : “Dolcetto o scherzetto?”. Stasera allora si festeggia, ed io ovviamente, rimango sempre una persona informata sui fatti e niente più. Sempre estraneo alla mondanità, del tutto assente laddove imperi il divertimento, l’evasione, la voglia di scherzare e di prendersi alla leggera. Che sia diventato un orso? Macchè, non provate nemmeno a dirmi che sono diventato asociale, pessimista, lamentoso, bacchettone. Ci penso già io. Stamane ho voglia di buttarla, per quanto non sembri, sull’ironia. In un certo senso i fatti dicono questo, trapela un briciolo di invidia verso la generazione di quelli che comunque hanno voglia di partecipare, di condividere, di sorridere. Ed io sempre qui, a riflettere, a teorizzare. Ieri, pensavo andasse peggio ma, evidentemente nel mio profondo più profondo stavo bene e ho goduto di una piacevole serata di evasione. Niente di incredibile, nulla di particolarmente trasgressivo. Incrocio sempre gli stessi occhi, le stesse parole, le stesse espressioni. E mentre sono lì, a tavola, e riempio il tempo ed il silenzio di fondo addentando una fetta di pizza, penso che non è il caso di prendermela poi così tanto. In fondo, la capacità e la voglia di ascoltare, di partecipare, di condividere, di sorridere non mi mancano. Hanno solo bisogno di qualcuno in grado di riceverle, di apprezzarle. Avete capito qualcosa di tutto ciò? Perdonatemi, stamane il foglio virtuale mi si è parato davanti ed io ne approfittato. Non tutte le ciambelle riescono con il buco, stare sotto le coperte no, eh?
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