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mercoledì 4 dicembre 2013

Senza tatto

S

tanotte ho fatto un sogno. Lo ricordo molto bene e non mi stupisco di ciò dal momento che ero protagonista principale della vicenda e la sentivo mia come fosse vera. Piangevo a dirotto e inevitabilmente cercavo aiuto ottenendo per tutta risposta assenza oppure indifferenza. Ero triste all’idea che qualcosa nella mia vita sarebbe cambiato, non ricordo se attenesse al lavoro oppure alla sfera privata. Il fatto è che avvertivo realmente lo scoramento, il disagio, la sofferenza. Di colpo ho alzato la testa cercando le cifre rosse del display della mia sveglia: segnavano le 5 e 36. Mi sono portato il sogno in bagno, mentre facevo colazione, quando intirizzito percorrevo il viale della stazione. E poi in treno. Il subconscio non ha modi, né tatto. Bussa, anzi scardina le porte della vergogna, del timore, della paura vera e propria. Ti viene a trovare e poi ti spiattella tutto lì, sotto forma di immagini. Da mesi porto con me una reale paura di perdere qualcuno che inevitabilmente si accompagna al terrore di dovere, prima o poi, veder cambiato un certo percorso che al momento sembra sicuro. Non posso permettermi certe debolezze a quest’età. Ma sapete, forse sono già preparato. Lo stesso accade sul lavoro: la prospettiva di un cambio radicale mi terrorizza. Io non so camminare sulle mie gambe, questo è. La fase è contraddittoria: riesco ad essere assolutamente superficiale, anche simpatico ma ho momenti di grande riflessione interna che non estrinseco in modo ripetitivo. In altri momenti ho fatto l’esatto contrario: mi sentivo sereno ma esternavo pensieri e riflessioni pesanti. Non mi capisco ma la cosa non mi meraviglia più di tanto. Sono alla disperata ricerca di una soluzione: a cosa devo pensare per scacciare certi fantasmi? Forse magari E. potrebbe aiutarmi. Sto valutando di tornare a trovarla, sono sicuro riuscirebbe a rimettere un po’ in sesto questa macchina traballante. Continuo a sentirmi una roccia, fisicamente mi sento bene, sul lavoro dò il massimo. Poi c’è il resto, questa testa fragile prigioniera della solitudine. Ci pensavo ieri: vuol dire molto avere la possibilità di parlare, di spezzare i ritmi di una vita monotona. Abituarsi a non avere vie di fuga serve ad autoconvincersi che si è fatto tutto il possibile. Vero. Ma so che mi merito anche solo un briciolo di aria, tutto sembra così difficile, devo trovare la soluzione.




venerdì 23 agosto 2013

L’uomo di cristallo

E

d è in questo momento della giornata che si riesce a sorridere alla vita. In questo istante ho il privilegio di veder spuntare un'espressione serena sul mio volto ripensando agli accadimenti quotidiani. Ho piena facoltà di giudicarmi, di deridermi, di studiarmi consapevole del fatto che potrei anche trovare una soluzione. Inutile, bisognerebbe avere realmente la possibilità di essere ripresi e di poter visionare le registrazioni in questo esatto momento. Io scrivo. So che non tutti hanno questa possibilità oppure forse ce l'hanno ma la ritengono una perdita di tempo; nel mio caso faccio di necessità, virtù. Lo trovo estremamente rilassante e costruttivo. Basta con le premesse. Oggi ho avuto una giornata lavorativa dai due volti: tranquilla per una buona parte e devastante dall'altra. Precisiamo: devastante è un aggettivo esagerato ma, quando si tratta di effetti sulla personalità e sulla psiche ci sta tutto. Sono andato nel panico di fronte ad un errore. Un classico, una reazione naturale se l'errore non lo perdoni a te stesso. Riguardandomi ora ( o almeno immaginando la mia espressione e le mie parole ) la reazione è una sola : rido. Qui emerge un'altra contraddizione che rende Enzo sempre più un soggetto indecifrabile: se ha accresciuto l'autostima nel tempo e pretende da sempre più da se stesso, perché non riesce a a gestire le situazioni difficili facendo affidamento sulla ritrovata fiducia? Perché emotivamente è un uomo di cristallo. Perché Enzo ha ancora una tremenda paura di sbagliare e se sbaglia, quasi piange. C'è da vergognarsi? Forse si, forse no. Enzo non perdona a se stesso di essere un uomo disponibile, capace che, pur volendo sfuggire a questo stato di cose, non ci riuscirà mai. Enzo è in gabbia. Adoro riflettere in questo modo ma non perché so che potrebbe aiutarmi; per quanto ci sforziamo ad apprendere le lezioni della vita rimaniamo prigionieri di quella parte di noi stessi che è l'anima. Bella o brutta che sia. Se sei buono, rassegnati. Saresti l'uomo più felice del mondo se solo sulla terra non esistessero gli avvoltoi, gli sciacalli, le sanguisughe. Me ne faccio una colpa fino a questo momento in cui dissolvo tutto con la scrittura, con queste parole che scivolano in modo assolutamente silenzioso. Se potessimo guardarci, sentirci, magari non cambierebbe nulla ma rideremmo finalmente di noi, della vita.


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domenica 16 giugno 2013

Salite

P

aura è una delle parole più ricorrenti del mio vocabolario esistenziale. La ritrovo spesso anche nei discorsi di spessore che mi capita di fare ( sempre più di rado ) guardando qualcuno negli occhi. Di me stesso, del nuovo, degli spostamenti, di ciò che non conosco. Paura delle salite. L’esercizio fisico associato alla passione ha un potere miracoloso sulla psiche, sul cervello, sul corpo. Porsi piccoli obiettivi è sintomo di grande umiltà ma non deve mai sconfinare nel timore di pretendere di più. Io non so cosa vuol dire andare oltre perché non conosco quali sono i miei limiti o forse li conosco troppo bene: dovrei solo provare a scoprirlo, rischiando magari di non sentire più né le gambe né i polmoni. Eppure io so bene che, quelli che vedo ed interpreto come obiettivi improbabili, sono quasi sempre alla mia portata anzi, rappresentano un punto di partenza. Questione di autostima. Nella vita serve tutto: corpo, testa, cuore, muscoli, sangue freddo. Ogni volta in cui metto alla prova me stesso non lo faccio mai consapevolmente ma grazie a quella commistione di stati di fatto che chiamiamo contingenza. Mai una decisione ferma, al solo scopo di migliorare me stesso…“Figuriamoci, sto bene così, cosa vorrei di più?” Tutto vorrei, tutto potrei, tutto e anche di più se, almeno una volta decidessi di buttare sul tavolo da gioco ciò che ho, senza nasconderlo. La bici da corsa non tradisce: ti spinge fino dove puoi e oltre, come avessi un gancio attaccato all’anima che la (e ti ) spinge oltre ogni possibile limite. La bici è una scusa, ma è pur sempre vita, o parte di essa; è rifugio, è voglia di vincere la partita con una certa parte di vita che non c’è. Non posso trovare pretesti, non posso avere paura. E poi, paura di cosa? Di cominciare a sentirmi uomo? Di smetterla di credermi felice solo quando ho i piedi piantati al terreno? Non posso avere paura di ciò che mi aspetta sul lavoro nei prossimi due mesi, non posso nemmeno aver paura di un incontro, non posso temere di guardare la mia vita, prendere una direzione diversa. Neanche dovessi scalare una montagna: non è una montagna, è semplicemente una salita; che la percorra sulla bici, a piedi, o solo con la testa rimane pur sempre una stupida salita. Tanto poi ce ne sarà un’altra. E un’altra ancora. Tanto vale rischiare.

 
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domenica 26 maggio 2013

Contrappasso

C

onosciamo tutti ( o quasi ) la legge del contrappasso. In parole povere, sei colpevole di qualcosa e ti viene inflitta una pena contraria alla colpa. Rimanendo in tema di “mal comune mezzo gaudio” scopro con piacere di non essere il solo a provare piacere nell'attività dell'auto-fustigazione. Solitamente infatti, amo farmi male negandomi la possibilità di godere, di provare soddisfazione, di vivere. Ecco, nel mio caso il contrappasso non attacca. Trovo invece una speciale corrispondenza con il comportamento di coloro che sono colpevoli del non voler pensare, del non riuscire a rimanere fermi per timore di sentirsi soli. Quale pena viene inflitta loro? O meglio, quale pena decidono di auto-infliggersi? Per contrappasso, applicano la peggiore possibile, ovvero vivono una vita piena di vita, tanto piena da non saperla più gestire, convinti che questo sia il modo giusto per stare bene, per essere felici. Prendiamo ad esempio mia madre. Lei non ha età, lei è una donna viva la cui età anagrafica non consente più di tanto di soffermarsi a pensare alla vita futura. Chissà cosa pensa una persona anziana quando la propria esistenza ha in gran parte esaurito il download. Ma vedo mia madre e per quel poco che vedo, noto la sua iperattività come legge alla quale non può sottrarsi per paura di pensare. Ricordo anche di un'amica la quale un giorno mi disse: “Non posso averti come amico, non puoi pretendere la mia amicizia per il semplice fatto che sono troppo impegnata a vivere.” Se si fosse fermata, per lei sarebbe iniziata la fine . A questo punto mi consolo, per il semplice fatto di aver scelto una pena commisurata alla mia colpa. E auto-punendomi rimango me stesso, nel mio personale masochismo, nella mia ostinata sopravvivenza. Mi duole invece osservare chi si flagella in questo modo così turpe; provo persino un po' di compassione. Non mi voglio addentrare ulteriormente, questo mio spazio è del tutto libero, qui posso dire le cose che voglio senza ovviamente offendere nessuno. Ma questo fatto del contrappasso mi ha spinto a buttare giù queste poche righe. Anche tu mamma, perché ti ostini a punirti di una pena contraria alla tua colpa? Che poi, colpa non è. E' semplicemente il non voler accettare il fatto che pensare è un atto di coraggio, di accettazione. Se i pensieri sono grigi o ancor peggio neri, non sarà uccidendoti di vita che li scaccerai. Mia madre non ci sente. Da che pulpito viene la predica, vero? Ma evidentemente, era giusto distinguere, nella miriade di masochisti, autolesionisti e mascherati d'ordinanza, di che tipo di pena quotidiana essi vivono. Anzi, sopravvivono.

 
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domenica 14 aprile 2013

Passaggio di consegne

E

’ sempre tutto vuoto ma è un vuoto diverso. Farei meglio a dire che è differente la percezione che ho di esso. E’ fantastico vedere le cose da un diverso punto di vista, fantastico ed insolito per uno come me da sempre fossilizzato sulla stessa focale del mondo. E’ un’esperienza nuova, dettata da situazioni contingenti non proprio belle ma, come già dicevo ieri, utili se colte nel loro significato più profondo. Il mondo ora cede il trono alla paura ed è lei il mio nemico più grande. Istintivamente mi aggrappo al tempo, anche quello che sembra inutilmente perso nel lungo fissare il soffitto od il solito schermo luminoso. Sento il bisogno di aria, sento la necessità di uscire e di passare le mie giornate libere facendo qualcosa che sia anche solo una semplice passeggiata. Passata è la tempesta emotiva o almeno è quel che credo visto che il mondo è bello perché vario. Sento di essere pericolosamente vulnerabile quando si tratta di pensare non più alla mia solitudine, non più alle entità bensì al tempo che fugge. Indubbiamente sono ancora provato da ciò che è accaduto qualche giorno fa dunque stento ad essere obiettivo. Ora il problema si chiama: paura del tempo che vola; soprattutto su chi mi è vicino, molto vicino. Ho ancora tempo, hanno ancora tempo. Certo. Mi viene da ridere al solo pensarlo ma tutti sappiamo quanto sia efficace la retorica sul tempo; tutti possono parlarne, tutti giungeranno alle solite conclusioni. “Dobbiamo approfittarne, godiamoci la vita, tutto passa in fretta”. Di sicuro io non sono un esempio di procacciatore di esistenza felice, non faccio nulla per rendere la mia, migliore di quello che è. Ma sono un vigliacco,fragile, e dietro ad ogni mio silenzio si nasconde il timore del peggio. Per anni sono andato a dire in giro di essere un realista; non sopportavo essere tacciato di pessimismo. Sono un incompiuto pieno di desideri e di voglia che cadono ancor prima di aver provato a volare. Non si cambia se non con i fatti, e credetemi, sono stanco di parole. Lo dico ora, poi come sempre tornerò sui miei passi; nonostante questo vorrei anche passare per un uomo con delle passioni, dei sogni, e non il solito impalato. Mi piace immaginarmi così, mi fa sorridere e mi regala pure un senso di sicurezza. E’ ciò che si chiama speranza: sapere di essere quadrato ma ambire a diventare rotondo, alla faccia dei proverbi e delle credenze popolari. Paura permettendo.

 
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sabato 29 settembre 2012

Fase quattro.

C

i ho provato ad evitare il post del Sabato sera. Se sono qui il motivo è il solito, trito e ritrito. Vi pare sia il caso di stare a ricalcarne le cause? Avevo in mente di scrivere qualcosa in merito alla fase 4. Da quando è iniziata l’avventura Torinese, questa è sicuramente la più importante, soprattutto per la solita densità di incertezze e tensioni che porta con sé. Chissà perché quando parlo del mio lavoro, uso l’espressione “avventura Torinese”; sembra io abbia la consapevolezza che si tratti di qualcosa di passeggero destinato prima o poi a finire ( o meglio a cambiare). Probabilmente nel mio inconscio avverto un recondito desiderio di avvicinamento, di miglioramento della mia attuale situazione di vita. E non sarebbe nemmeno del tutto assurdo, no? Sarebbe dunque opportuno che il passo che sto per compiere andasse nella giusta direzione verso una ritrovata serenità, almeno sul posto di lavoro. Si dice che ci sono cose o persone per le quali si prova un rapporto di odio-amore. Lo sportello è stata una di quelle cose. L’ho maledetto, ma l’ho amato esattamente come si ama e si odia qualcuno di cui non ci si riesce a liberare. E come sempre accade, è arrivato al momento giusto: non posso negare che ho ricavato un gran beneficio dal contatto con il pubblico. Per quanto diversificata e a volte davvero ingestibile, l’utenza così variegata ti aiuta a gestire le tue soglie di sopportazione, i livelli di ansia; talvolta fa miracoli rendendo loquace anche il più ostinato dei timidi. Di contro, ho sempre guardato al back-office come un luogo più difficile da vivere, soprattutto per ciò che concerne i cosiddetti “tempi morti”. Ma come sempre, la domanda che dimentico di pormi è: “Cosa è meglio per te, Enzo?”. Sei convinto che la strada sia quella giusta? Avverti un senso di leggerezza a pensarti nella nuova dimensione oppure no? Non lo so. Ma, di certo provo le stesse emozioni che mi assalivano ad ogni nuovo step di questa avventura. Fino ad ora, il tempo mi ha detto che l’ansia non aveva giustificazione alcuna di esistere, che poi tutto è andato bene. Sono maturato, mi sono fatto le ossa via, si parte. Concludendo, è un dato di fatto che proprio il lavoro continua a rappresentare l’unico aspetto in evoluzione di questa mia scarna esistenza. Per i sentimenti, c’è ancora tempo. Si, ma quanto?

 
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domenica 20 novembre 2011

Dai, e prendilo quell’aereo..


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timoli stimoli e stimoli. La questione è tutta lì. Dove ci portano? Lontano, e ne sono convinto. Prendete la mia atavica paura di volare; non ci ho mai dato peso, soprattutto quando la mancanza di finanze ti impediva persino di immaginare un ipotetico viaggio. La giustificazione era pronta: non ci sono soldi, ho paura e tanto non posso permettermelo. Prendete ora la mia voglia di viaggiare e di liberarmi delle ragnatele che da tempo mi stanno avvolgendo. Aggiungete la sopraggiunta e tanto agognata indipendenza economica. Posso farlo! Oh Dio, adesso non posso più farne a meno, devo farlo! Non ho più scuse. Ora, non sempre il desiderio di conoscere posti nuovi può risultare sufficiente. Con chi farlo? Da solo? Ci può anche stare ma nonostante ne abbia più volte ventilato la possibilità, stento a convincermi. Da qualche tempo mi sto divertendo ad usare Skype. Vincendo la mia proverbiale timidezza sono passato dalla semplice chat, a quella vocale e finalmente all’uso della webcam. Mi diverte! Non ho molto tempo per stare ore in video ma mi piace l’idea di poter dare una mano al mio Inglese malato e allo stesso tempo fare nuove conoscenze. Lo stimolo sta lì. Se come molti affermano, il senso di un’amicizia sta anche nella concreta possibilità che ad essa si dà di diventare reale, perché limitarsi in nome dell’atavica paura? Io sono un diesel. Ce ne impiego eccome di tempo a carburare: i miei passi sono lenti, compassati. L’esperienza di questo 2011 mi dice che non c’è spazio per programmi a lungo termine. Ma la fantasia, quella, non mi manca. E allora mi concedo di immaginarmi seduto ( e terrorizzato ) all’interno di un aeromobile pronto a spiccare il volo. Non so quante volte avrò fatto questo discorso. Il post l’ho scritto per parlare di stimoli: quelli ci sono, non ci sono dubbi; a questo punto non posso fare altro che vincere la paura. Anche per dare un senso alle nuove conoscenze, anche per scoprire che se si può, si deve. Probabilmente questo articolo rimarrà come sempre lettera morta, rimarrà lì tra le tante cose dette e mai realizzate. Ma, tra viaggi devastanti su Trenitalia e fine settimana all’interno di quattro mura, qualche stimolo in più dovrei averlo.

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giovedì 14 luglio 2011

Il giorno più lungo

I
l 14 Luglio di un anno fa dedicavo un post a questa data, ricordando un piacevole incontro a coronamento di una bella amicizia epistolare. Esattamente 365 giorni dopo mi tocca “celebrarla” nuovamente, per ben altri ( e meno piacevoli) motivi. Mentre stamattina, immerso nella pace delle 5.45, attraversavo a piedi i viali silenziosi che mi conducono alla stazione ho avuto modo di pensare: “ Ho percorso, mi dicevo, questo viale quel caldissimo 14 Luglio del 2003”. Ero sereno. “Ora invece avverto un mix di sensazioni tra lo sconcerto e la rassegnazione”. Venti minuti mi separano da casa al treno e guardando qua e là i palazzi ai lati del viale continuavo a chiedermi il perché. Perché di tutto questo susseguirsi di eventi concentrato in così poco tempo, perché un disegno così preciso e dettagliato da impedirmi di individuarci un seppur minimo errore. Tutto sembra perfettamente organizzato affinche’ io pure debba raggiungere livelli di perfezione mai pensati. Affinchè io possa attraversare questo mare in tempesta con la sola forza della mente. Oggi sapevo che sarebbe stata una lunga giornata. Probabilmente il giorno più lungo da quel 2 Ottobre, quando mio zio se ne andò. Sapevo che oggi sarebbe stato difficile lavorare e fare la solita bella faccia. Ho prodotto molto come al solito, molto più di altri. Ma a darmi la spinta non è certo il senso del dovere. Lavorare lontano da casa, in attesa di notizie, potendo a malapena distrarsi da un maledetto lavoro per il quale ti chiedono di dare tutto in nome di un obiettivo, diventa snervante. Le notizie sono arrivate, e non sono così belle. Oggi ho toccato il fondo. Ho mangiato poco e male, sono uscito dall’ufficio scegliendo una passeggiata rigenerante che si è però rivelata un boomerang. Il caldo e il mal di testa hanno fatto il resto. Non credo, anzi sono sicuro che questo 2011 non mi darà tregua. Sono ben lontano dall’Enzo forte che si beava della propria capacità di gestire tutto, anche solo per la necessità di aiutare chi ha bisogno. Il giorno più lungo. E chi si dimentica questo 14 Luglio. Ti ho celebrato di nuovo, evidentemente dovevo farlo per sfogarmi come sempre. Io comunque continuo a chiedermi il perché di tutto questo, conscio del fatto che non avrò risposte. Ma sapete, fermarsi anche solo dieci minuti nella disperata ricerca di una spiegazione mi fa sentire padrone della situazione. Anche se so bene quanto poco o niente dipenda da me, da noi in generale. Sono sul 16.20, preso al volo. Non so cosa pensare. La nave tiene, ma temo cominci ad imbarcare acqua.

mercoledì 16 marzo 2011

La ragnatela

D
irei che ho bisogno di scrivere. E devo farlo in fretta, prima che la batteria mi muoia tra le braccia. E’ una di quelle giornate alla fine delle quali, vorresti avere subito la possibilità di sfogarti, di chiedere consigli, di raccontare le mille emozioni vissute in poche ore. Ma non posso farlo, almeno fino a quando non varcherò la porta di casa e finalmente troverò ciò che cerco. Eccomi qui, allora. Il mio blog è la mia piccola stanza buia illuminata solo dalla lieve luce di una candela. Ci sono solo io. E i miei pensieri. Che dire. Si può nell’arco di otto ore lavorative passare dal massimo dell’esaltazione per la propria efficienza, all’inconscio timore di non aver poi fatto abbastanza? Non ascolto la mia coscienza e faccio male. Perché quello che mi dice è che io come sempre, dò il massimo se non tutto. E allora chi mi inculca quella stupida paura? La risposta la trovo ancora una volta dentro di me: ciò che mi frega è cio’ che io dimostro di essere. Sempre. Disponibile, capace di quell’unico movimento della testa che corrisponde all’annuire. E dunque, da qui la convinzione ( o meglio, la paura ) che io debba sempre dare il massimo, anche quando sembra non mi venga chiesto. E allora vai con i sensi di colpa: “ Ma avrei dovuto fare anche quello?”, “Ho fatto poi realmente tutto il possibile?” “ E se venissi giudicato male per il mio comportamento?”. Paure, probabilmente ingiustificate, assurde che stanno già minando un lungo ponte che voglio invece vivere in totale relax. Passo davvero per stupido, me ne rendo conto. Ma dovevo pur parlare, dovevo pur raccontare, esternare tutto. Non mi preoccupo di risultare a tutti gli effetti un paranoico. E che così facendo pongo sempre le basi per vivere male. E dire che tutto è tremendamente chiaro: mi fa paura il fatto di aver già scoperto le carte. Voi pensate che riuscirò a liberarmi di questo piccolo momento fino a Lunedì? O finirò con il preoccuparmi di un’ eventuale rimostranza al mio ritorno? E se invece io passassi quasi per megalomane? Magari la mia presenza o la mia assenza in un momento importante non sarà neanche stata notata. Beh, che dire, a creare il solito sconquasso è sempre la stessa incredibile, assurda paura. Che sotto certi aspetti è motivata visto che io sono ancora sotto “periodo di prova”. Ma il problema sta da un’altra parte, questo è chiaro. Il problema come sempre è dentro di me. Ah, quasi dimenticavo..Tra le sensazioni di oggi merita menzione il fatto di essermi sentito così utile alla causa da pensarmi idiota. Liberarmi della ragnatela che mi sono tessuto intorno negli anni non è facile; ho lavorato molto per rendermi un uomo maturo che ancora però deve imparare tanto dalla vita. Può essere che tutto quello che sta accadendo piano piano mi aiuterà a liberarmi dell’intreccio di fili che mi avvolgono. Che arrivi presto il 20 Giugno.


lunedì 15 novembre 2010

E’ tutto un bluff

A

Parigi avevo acquistato uno di quei soliti souvenirs di cui si conosce bene l’inutilità. Per la precisione avevo comprato a Montmartre una minuscola Torre Eiffel da utilizzare come portachiavi. Ieri ho visto quella torre spezzarsi in due tronconi giacchè la forza che ho impresso nel lancio dell’oggetto l’ha quasi disintegrata. Ieri ho fatto “Bum!”. Ieri sono esploso in una rabbia della durata di non più di cinque minuti e in quel mentre ho desiderato con tutto me stesso di essere altrove. Volevo trovarmi all’interno di uno di quei grandi capannoni abbandonati sperduti nelle campagne ove nessuno ti può sentire, ove lanciare in aria un urlo soffocante potrebbe al massimo rompere qualche vetro già ormai venato. Ho finalmente tolto il detonatore e, in men che non si dica, tutto quello che in questi mesi ho accumulato in termini di frustrazione, rabbia sopita e “modus agendi” finalizzato al quieto vivere, è venuto fuori. Intorno a me però non c’erano mura desolatamente riempite da graffiti, vetri venati, qualche siringa ed erbacce. Intorno a me avevo persone, cuori, anime, occhi. Avrei voluto uscire, fare “bum!” in totale solitudine poi, magari, tornare a casa facendo credere di essere andato a fare una piacevole passeggiata. Possibile che la mia tanto decantata serenità interiore su cui sto lavorando ancora, si stia rivelando un vero e proprio bluff. E’ un bluff perché fino a che l’animo sereno è tale non a causa di qualcosa che così lo rende bensì a titolo di necessità ( quieto vivere n.d.r. ), allora tutto è finto. E’ tutto un bluff. Sto bluffando con me stesso, continuo ad autoconvincermi di tante, troppe cose che in realtà non sono vere. Di vero c’è solo il lavoro su me stesso, quello si. Ci sto dedicando anima e anima, ma, ho paura di avere ancora da raschiare in fondo al barile. Continuano ad assalirmi paure ingiustificate, timori, ansie di ogni tipo, gli stessi fantasmi che sono tornati a trovarmi a distanza di circa tre mesi. Tutto è ciclico. Va via per poi tornare ed io improvvisamente perdo la corazza che mi sono costruito a fatica, abbasso le difese e lascio che tutto mi travolga. E’ curioso, ma del tutto istintivo, ciò che accade in questi frangenti. Improvvisamente la mia mente comincia a visualizzare delle immagini, dei volti: sono quelli di quelle persone che, vorrei affrontare in quel momento per dire loro che, una parte dei miei malesseri ( seppur piccola) è anche causa loro. Non meritano attenzione, lo so, ma è come si trattasse di un riflesso incondizionato, mi si ripresentano come quando mangi qualcosa che non digerisci. A loro rivolgo il mio più cordiale vaffanculo. Ora che ho fatto “Bum!” torno a bluffare, torno a far credere a me stesso (agli altri poco importa) di avere imparato la lezione, di aver capito tutto. Fino alla prossima volta.

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domenica 10 ottobre 2010

Io non ho paura

In questa settimana dominata dal silenzio (eccezion fatta per il compagno martello pneumatico) ho portato a termine il mio programma di preparazione all’orale con dovizia e sufficiente tranquillità. Il telefono spaventosamente muto e l’assenza del solito viavai per la porta di casa hanno giocato un ruolo determinante. Ho atteso questa domenica, volevo riposare un po’ ed approfittare per mettere il naso fuori di casa: la giornata è piuttosto soleggiata e malgrado per la testa mi ronzino continuamente nozioni di diritto, me ne andrei a fare una bella gita in campagna. Sarebbe bellissimo, in compagnia della mia due ruote. Magari, dico io…magari! Lei è là, avvolta dal suo telo antipolvere. Anch’io sto ammucchiando polvere, mi si sta formando una sorta di ragnatela lungo tutto il corpo fatta eccezione per il cervello che, è sempre in costante, perenne, irrefrenabile movimento. E così, questa Domenica rifletto sul fragore dell’ autunno che in un attimo ha scalciato via gli ultimi ricordi estivi catapultandomi in una realtà fatta di tristezza e smarrimento. Che dire, lo spettacolo deve andare avanti. Ogni giorno lo sguardo punta dritto, la mente non ha scampo, gli obiettivi sono lì e possibilmente devono essere raggiunti, ne va della mia autostima. Il rinforzo porta motivazione e questa, forza di volontà, elemento indispensabile per mantenere un certo equilibrio emotivo. Incredibile: è davvero incredibile quanto io sia cambiato in questi ultimi anni. Lo so, sono ripetitivo, noioso fino allo stremo, ma un minimo di autocelebrazione mi deve essere consentita. Avessi capito prima quanto fosse essenziale non perdere mai di vista l’obiettivo, quanto fosse deleterio e distruttivo lasciarsi trasportare dagli eventi (anche i più insignificanti ) oggi, forse, sarebbe tutto diverso. La serenità di questi “anta” sta proprio in questo: consapevolezza, elaborazione delle situazioni nel modo migliore, valorizzazione del presente. Niente più rimpianti né rimorsi. Allora, amici lettori, ho ancora una settimana di tempo per presentarmi in condizioni dignitose davanti alla commissione d’esame. Non ho paura. Ho solo voglia di dimostrare a me stesso che posso, se voglio, dare sempre molto. Il giudizio degli altri? Poco importa se sarà una commissione a dovermi giudicare, loro si accontenteranno di un po’ di nozioni. Io ho già vinto e non ho paura.

giovedì 30 settembre 2010

I colori del tempo

384_00004d5eb55530477ac7e4451970ea87Sento di non essere connesso al mondo. Anche questa notte ho dormito male: le ore serali mi regalano mal di testa, fiacca e freddo. Ho sperato la mia temperatura salisse in modo da cacciare via tutto, ma niente. E così passo l’intera notte sotto un paio di coperte, senza febbre ma irrigidito nel corpo e così mi sveglio pieno di reumatismi. Ma chi se ne può importare della mia condizione: queste sono perfette scemenze a fronte di situazioni di una certa gravità. Immaginando mio zio intubato a 900 chilometri di distanza e mia zia fuori da ogni senno, tutto appare innocuo, inutile. Quando hai timore che durante la notte possa arrivare una telefonata, ti accorgi di come, il tempo e le sue fasi si tingono dei più diversi colori e abbracciano le più diverse emozioni. L’arrivo della stagione fredda mi rende piacevole il momento della sera, il graduale avvicinamento al tanto agognato riposo, soprattutto mentale. Mi piace “dipingere” questa fase di un intenso color marrone. Casa  mia è un casino: il telefono squilla come all’ufficio prenotazioni di un qualsiasi ospedale, il tono delle voci è sempre alto, altissimo. C’è un rumore di fondo perenne che non riesce a spezzare nemmeno il sacro momento della cena. La televisione in quel frangente parla, parla, parla , dice anche un sacco di cose interessanti ma nessuno, davvero nessuno riesce ad ascoltarla; un inutile spreco di energia. Ma cosa avremo poi da dirci noi quattro? Beh, niente che non abbiamo detto la sera precedente, niente che non riguardi l’ansia, le preoccupazioni, i problemi di tutti i giorni. Questa è la fase gialla, un giallo accecante. Ci sono dunque momenti di irreale silenzio, che per altro non si riescono a “vivere” perché appartengono al mondo della notte, e dei sogni. E allora ben venga la sera, ben venga soprattutto la notte. Non mi importa di non essere pienamente cosciente del mio momento di serenità, l’importante è che arrivi. E il buio della notte è di un nero lucido. Negli ultimi tempi, per i motivi sopra esposti quel nero ha perso un po’ del suo smalto, fino ad opacizzarsi. Sto piano piano riaprendo la piccola valigia di ricordi silenziosi accumulati durante le mie uscite in bicicletta. Chiudo gli occhi e mi soffermo su quei precisi istanti in cui riuscivo a respirare solo pace. E’ l’azzurro più azzurro. E vado avanti, in attesa di momenti migliori e di altre sfumature.

giovedì 16 settembre 2010

Gli esami non finiscono mai

Libro-1Provo un senso di grande nostalgia nel leggere gli articoli di alcuni amici blogger che frequentano l’Università. Anch’io sono stato Universitario, ho vissuto le emozioni che ogni esame nel bene o nel male regalava: le farfalle nello stomaco, l’ansia della prestazione, l’ineguagliabile senso di leggerezza quando il professore si accingeva a firmare il libretto. Tutto è sempre sembrato normale, la paura, il timore costante di non farcela. Succede però che ad un certo punto del cammino qualcosa si bloccò e, improvvisamente, quello che fino a prima rappresentava la normalità divenne impossibile. Cominciai, forse anche per una serie di situazioni contingenti, a sentirmi sempre meno pronto ad affrontare un esame. D’un tratto la data dell’appello acquistava ( nei giorni immediatamente precedenti ) un tetro significato: sembrava cioè dovessi apprestarmi ad affrontare il patibolo. La paura portava insicurezza e l’insicurezza ancora maggiore paura. Come era possibile che una persona la quale aveva sostenuto venti esami con successo, d’improvviso cominciasse a sentirsi incapace di affrontarne altri? Prese dunque il via quella fase di stallo in cui cerchi di capire dove sta il problema; e spesso, se la mente non è lucida giungi alla conclusione sbagliata, ovvero: “Non sono più in grado”. Ad errori di valutazione seguirono ulteriori prese di coscienza errate; io e l’Università finimmo con il diventare anacronistici. “Che ci sto a fare io lì? “ “Non ho più l’età ormai”. La precarietà lavorativa che tutto questo ha prodotto mi ha portato a vivere momenti di grande difficoltà. Tensioni familiari, momenti di sconforto ai quali però non ho mai permesso di sconfiggermi. Piangersi addosso, stare immobili in attesa che qualcosa cambi, è la soluzione peggiore possibile. Quando ho intrapreso la strada dei Concorsi pubblici, ho riscoperto (nonostante si sappia quanto è difficile raggiungere l’obiettivo ) il gusto di rimettermi in gioco. Studiare, soprattutto riconoscermi ancora in possesso di dialettica e nozioni costituisce una piacevole scoperta. Ritrovarmi ora, (nonostante la costante precarietà), lì, presente in molte graduatorie, riscoprirmi capace di superare il timore della prova, in poche parole, riscoprirmi capace, restituisce quel senso di rispetto e di autostima che ritenevo ormai perduto. Gli esami dunque, non finiscono mai. Spesso mi chiedo quando avrò il piacere di leggere qualcosa per puro diletto che non sia perciò finalizzato all’apprendimento. E chissà che un giorno io non mi ritrovi in quell’aula universitaria esclamando a testa alta: “Ce l’ho fatta”. A tutti i miei amici blogger Universitari, auguro il meglio.

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