ono sulle gambe, ma pur sempre vivo e combattivo. Nessuna concreta prospettiva di miglioramento, nessun progetto tale da spingermi a lottare, sto solo facendo ciò che corpo e mente richiedono per sopravvivere. Sono istinto, riesco abilmente a non soffermarmi troppo sulle singole problematiche. Quando sento di avere energia sufficiente divento una macchina potente, tutta muscoli e cuore ( inteso come passione ). E tutto serve a questo mondo per stare con la testa fuori dalle sabbie mobili quotidiane. Non è più una sfida con il tempo, è solo lotta con se stessi. E' con se stessi che poi si gioisce, di se stessi si diventa orgogliosi. Non si fa fatica a capire che in questa eterna fase della mia vita sono sempre più solo, di una solitudine neanche cercata, ma di sicuro necessaria. Ho strettamente bisogno di questo, di sentirmi protagonista della lotta, non ho tempo per smancerie, superficialità; so che intorno, cercando bene, troverei persone potenzialmente capaci di darmi affetto ma ora non ne sento la necessità. Non me ne voglia nessuno, in fondo mi duole ricordare un concetto già ripetuto fino allo sfinimento. Amicizia utile. Vedete, faccio i conti con la mia umoralità: ieri sera sono improvvisamente sprofondato nello sconforto, questione di qualche ora. Sufficiente però a fare la solita carrellata di facce, il solito “rewind” su parole, promesse, assenze. Poi, l’odio. O meglio, l’avversione verso ciò che non c’è, non è presente in quell’esatto momento, in quell’istante in cui solo un abbraccio ben dato può rigenerarti. Tutto passato, in fondo la notte arriva per questo, per darti la compagnia silenziosa di un amico invisibile. Forse tra qualche mese tornerò sui miei passi, forse avrò nuovamente bisogno anche solo di una presenza virtuale ma ne dubito davvero. E’ ancora tutto sfuocato, ho solo paura di non godere appieno di questi due mesi come vorrei, magari solo pedalando oppure lasciando che il sole dipinga sul mio viso un po’ di spensieratezza. Ma sto lottando. A volte penso che non si può avere tempo materiale per essere amico di qualcuno, non esistono regole nella vita. Si può essere soli ma non certo per non avere letto il manuale d’istruzioni su come annaffiare l’orticello dell’amicizia. Sono balle ragazzi. La vita è casualità, non ci sono programmi, l’amicizia non è una pianta. Lascio tranquillamente che sia, per fortuna non esistono regole da rispettare. Sono solo ma mi assolvo per insufficienza di prove e vinco. Ancora.
giovedì 20 giugno 2013
mercoledì 29 maggio 2013
Bandiera bianca
eve andare così. Alzare bandiera bianca quando l’avversario si chiama destino non è poi così disonorevole. E non è mai una resa vera e propria, il fato quotidiano è solo una delle tante battaglie che fanno della nostra vita una vera e propria guerra. Il buon Seneca diceva:“Il fato guida chi lo accoglie e trascina chi lo combatte”. Possiamo dargli completamente torto? Ma quando al termine di ogni battaglia la conclusione finisce con l’essere sempre la stessa (non ci ho capito niente), beh non resta che adeguarsi. Inaspettatamente il lavoro sta diventando un problema. Prima era semplicemente un “falso”. Ora che stavo metabolizzando fisicamente gli spostamenti continui, ora che stavo facendomi una ragione della mia non-vita, ci si mette pure il lavoro. Detto così sembra che fino ad ora io mi sia coccolato dietro una scrivania; niente di più falso. Solo che adesso è arrivato il tempo delle novità, di chi arriva e deve per forza sconvolgere tutto, credendo di rappresentare il nuovo. Io so già cosa mi aspetta e sebbene abbia imparato la lezione, ho paura. Ho paura di me, della mia fragilità, dei miei pensieri quando tutto sembra travolgermi. La mia mente parte in quarta e vola verso i lidi tanto sognati e mai raggiunti: condivisione, allegria, pacche sulle spalle. Poi quei pensieri tornano beffardamente a colpirmi il cuore, come un boomerang. Tornano vuoti, privi di speranza, di consistenza. Sono amari. Amaro come il mio umore di oggi, come la mia voglia di iniziare quel percorso di silenzio distruttivo che tanti hanno calpestato allontanandosi da me. C’è una bandiera bianca che sventola di fronte a questo generale impietoso che sembra avere tutte le carte in regola per vincere la guerra. Eppure in questo “deve andare così” c’è a volte la soluzione salomonica ai milioni di perché che costellano la mia giornata, alle milioni di mancate risposte che mi porto a letto nella speranza di un domani diverso. Pare semplice per qualcuno minimizzare ma rispetto pienamente le opinioni di tutti: perché tutti, chi più chi meno viviamo quotidianamente la battaglia. Poiché non voglio pretendere di essere capito, ancor meno amo sentirmi commiserato e odio sentirmi dire le solite frasi di circostanza, penso che il silenzio distruttivo abbia una ragione di essere. E’ la giusta via di mezzo tra rispetto per se stessi e considerazione dell’altro senza sfociare nella banalità. Deve andare così. E chi vede solo negatività in questo articolo non ne ha afferrato il senso vero.
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sabato 23 marzo 2013
Sarà destino
iciamo che nella mia vita ci sto bene fino a che non guardo l’erba del vicino. Trattengo l’invidia perché mi fa male, ma l’occhio dall’altra parte ce lo metto eccome. Poi ritorno sui miei passi e penso che ognuno di noi percorre ( ed ha percorso ) una strada che gli era stata preparata. Non posso non essere fatalista, anzi devo, perché il solo accettare l’idea del libero arbitrio scatenerebbe una quantità industriale di sensi di colpa. Ma l’atteggiamento fin troppo difensivo e compassato di questi ultimi giorni è frutto di una (spero non temporanea ) accettazione del fato. Che non vuol dire rassegnazione ma consapevolezza di aver fatto quanto possibile. Almeno fino al punto in cui la strada è stata (e sarà) un lungo, lunghissimo rettilineo. Stamattina pensavo al futuro, non so se immediato o prossimo. Non erano pensieri belli, di quelli che ti fanno luccicare gli occhi dalla felicità e dire che la vita poi, è bella. Erano i soliti pensieri, quelli che hanno le radici nella terra più profonda, che sono maledettamente veri perché tragicamente possibili. E ti chiedi se avrai mai la forza di superare tutto, anche l’irreparabile. Basta, era solo un pensiero. Ritorno a guardare le vite altrui non certo per consolarmi perché non amo chi vive della teoria per cui qualcuno al mondo sta sempre peggio di noi. E non amo neppure chi, senza nemmeno conoscerti vuol farti credere che la vita è bella e basta prenderla con il sorriso sulle labbra. Sto dunque navigando nel mare del “non chiedere per non aspettare” e del “non dare per non pretendere”. Un equilibrio che mi libera delle scorie del recentissimo passato incazzato e anche un po’ codardo. Non so se sono realmente io, se si tratta della solita maschera. Ho avuto molta voglia di piangere durante quest’ultima settimana. Mi sono chiesto che differenza passi tra caso e fortuna. E se si possa ragionevolmente affermare che, un evento obiettivamente favorevole ( non direi fortunato ) possa arrecare più danno che vantaggio. Irrazionale no? Eppure io sono convinto che a volte la scelta non la devi fare tu, ma la fa qualcuno ben più potente di te. E tu da misero uomo quale sei, pensi : “Sono stato fortunato!”. Peccato, quella strada da lì a poco, ti farà cambiare idea. Attenzione, trattasi di teoria dell’Enzo che, come si sa, è sostenitore del buon vecchio destino.
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mercoledì 26 dicembre 2012
“6 politico”
atale indenne, ora si punta al 2 Gennaio. Ci dormirò su e in men che non si dica sarà primavera. Uso l’ironia che torna sempre utile nei momenti bui oltre ad essere un ottimo antidoto per scacciare la rabbia preponderante quando la finzione viene portata all’esasperazione. Lo stato di calma apparente di questi giorni a casa ha persino portato una strana vena di romanticismo. Ho cominciato ad ascoltare canzoni melodiche. Triste no? Voi direte, sempre meglio che disperarsi o strapparsi i capelli che non ho. Si. Ricordo il pianto dirompente di non più di dieci giorni fa; mi resi conto che quelle lacrime avrebbero mitigato il mio astio per il Natale. Ora sembra tutto più semplice. Si tratta di superare lo scoglio del 31 Dicembre che per la prima volta, trascorrerò a casa come una qualsiasi serata dell’anno: la normale conclusione di un processo in parte voluto, in parte cercato. Vietato lamentarsi, opportuno cercare di isolare la mente ed il cuore dal resto del mondo almeno per qualche altro giorno ancora. Poi riprenderò la mia vita di sempre, i miei orari impazziti, le mie salite e discese, il mio inopinato tentativo di dare un senso alle poche ore di libertà, i miei fine settimana occhi in sù, a fissare il solito punto. Ci sono momenti in cui i nuvoloni grigi nel cervello lasciano intravedere uno sprazzo di sole. Distolgo l’attenzione dal quotidiano, da ciò che ho e non ho ora per immaginare possibili scenari di cambiamento. E mi prende il crampo allo stomaco perché realizzo che tutto o quasi potrebbe dipendere da me. Mi impegnerò a vivere in modo superficiale? Farò del mio meglio per considerare il prossimo come amico? “Signora, suo figlio è intelligente, ma non si applica”. Che bei ricordi. Non ero e non sono ambizioso. Il compitino bastava e avanzava allora, può bastare anche oggi. Perché a scuola c’era qualcuno che bene o male ti giudicava; oggi, il maestro sei tu e solo tu puoi darti un voto. Ho un rendimento altalenante, spesso e volentieri sbaglio e non imparo. Uso la penna rossa in continuazione, sottolineo con forza gli errori. Ma alla fine mi dò un bel 6. In occasione del prossimo compito in classe dovrei fare meno calcoli e studiare. Devo tornare sui libri, mamma mia è il mio incubo ricorrente! Ma non avevo appena finito di dire che mi lascerò trascinare dagli eventi? Devo probabilmente arrivare ad odiarmi, a bocciarmi. Me ne andrò da me stesso e vivrò.
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martedì 25 dicembre 2012
Scarabocchi
a felicità come la tristezza, non sono altro che momenti di straordinaria intensità emotiva di cui ignoriamo ( nostro malgrado) tempi e luoghi. Lo chiamiamo fato. Ne sono un accanito sostenitore, supporto la tesi secondo la quale è opportuno lasciarsi guidare dal destino piuttosto che cercare di combatterlo ad armi impari. Sto viaggiando scomodamente all’interno della mia personale barchetta chiamata destino da più di quarantaquattro anni non azzardandomi (quasi mai) a cambiarne la direzione. Che motivo avrei avuto di farlo quando nel fiore della gioventù il fato disegnava per me, forme dalle linee perfette? Sono sempre stato masochista fin da ragazzo ma, a darmi il giusto supporto in quegli anni era l’istinto, la voglia di vivere. Con il passare del tempo, il passo è diventato lento e la schiena per quanto forte ed allenata in palestra, si è curvata sotto il fardello delle esperienze. La nostra percezione del mondo cambia in modo strano. Abbiamo l’impressione che quelle forme perfette di un tempo siano ora scarabocchi incomprensibili di cui dovremmo rifiutarci di dare un’interpretazione. Se ce ne fregassimo, vivremmo come la maggior parte di coloro che definiamo: “fortunati”. Non so se chiamarlo masochismo, innata ambizione, irrazionale desiderio di chiarezza ma, nel pieno dei miei quaranta io mi sforzo di interpretare lo scarabocchio e non ne esco. Basterebbe pensare che quei momenti di straordinaria intensità ( felici o tristi che siano ) sono semplici scosse di cui spesso non abbiamo nemmeno la completa percezione. Domani è un altro giorno. Perché crucciarsi? Ecco che poi un giorno, una sera particolare, ti accorgi di quella forza devastante. Quell’ attimo è lì con te, ti strattona, ti possiede. Capisci che non è lì per caso; è frutto del percorso che tu stesso avevi tracciato: improvvisamente però, il baratro. Cerchi di scacciare quell’istante, lo spingi, lo cacci via. Pensi a domani, prometti a te stesso di non fidarti più delle tue azioni, di lasciare che il destino riprenda a spingerti dove vuole. Non penso smetterò mai di interpretare gli scarabocchi. Soffrirò per questo, lascerò che per colpa della mia ostinazione io viva momenti di totale infelicità. Farò leva sull’idea che la vita è un soffio e che anche la felicità potrebbe strattonarmi da un momento all’altro. Credetemi, me ne accorgerò.
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giovedì 19 gennaio 2012
Divine manovre
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sabato 17 settembre 2011
Ci vorrebbe il mare
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sabato 16 luglio 2011
Fallo da dietro
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sabato 25 giugno 2011
Coincidenze
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venerdì 24 giugno 2011
Il bastone e la carota
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venerdì 3 giugno 2011
Il ponte
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mercoledì 18 maggio 2011
Quella sporca ultima pratica
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martedì 11 gennaio 2011
La mano buona
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giovedì 12 agosto 2010
Solo….destino?
C’è un’altra forma di silenzio tanto lontana da quella che solitamente amo ricordare nei mei articoli, portatrice di così miracolosi effetti a livello interiore. Mi sto riferendo all’omertà fatta di frasi mai dette, di opinioni mai espresse, di quella mancata onestà che, al momento opportuno avrebbe (forse) dato un corso diverso alle cose, avrebbe salvato un’amicizia, perché no, anche un amore. Non è facile relazionarsi, spesso finiscono con l’incontrarsi realtà diverse, personalità opposte, differenti modi di vivere e affrontare la vita. Ma il destino, il banco, a volte vince e noi, giocatori d’azzardo nostro malgrado, all’interno di quel casinò ( ma andrebbe bene anche casino… ) che è la vita, ne prendiamo atto. Le combinazioni sono tante, troppe. Guai però lasciare che tutto venga affidato al caso, sarebbe un peccato accettare a priori ciò che il fato sembra averci riservato. Non tutti i rapporti iniziano e ( soprattutto ) finiscono perché “così doveva andare”. Io, personalmente cerco di farmi ogni giorno paladino del dialogo, della schiettezza, della ( anche se cruda) verità. Ancora una volta faccio considerazioni che muovono da esperienze vissute sulla propria pelle, situazioni in cui ( e ne sono anche responsabile ), il coraggio di parlare, anche un semplice “scusa”, avrebbe potuto cambiare ogni cosa. Quel silenzio che in certi frangenti ci pare la soluzione migliore è solo il punto di partenza dal quale ha origine tutta una serie di situazioni, equivoci, cui facciamo fronte con ulteriore, necessario silenzio. Come una miccia accesa che piano piano si avvicina all’esplosivo, tutto in un attimo salterà in aria, tutto finirà per essere detto, con l’acredine di chi lo ha conservato dentro per molto, troppo tempo. Perché arrivare a questo punto? Un’amica recentemente ha pubblicato un pensiero su Facebook in cui invocava alla comunicazione, quale ancora di salvezza. Non mi piace pensare che così doveva andare. Ma quanta fatica facciamo a stare in silenzio? Tantissima. Ma proviamo a riflettere: prepararsi consapevolmente una strada fatta di rimorsi, rimpianti e dolore non è ancor peggio? Meglio poter dire : “Ci ho provato, non era destino”. Ne guadagneremmo in salute e forse, saremmo orgogliosi di aver sfidato il fato.
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