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giovedì 20 giugno 2013

Un solo vincitore

S

ono sulle gambe, ma pur sempre vivo e combattivo. Nessuna concreta prospettiva di miglioramento, nessun progetto tale da spingermi a lottare, sto solo facendo ciò che corpo e mente richiedono per sopravvivere. Sono istinto, riesco abilmente a non soffermarmi troppo sulle singole problematiche. Quando sento di avere energia sufficiente divento una macchina potente, tutta muscoli e cuore ( inteso come passione ). E tutto serve a questo mondo per stare con la testa fuori dalle sabbie mobili quotidiane. Non è più una sfida con il tempo, è solo lotta con se stessi. E' con se stessi che poi si gioisce, di se stessi si diventa orgogliosi. Non si fa fatica a capire che in questa eterna fase della mia vita sono sempre più solo, di una solitudine neanche cercata, ma di sicuro necessaria. Ho strettamente bisogno di questo, di sentirmi protagonista della lotta, non ho tempo per smancerie, superficialità; so che intorno, cercando bene, troverei persone potenzialmente capaci di darmi affetto ma ora non ne sento la necessità. Non me ne voglia nessuno, in fondo mi duole ricordare un concetto già ripetuto fino allo sfinimento. Amicizia utile. Vedete, faccio i conti con la mia umoralità: ieri sera sono improvvisamente sprofondato nello sconforto, questione di qualche ora. Sufficiente però a fare la solita carrellata di facce, il solito “rewind” su parole, promesse, assenze. Poi, l’odio. O meglio, l’avversione verso ciò che non c’è, non è presente in quell’esatto momento, in quell’istante in cui solo un abbraccio ben dato può rigenerarti. Tutto passato, in fondo la notte arriva per questo, per darti la compagnia silenziosa di un amico invisibile. Forse tra qualche mese tornerò sui miei passi, forse avrò nuovamente bisogno anche solo di una presenza virtuale ma ne dubito davvero. E’ ancora tutto sfuocato, ho solo paura di non godere appieno di questi due mesi come vorrei, magari solo pedalando oppure lasciando che il sole dipinga sul mio viso un po’ di spensieratezza. Ma sto lottando. A volte penso che non si può avere tempo materiale per essere amico di qualcuno, non esistono regole nella vita. Si può essere soli ma non certo per non avere letto il manuale d’istruzioni su come annaffiare l’orticello dell’amicizia. Sono balle ragazzi. La vita è casualità, non ci sono programmi, l’amicizia non è una pianta. Lascio tranquillamente che sia, per fortuna non esistono regole da rispettare. Sono solo ma mi assolvo per insufficienza di prove e vinco. Ancora.

 
giustizia

mercoledì 29 maggio 2013

Bandiera bianca

D

eve andare così. Alzare bandiera bianca quando l’avversario si chiama destino non è poi così disonorevole. E non è mai una resa vera e propria, il fato quotidiano è solo una delle tante battaglie che fanno della nostra vita una vera e propria guerra. Il buon Seneca diceva:“Il fato guida chi lo accoglie e trascina chi lo combatte”. Possiamo dargli completamente torto? Ma quando al termine di ogni battaglia la conclusione finisce con l’essere sempre la stessa (non ci ho capito niente), beh non resta che adeguarsi. Inaspettatamente il lavoro sta diventando un problema. Prima era semplicemente un “falso”. Ora che stavo metabolizzando fisicamente gli spostamenti continui, ora che stavo facendomi una ragione della mia non-vita, ci si mette pure il lavoro. Detto così sembra che fino ad ora io mi sia coccolato dietro una scrivania; niente di più falso. Solo che adesso è arrivato il tempo delle novità, di chi arriva e deve per forza sconvolgere tutto, credendo di rappresentare il nuovo. Io so già cosa mi aspetta e sebbene abbia imparato la lezione, ho paura. Ho paura di me, della mia fragilità, dei miei pensieri quando tutto sembra travolgermi. La mia mente parte in quarta e vola verso i lidi tanto sognati e mai raggiunti: condivisione, allegria, pacche sulle spalle. Poi quei pensieri tornano beffardamente a colpirmi il cuore, come un boomerang. Tornano vuoti, privi di speranza, di consistenza. Sono amari. Amaro come il mio umore di oggi, come la mia voglia di iniziare quel percorso di silenzio distruttivo che tanti hanno calpestato allontanandosi da me. C’è una bandiera bianca che sventola di fronte a questo generale impietoso che sembra avere tutte le carte in regola per vincere la guerra. Eppure in questo “deve andare così” c’è a volte la soluzione salomonica ai milioni di perché che costellano la mia giornata, alle milioni di mancate risposte che mi porto a letto nella speranza di un domani diverso. Pare semplice per qualcuno minimizzare ma rispetto pienamente le opinioni di tutti: perché tutti, chi più chi meno viviamo quotidianamente la battaglia. Poiché non voglio pretendere di essere capito, ancor meno amo sentirmi commiserato e odio sentirmi dire le solite frasi di circostanza, penso che il silenzio distruttivo abbia una ragione di essere. E’ la giusta via di mezzo tra rispetto per se stessi e considerazione dell’altro senza sfociare nella banalità. Deve andare così. E chi vede solo negatività in questo articolo non ne ha afferrato il senso vero.

 
bandierabianca

sabato 23 marzo 2013

Sarà destino

D

iciamo che nella mia vita ci sto bene fino a che non guardo l’erba del vicino. Trattengo l’invidia perché mi fa male, ma l’occhio dall’altra parte ce lo metto eccome. Poi ritorno sui miei passi e penso che ognuno di noi percorre ( ed ha percorso ) una strada che gli era stata preparata. Non posso non essere fatalista, anzi devo, perché il solo accettare l’idea del libero arbitrio scatenerebbe una quantità industriale di sensi di colpa. Ma l’atteggiamento fin troppo difensivo e compassato di questi ultimi giorni è frutto di una (spero non temporanea ) accettazione del fato. Che non vuol dire rassegnazione ma consapevolezza di aver fatto quanto possibile. Almeno fino al punto in cui la strada è stata (e sarà) un lungo, lunghissimo rettilineo. Stamattina pensavo al futuro, non so se immediato o prossimo. Non erano pensieri belli, di quelli che ti fanno luccicare gli occhi dalla felicità e dire che la vita poi, è bella. Erano i soliti pensieri, quelli che hanno le radici nella terra più profonda, che sono maledettamente veri perché tragicamente possibili. E ti chiedi se avrai mai la forza di superare tutto, anche l’irreparabile. Basta, era solo un pensiero. Ritorno a guardare le vite altrui non certo per consolarmi perché non amo chi vive della teoria per cui qualcuno al mondo sta sempre peggio di noi. E non amo neppure chi, senza nemmeno conoscerti vuol farti credere che la vita è bella e basta prenderla con il sorriso sulle labbra. Sto dunque navigando nel mare del “non chiedere per non aspettare” e del “non dare per non pretendere”. Un equilibrio che mi libera delle scorie del recentissimo passato incazzato e anche un po’ codardo. Non so se sono realmente io, se si tratta della solita maschera. Ho avuto molta voglia di piangere durante quest’ultima settimana. Mi sono chiesto che differenza passi tra caso e fortuna. E se si possa ragionevolmente affermare che, un evento obiettivamente favorevole ( non direi fortunato ) possa arrecare più danno che vantaggio. Irrazionale no? Eppure io sono convinto che a volte la scelta non la devi fare tu, ma la fa qualcuno ben più potente di te. E tu da misero uomo quale sei, pensi : “Sono stato fortunato!”. Peccato, quella strada da lì a poco, ti farà cambiare idea. Attenzione, trattasi di teoria dell’Enzo che, come si sa, è sostenitore del buon vecchio destino.

 
destino1

mercoledì 26 dicembre 2012

“6 politico”

N

atale indenne, ora si punta al 2 Gennaio. Ci dormirò su e in men che non si dica sarà primavera. Uso l’ironia che torna sempre utile nei momenti bui oltre ad essere un ottimo antidoto per scacciare la rabbia preponderante quando la finzione viene portata all’esasperazione. Lo stato di calma apparente di questi giorni a casa ha persino portato una strana vena di romanticismo. Ho cominciato ad ascoltare canzoni melodiche. Triste no? Voi direte, sempre meglio che disperarsi o strapparsi i capelli che non ho. Si. Ricordo il pianto dirompente di non più di dieci giorni fa; mi resi conto che quelle lacrime avrebbero mitigato il mio astio per il Natale. Ora sembra tutto più semplice. Si tratta di superare lo scoglio del 31 Dicembre che per la prima volta, trascorrerò a casa come una qualsiasi serata dell’anno: la normale conclusione di un processo in parte voluto, in parte cercato. Vietato lamentarsi, opportuno cercare di isolare la mente ed il cuore dal resto del mondo almeno per qualche altro giorno ancora. Poi riprenderò la mia vita di sempre, i miei orari impazziti, le mie salite e discese, il mio inopinato tentativo di dare un senso alle poche ore di libertà, i miei fine settimana occhi in sù, a fissare il solito punto. Ci sono momenti in cui i nuvoloni grigi nel cervello lasciano intravedere uno sprazzo di sole. Distolgo l’attenzione dal quotidiano, da ciò che ho e non ho ora per immaginare possibili scenari di cambiamento. E mi prende il crampo allo stomaco perché realizzo che tutto o quasi potrebbe dipendere da me. Mi impegnerò a vivere in modo superficiale? Farò del mio meglio per considerare il prossimo come amico? “Signora, suo figlio è intelligente, ma non si applica”. Che bei ricordi. Non ero e non sono ambizioso. Il compitino bastava e avanzava allora, può bastare anche oggi. Perché a scuola c’era qualcuno che bene o male ti giudicava; oggi, il maestro sei tu e solo tu puoi darti un voto. Ho un rendimento altalenante, spesso e volentieri sbaglio e non imparo. Uso la penna rossa in continuazione, sottolineo con forza gli errori. Ma alla fine mi dò un bel 6. In occasione del prossimo compito in classe dovrei fare meno calcoli e studiare. Devo tornare sui libri, mamma mia è il mio incubo ricorrente! Ma non avevo appena finito di dire che mi lascerò trascinare dagli eventi? Devo probabilmente arrivare ad odiarmi, a bocciarmi. Me ne andrò da me stesso e vivrò.

 
voto6

martedì 25 dicembre 2012

Scarabocchi

L

a felicità come la tristezza, non sono altro che momenti di straordinaria intensità emotiva di cui ignoriamo ( nostro malgrado) tempi e luoghi. Lo chiamiamo fato. Ne sono un accanito sostenitore, supporto la tesi secondo la quale è opportuno lasciarsi guidare dal destino piuttosto che cercare di combatterlo ad armi impari. Sto viaggiando scomodamente all’interno della mia personale barchetta chiamata destino da più di quarantaquattro anni non azzardandomi (quasi mai) a cambiarne la direzione. Che motivo avrei avuto di farlo quando nel fiore della gioventù il fato disegnava per me, forme dalle linee perfette? Sono sempre stato masochista fin da ragazzo ma, a darmi il giusto supporto in quegli anni era l’istinto, la voglia di vivere. Con il passare del tempo, il passo è diventato lento e la schiena per quanto forte ed allenata in palestra, si è curvata sotto il fardello delle esperienze. La nostra percezione del mondo cambia in modo strano. Abbiamo l’impressione che quelle forme perfette di un tempo siano ora scarabocchi incomprensibili di cui dovremmo rifiutarci di dare un’interpretazione. Se ce ne fregassimo, vivremmo come la maggior parte di coloro che definiamo: “fortunati”. Non so se chiamarlo masochismo, innata ambizione, irrazionale desiderio di chiarezza ma, nel pieno dei miei quaranta io mi sforzo di interpretare lo scarabocchio e non ne esco. Basterebbe pensare che quei momenti di straordinaria intensità ( felici o tristi che siano ) sono semplici scosse di cui spesso non abbiamo nemmeno la completa percezione. Domani è un altro giorno. Perché crucciarsi? Ecco che poi un giorno, una sera particolare, ti accorgi di quella forza devastante. Quell’ attimo è lì con te, ti strattona, ti possiede. Capisci che non è lì per caso; è frutto del percorso che tu stesso avevi tracciato: improvvisamente però, il baratro. Cerchi di scacciare quell’istante, lo spingi, lo cacci via. Pensi a domani, prometti a te stesso di non fidarti più delle tue azioni, di lasciare che il destino riprenda a spingerti dove vuole. Non penso smetterò mai di interpretare gli scarabocchi. Soffrirò per questo, lascerò che per colpa della mia ostinazione io viva momenti di totale infelicità. Farò leva sull’idea che la vita è un soffio e che anche la felicità potrebbe strattonarmi da un momento all’altro. Credetemi, me ne accorgerò.

 
Scarabocchi

giovedì 19 gennaio 2012

Divine manovre

O
ggi più che mai quelle che ritenevo semplici ipotesi, diventano certezze. Oggi è capitato un evento ( di cui non parlerò nello specifico) che mi ha dato la prova dell’esistenza del destino. Meno cerchi e più trovi: è un dato inconfutabile. Non sono mai stato il tipo che agisce, si butta, ci prova. E pur vero che dipende dai campi di azione. Ma è semplicemente spettacolare rendersi conto di come a volte tutto risulti incastrato alla perfezione e che quel disegno ti si manifesti nella sua essenza, in quello che è il risultato finale. E allora cominci a fare un passo indietro, anche solo al giorno precedente quando ne parlavi come qualcosa che a volte capita, che ti piacerebbe capitasse. Ripensi al fatto che, poco tempo fa, esponevi con orgoglio allo sportello un estratto delle epistole di Seneca all’amico Lucilio: “Ducunt volentem fata, nolentem trahunt”. Il destino accompagna chi lo accoglie e trascina chi lo nega. Mai più grande verità fu detta e scritta. Sicuramente la prima considerazione che nasce spontanea è : “Ma così facendo, dove lo mettiamo il nostro libero arbitrio? Siamo per forza in balia del destino?”. No, affatto. Ognuno di noi agisce per esperienza. Un uomo di 43 anni quale io sono, ha acquisito esperienza, a volte ne ha fatto tesoro, altre invece ha dimostrato di dimenticarsene piuttosto facilmente. Ma ho mantenuto una certa coerenza quando si è trattato di rapporti interpersonali, sentimentali. E un’idea precisa: meno cerchi più trovi. Senno di poi, considerazioni a posteriori ma che nascono da un accadimento ( ripeto, quello di oggi ) che ancora ti fa sgranare gli occhi, ancora ti rende euforico. Tanto da raccontarlo in giro come un bambino. L’intreccio delle situazioni: è questo che risulta difficile non attribuire ad un architetto dalle qualità divine. Tutto questo si incastra all’interno di una giornata di quelle difficili da dimenticare anche sotto altri aspetti, una di quelle dove trovi e bruci energia in quantità enormi, dove d’improvviso ti senti anche felice. So che non ha senso e non è il caso, ma visto che è il mio diario, mi sia consentito dire una cosa: questa personcina sta scoprendo piano piano di essere veramente fiero di sé stesso. E finalmente, orgoglioso delle proprie convinzioni. Non mi lascio trascinare dal destino, continuo ad abbracciarlo.
 
gibran-divine-world

sabato 17 settembre 2011

Ci vorrebbe il mare

L
’ho solo potuto sognare, immaginare, pensare ardentemente. Sapevo, ne ero certo, che quest’anno avrei toccato il fondo e non lo avrei visto. Il mare. Non vorrei avere avuto occasione peggiore per poterlo incontrare. Avrei desiderato partire con la spensieratezza di un ragazzino, zaino in spalla e tanta voglia di libertà. Ora che sono seduto su questo sofà con il mio foglio sulle gambe, quasi respiro il mare. Mi basterà uscire tra qualche ora, fare una lunga passeggiata e sarò lì, davanti al mare. Quante volte poi, ho ricordato i bei momenti di ragazzino, le estati al mare della Puglia. I nonni, gli zii, i cugini. Che belle rimpatriate. Poi la vita dà e toglie sempre in esatta misura ; sai per certo che, per ogni momento di spensieratezza ce ne sarà uno di tristezza, persino di dolore. E’ la vita. Il destino è parte di essa se non la vita stessa. Ed infatti la vita a volte gioca scherzi di bambino. Peccato che tu un bambino non lo sia più e debba accettare tutto senza muovere ciglio. Il destino, un destino orribile, mi ha riportato al mare in questi caldi giorni di Settembre. Tutto stride, ogni emozione è soffocata. Se ho odiato l’estate ora mi tocca odiare il mare. Perché sarà inevitabile legare il suo ricordo ad un brutto momento di vita. E’ come uno di quei fili che si attorcigliano, si annodano e diventi matto per slegare tutto. A pensarci bene, usando quel poco di ragione che in questi casi ti rimane, tutto fila liscio. Almeno se il tutto viene contestualizzato ad una fase della propria vita. La mia, di vita. Mi sono triturato le meningi per dare una spiegazione ad una tanto precisa quanto sfortunata serie di eventi. Senza successo. Mi sono persino illuso di poter trovare un solido appoggio su qualcuno degli appartenenti al genere umano ( sapete, qui, sulla terra li chiamano “amici” ). Senza successo. Mi sono poi giocoforza imposto di mantenere soffocata l’emotività, di mascherare quel tanto che basta per non piangermi addosso. Io sono certo di una cosa. Arriverà il momento in cui tutto questo voler essere forte sfocerà in un pianto assoluto. Oggi mi è vietato farlo perché non mi è permesso perdere il controllo. La situazione è delicata. I sentimenti negativi che albergano in me sono tanti. Non voglio perdere tempo nel manifestarli, non servirebbe a niente. Questa nave continua in solitario il suo percorso. Oggi vedrò il mare e là forse troverò comunque la forza per proseguire.
 
mare

sabato 16 luglio 2011

Fallo da dietro

A
vevo programmato un weekend tutto sole e relax. L’idea era quella di trascorrere il Sabato in piscina per cominciare a dare colore ad una pelle riflettente per poi proseguire, Domenica, con una salutare pedalata. Ebbene il primo piccolo progetto è saltato. Cielo grigio e temporali in vista. E finalmente dopo tanto mi faccio una bella e sana risata. Riesco a malapena a capire ( ma ci provo con tutte le mie forze ) che di tanto in tanto il dispetto di Dio ( sia esso assolutamente veniale, sia invece di difficile sopportazione) debba essere in qualche modo esorcizzato, magari con una risata. Mi prenderete per pazzo, ma a me viene anche un po’ da ridere. Quella famosa nuvoletta Fantozziana…..E sarò anche ripetitivo nel ricordare a me stesso che sono umano e non alieno, e che quindi come tutti gli esseri umani non potrei programmare nulla della mia vita, neppure il giorno successivo a quello che sto vivendo. Perché non si sa mai… Visione catastrofica? Ma figuriamoci, tremenda realtà. Ma cosa sarà mai un pomeriggio in piscina saltato per colpa delle bizze del tempo? Nulla, una tremenda cazzata. Ma cosa sarà mai una vacanza saltata o le ferie andate a quel paese per un paio di dispetti di Dio, mica tanto poi veniali.. Non è nulla, ce la dobbiamo prendere? E con chi? E allora provo a tagliare trasversalmente la sequenza di eventi affrontando tutto con autoironia, dandomi del Fantozzi. Ci sono cose peggiori nella vita no? Ad esempio quando Dio ti sgambetta da dietro, a tradimento. Tu non lo vedi arrivare, il suo passo è felpato però ad un certo punto, mentre cammini tranquillamente ( lamentandoti quasi della monotonia di una vita ordinaria ) ecco che …”TAC!” una bella falciata. Ci sono, ora comincerò a ridere di ogni cosa che mi capiterà, qualunque sia il colore del codice, bianco giallo o rosso. A me non importa molto di risultare tedioso in questi giorni. Questo diario deve specchiare perfettamente ciò che sento perché io, questo diario lo vado spesso a rileggere e così farò sempre. Io prendo lezioni dalla vita, le metto giù su questi fogli e, qualora mi fossi perso qualche passaggio, vado a dare una bella ripassata. Dunque, come sempre mi perdo nei meandri di pesanti elucubrazioni. Ero partito così bene, limitandomi a qualche goccia di quotidianità ( Sabato in piscina, Domenica in bici )e ho finito per fare il solito panegirico. Ora è anche uscito un minuscolo raggio di sole. Pazienza, mi rendo utile, accompagnando mamma a fare un po’ di spesa. Provo ad organizzare una bella pedalata mattutina per domani??? Nooooo, non sia mai. Se ce la farò, ne avrete una prova qui.
 

sabato 25 giugno 2011

Coincidenze

P
oi magari qualcuno dirà che sono solo cazzate. Ed in effetti, come dargli torto. E’ che ripensandoci bene, gli anni che terminano con l’1, da un po' di tempo a questa parte non mi ricordano cose piacevoli. Millenovecentonovantuno, Duemilauno e adesso Duemilaundici. Che anni di merda. E’ assolutamente frutto di casualità ma mi piace pensare che siano in qualche modo legati tra loro. Mi sarei meravigliato se la mia assunzione fosse partita a Gennaio, ed in effetti questo lieto evento fa ancora parte del 2010. Oggi mi va di dissertare su stupidaggini varie tipo appunto il ruolo dei numeri nella nostra vita. Io ad esempio non ho un numero a cui sono particolarmente legato, non ho un giorno della settimana che mi appartenga, in fondo non credo agli oroscopi e a tutte le cavolate che vi ruotano intorno. Più volte mi è capitato di essere d’accordo con quello che si dice a proposito dei tratti caratteriali tipici di questo o quel segno. Mi ci ritrovo perfettamente in quelli della Vergine. Una mia collega mi ha suggerito di calcolarmi il tema astrale per scoprire che effettivamente nelle stelle c’è qualcosa di noi. Non lo so, non mi pronuncio. Gioco ( e mi piace farlo ) con le date, con quelle che comunque evocano ricordi più o meno belli. Ora come ora ( e come ho già detto ieri ) non mi va di fare programmi, non ho intenzione di fissare date, ogni giorno sarà del tutto identico all’altro. Oggi ho ricevuto una telefonata inaspettata da parte di una persona che era con me al seggio in occasione del referendum. Voleva sapere come stava mio padre, e come ovviamente mi sentivo io in questa fase delicata. Esiste ancora qualcosa e qualcuno di incredibilmente piacevole all’ascolto. E’ ciò che non ti aspetti che ti fa ricredere sulla sensibilità delle persone. Quando pensi che in fondo certe avversità debbano essere affrontate da soli, arriva puntuale una smentita. Ho giocato un po’ con i numeri, è tutto frutto di particolari coincidenze che restano tali e guai a pensare siano frutto di un disegno “superiore”. Sono diversi gli accadimenti che in quest’ultimo periodo mi portano a porre sempre più quesiti sull’effettiva esistenza del libero arbitrio. Non mi sento certo attaccato a fili che qualcuno muove a mia insaputa. Ma sentirmi inerme di fronte a certi accadimenti lascia spazio al dubbio. Fine riflessioni a ruota libera.
 

venerdì 24 giugno 2011

Il bastone e la carota

N
on me lo so spiegare. Solo qualche giorno fa ho ricevuto in dono una bellissima e gustosissima carota. Oggi puntuale ho preso una bastonata. La ben nota legge della compensazione non è prodotto di menti (?) umane che siedono nel famoso emiciclo Romano. Essa è frutto di qualcosa o qualcuno che sta ai piani alti, che gioca con il nostro voler a tutti i costi vivere felici. Che cos’è la felicità se non un alito di vento che ci sforziamo di conservare in una bottiglia?. Continuo ad avere conferme e riprove di come non esista altro modo di vivere la vita se non quello di mangiare e abbuffarsi di ogni dì. Quel qualcuno o quel qualcosa che vive in uno splendido attico di cielo continua a darmi segnali forti del fatto che fare programmi, non è cosa. Bene, lo accetto. Esiste forse una soluzione alternativa? Il bastone e la carota rappresentano universalmente le nostre vite fatte di momenti di apparente serenità e di fasi di assoluta tristezza. Chi probabilmente crede che non sia così ha una visione al quanto superficiale non solo della vita ma anche di sé stesso. Io sto riversando tutto all’interno di un enorme calderone che più o meno mi accompagna dall’Ottobre scorso. Ci butto dentro cose belle e meno belle di modo che io non riesca a distinguerle in modo definito, affinchè io soprattutto possa non emozionarmi troppo né di fronte alle une né alle altre. Mi sento assolutamente lucido e capace di affrontare ogni situazione mi si presenti. Vacillo solo quando provo inutilmente a spiegarmi la legge del bastone e della carota. Nessuna risposta a questa domanda. Nonostante io (come tutti ) rappresenti un’infinitesimale porzione di umanità, sono comunque dotato di un' altrettanto infinitesimale anima che merita rispetto. Non mi piace però pensare che l’unico modo per sopravvivere sia quello di continuare a trattenere il fiato, di accettare tutto in maniera rinunciataria. Occorre metterci il cuore e provare a ritrovarla la serenità. Che sia vera però e non costruita artificiosamente attraverso una tecnica di sopravvivenza. Forse mi sbaglio e vado in contraddizione. Continuerò a pormi sempre meno perché, a non pensare che siamo noi artefici della nostra felicità. E’ bellissimo immaginare che solo ed unicamente con le nostre forze possiamo raggiungere momenti di indiscutibile godimento; basta però rendersi conto che se non li viviamo come andrebbe, avremo buttato via ciò che potrebbe non tornare. Non mi aspetto di ricevere un’altra carota a compensare il bastone di oggi. Chi sta in quel meraviglioso attico di cielo non si cura di noi.

 
 

venerdì 3 giugno 2011

Il ponte

I
l ponte. Ricordo che quasi un mese fa pregai la mia responsabile affinchè mi venisse concesso questo giorno di ferie. Avevo in testa di farmi una breve vacanza in Trentino e mi ero adoperato al fine di trovare un albergo, magari con un bel centro benessere. E ce l’avevo fatta. Avevo raggiunto entrambi gli obiettivi. Peccato solo che si debba fare i conti con qualcuno che decide sempre di muovere i fili a seconda di come piace a lui, e a rovinarti i piani in base ad un meccanismo quasi geniale per precisione e tempismo. Sono queste le tipiche situazioni in cui ritorna lo stesso quesito e ripiombo nello stesso identico dubbio: “Libero arbitrio, o disegno già scritto?”. Di sicuro la mente umana è abituata a ragionare e ragionare significa dare per scontate un sacco di cose, tra cui la certezza del domani. Qual è la frase più volte ripetuta alla fine di una giornata? “Ci vediamo domani”. Ma certo, vai mica a pensare che nel frattempo possa succedere qualcosa. Rifuggiamo dall’idea che ci sia impossibile programmare qualcosa, cosa potrebbe mai accadere per impedirci di realizzare il nostro progetto. Ed invece, a volte accade. E’ quell’ “a volte” che mi strugge. Forse, anzi sicuramente quel libero arbitrio di cui si parla tanto esiste ma è nelle mani dello stesso soggetto che decide cosa fare di noi. E noi? Lì, a provare a prenderci beffa di qualche disegno e ad organizzarci la vita. Al di là di queste riflessioni, che lasciano il tempo che trovano in quanto soggettive e per questo opinabili, non posso nascondere che certi “incidenti di percorso” finiscono con il condizionare la vita, e inducono a volte ad evitare di manifestare( scaramanticamente) ogni sorta di intenzione futura. Diciamo che questo discorso pare integralista. Delle due l’una: o ce ne sbattiamo altamente di chi pensa di governarci , di metterci i bastoni fra le ruote quando meglio crede e prendiamo di petto la vita perché tutto dipende da noi; oppure, ne siamo timorosi, e ci abituiamo a non rischiare e a vivere il giorno nella maniera più intensa possibile. Sto vivendo questo ponte come non avrei voluto e come non ho affatto programmato di vivere. Considerazioni nel bel mezzo di una mattinata trascorsa a cazzeggiare quando invece avrei potuto andarmene al lavoro. Ma forse è meglio così, da un po’di tempo vivo sempre meno a casa, e mi manca un po’ di frastuono familiare, sinceramente più apprezzato e caldo del vociare maledetto di utenti in attesa allo sportello. Oh cavoli, però un lato positivo c’è in tutto questo: già il secondo articolo in due giorni. Sto carburando, sto ritornando padrone delle mie passioni; mi tocca riconoscere che chi muove i fili ( ammesso che ci sia ) ha un tempismo incredibile.
 

mercoledì 18 maggio 2011

Quella sporca ultima pratica

L
a maledizione dell’ultima pratica incombe sullo sportellista. Peccato che, chiudendo lo sportello alle 16, la pratica delle 14.30 potrebbe non essere l’ultima. Oggi è stato così, almeno per me. Sulla scrivania fanno bella mostra di sé quelle istruite, oltre ai biglietti che costituiscono prova provata della tua efficienza sul lavoro. Oggi ho avuto la sensazione di farmi il doppio del culo di altri giorni nonostante l’affluenza sia stata inferiore ed il personale in numero superiore al solito. Le deduzioni le lascio a voi. Parlo dell’ultima maledetta pratica, quella più incasinata che parte male e finisce peggio quando ormai gli occhi non ce la fanno più, quando guardi l’utente con aria assonnata e vorresti dirgli se fosse proprio il caso di arrivare a quell’ora. Tutto è frutto del caso, però. Quotidianamente scelgo il mio destino, decido se la mia giornata avrà una piega buona o pessima. Il “chiama ticket”. Strumento infernale con cui l’utente viene chiamato allo sportello, con il suo bel numero. E lì, capisci tutto. Oggi è stata una di quelle in cui tutto faceva presagire ad un turno favorevole; ogni giorno accumulo i numeri chiamati e ogni numero mi ricorda ciò che ho combinato. Non ho ancora dimenticato il famoso 70, di Lunedì. Quell’ultima maledetta pratica di oggi mi ha potentemente intimorito, reso fragile, timoroso. E solo perché…non lo posso dire. Il mio lavoro ti obbliga a stare per ore costretto a sopportare il fastidioso vociare del pubblico, un rumore che ti costringe ad urlare, a spiegare concetti sempre uguali, a dare indicazioni a macchinetta sempre con toni da stadio. Che palle. Dopo la maledetta ultima pratica di oggi, mi sono rintanato di corsa sul 17.20. Ci salgo che sono solo le 16.30: potrei camminare, prendere un po’ d’aria ed invece l’istinto mi porta in stazione e di corsa al binario. Fino alle 17 il vagone è tutto mio, chiudo gli occhi, mi accarezzo la barba e penso che me la terrò anche domani. Accendo il computer: ma chi me lo fa fare dopo quell’ultima maledetta pratica? Ed è il mal di testa che affiora in questo esatto momento in cui butto giù questi pensieri sconnessi. Silenzio, ho bisogno di tanto silenzio. Ed invece qui è pieno di gente che urla, parlando lingue differenti, italiano sgrammaticato, dialetti che sanno di antico. Li sto osservando, gli urlatori, li guardo e mi chiedo perché hanno così tanta voglia di parlare e di farsi rimbombare nelle orecchie le loro stupidaggini. E c’è pure quella seduta dietro di me che mi costringe a subire la corrente d’aria sul collo. Ora mi alzo e glielo dico……Ecco fatto, mi ha pure guardato male. Sintesi di una giornata tipo. Passo e chiudo.





martedì 11 gennaio 2011

La mano buona

A
h, se solo potessi aprire la porta di questa gabbia; se solo riuscissi a smettere di sbattere le ali inutilmente girando su me stesso; se anche solo mi fosse concesso di scegliere. Frasi ripetute a me stesso nei momenti in cui lo sconforto ti impediva di vedere un appiglio (anche uno) che ti spingesse su, al di sopra del baratro. Ora quelle frasi risuonano come un lontano ricordo ma, nonostante tutto, sono ancora molto vive e riportano alla mente le sensazioni di allora. Cerco di capire chi, cosa mi spronasse a rialzarmi, a crederci, a vedere la luce in fondo al tunnel. E rivedo me, soltanto me. Capisco e orgogliosamente mi rendo conto di quanto possa essere vigoroso l’animo umano, di quanto la mente riesca sempre a trovare un fonte da cui attingere energia positiva. E tutto sembra ora avere un senso “miracolosamente” preciso. Una lunga premessa per collegarmi all’articolo di un amico blogger il quale in sintesi afferma questo: “ Non importa come si inizia un percorso, poco conta se nell’affrontare il tragitto si sbaglia, si inciampa, si cade; ciò che importa è concludere da vittorioso”. L’articolo richiamava la metafora del giocatore e del banco: non abbattersi quando le carte sono a sfavore, prima o poi la mano buona arriva. Per esprimere la mia modesta opinione ritengo che la metafora del gioco presuppone uno stretto riferimento al caso, all’alea, al calcolo di probabilità. Le mani buone arrivano, ma quanto per merito del giocatore? Si attende. Trasponiamo il tutto nella realtà. Può l’attesa della mano buona giocare un ruolo per ottenere un successo? Ed il rischio è importante? Entrambi hanno un peso ma che differenza passa tra gioco e realtà? Io penso che tutto stia nell’azione e nella forza di volontà. Agire, pensare, muoversi verso una direzione, prefiggersi un obiettivo è di fondamentale importanza. E serve a poter dire: “ Io c’ero, ho giocato”. All’amico blogger che attraversa un momento difficile dico: “Gioca, credici, non aspettare che sia il banco a fornirti le carte giuste”. Potrai svoltare, potrai esultare e fiero dirai: “Non è stato solo un caso!”. Siamo tutti seduti intorno ad un grande tavolo da gioco; guardiamo il banco con timore pensando lui possa essere artefice delle nostre sfortune/fortune. Allora continuiamo a guardarlo con rispetto ma non dimentichiamo ma di cercarla, la mano buona. Non tutto forse è scritto.


giovedì 12 agosto 2010

Solo….destino?

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C’è un’altra forma di silenzio tanto lontana da quella che solitamente amo ricordare nei mei articoli, portatrice di così miracolosi effetti a livello interiore. Mi sto riferendo all’omertà fatta di frasi mai dette, di opinioni mai espresse, di quella mancata onestà che, al momento opportuno avrebbe (forse) dato un corso diverso alle cose, avrebbe salvato un’amicizia, perché no, anche un amore. Non è facile relazionarsi, spesso finiscono con l’incontrarsi realtà diverse, personalità opposte, differenti modi di vivere e affrontare la vita. Ma il destino, il banco, a volte vince e noi, giocatori d’azzardo nostro malgrado, all’interno di quel casinò ( ma andrebbe bene anche casino… ) che è la vita, ne prendiamo atto. Le combinazioni sono tante, troppe. Guai però lasciare che tutto venga affidato al caso, sarebbe un peccato accettare a priori ciò che il fato sembra averci riservato. Non tutti i rapporti iniziano e ( soprattutto ) finiscono perché “così doveva andare”. Io, personalmente cerco di farmi ogni giorno paladino del dialogo, della schiettezza, della ( anche se cruda) verità. Ancora una volta faccio considerazioni che muovono da esperienze vissute sulla propria pelle, situazioni in cui ( e ne sono anche responsabile ), il coraggio di parlare, anche un semplice “scusa”, avrebbe potuto cambiare ogni cosa. Quel silenzio che in certi frangenti ci pare la soluzione migliore è solo il punto di partenza dal quale ha origine tutta una serie di situazioni, equivoci, cui facciamo fronte con ulteriore, necessario silenzio. Come una miccia accesa che piano piano si avvicina all’esplosivo, tutto in un attimo salterà in aria, tutto finirà per essere detto, con l’acredine di chi lo ha conservato dentro per molto, troppo tempo. Perché arrivare a questo punto? Un’amica recentemente ha pubblicato un pensiero su Facebook in cui invocava alla comunicazione, quale ancora di salvezza. Non mi piace pensare che così doveva andare. Ma quanta fatica facciamo a stare in silenzio? Tantissima. Ma proviamo a riflettere: prepararsi consapevolmente una strada fatta di rimorsi, rimpianti e dolore non è ancor peggio? Meglio poter dire : “Ci ho provato, non era destino”. Ne guadagneremmo in salute e forse, saremmo orgogliosi di aver sfidato il fato.

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