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lunedì 18 novembre 2013

Rompere il silenzio

E

’ strano aver voglia di scrivere alla fine di una giornata in cui (come spesso accade) il silenzio è l’unica cosa che desideri. Basterebbe poco, lasciar scivolare queste ultime ore e poi, andarsene a dormire. Non è necessario, non c’è una legge che imponga di dire qualcosa di sensato al termine del giorno. La coscienza è pulita, ho fatto il mio dovere sacrosanto dunque, posso andare a letto. E invece mi viene voglia di scrivere, ben sapendo che si tratta del modo più delicato e rispettoso per spezzare il silenzio. Dire qualcosa. Ad esempio vorrei ricordare di come questo anno, malato terminale, abbia portato via tanta gente, lasciando ad ogni perdita una riflessione. E tanta paura, pensieri. Non voglio scrivere un articolo triste. Probabilmente potrei fermarmi qui, era questo il punto su cui avrei voluto spendere due parole. Si è davvero fortunati ad avere certe propensioni come la mia: il dialogo, la voglia di partecipare alla vita attraverso anche una sola considerazione sensata. Non abbiamo occasioni, i giorni spariscono sotto i nostri occhi e non facciamo nulla per impedirlo. So che tentare di dare un senso al quotidiano attraverso riflessioni profonde è dai più considerato una perdita di tempo. Ma non voglio certo tediare nessuno. E come vedete non lo faccio, mi limito ad andare a ruota libera. Sobrietà. Vorrei dire qualcosa al proposito: sto limitando (e senza sofferenza) la pubblica divulgazione dei miei stati emotivi. A che serve diffonderli? E poi, mi sta venendo più che naturale. Non ci sono dubbi, ho abbandonato la mia voglia di protagonismo virtuale e mi sono liberato piacevolmente dell’unico mezzo che mi consentiva di attirare l’attenzione: la solitudine. Questa sera avevo voglia di scrivere solo per convincere me stesso di aver dato un piccolo significato a questa giornata uggiosa. L’ho fatto, sono pienamente soddisfatto e posso andarmene a letto. Ora che la situazione lavorativa sembra essere tornata sui binari della tranquillità, posso tornare ad occuparmi d’altro. Ad esempio? Di quella frenetica attività mentale che mi vede sempre super impegnato a predicare, a lamentarmi, a chiedermi perché. Ora che le giornate torneranno ad essere identiche, troverò sicuramente gli argomenti per arrovellarmi il cervello. Vorrei soltanto un po’ di luce. E riuscire a liberarmi dell’oggi. 



mercoledì 29 maggio 2013

Bandiera bianca

D

eve andare così. Alzare bandiera bianca quando l’avversario si chiama destino non è poi così disonorevole. E non è mai una resa vera e propria, il fato quotidiano è solo una delle tante battaglie che fanno della nostra vita una vera e propria guerra. Il buon Seneca diceva:“Il fato guida chi lo accoglie e trascina chi lo combatte”. Possiamo dargli completamente torto? Ma quando al termine di ogni battaglia la conclusione finisce con l’essere sempre la stessa (non ci ho capito niente), beh non resta che adeguarsi. Inaspettatamente il lavoro sta diventando un problema. Prima era semplicemente un “falso”. Ora che stavo metabolizzando fisicamente gli spostamenti continui, ora che stavo facendomi una ragione della mia non-vita, ci si mette pure il lavoro. Detto così sembra che fino ad ora io mi sia coccolato dietro una scrivania; niente di più falso. Solo che adesso è arrivato il tempo delle novità, di chi arriva e deve per forza sconvolgere tutto, credendo di rappresentare il nuovo. Io so già cosa mi aspetta e sebbene abbia imparato la lezione, ho paura. Ho paura di me, della mia fragilità, dei miei pensieri quando tutto sembra travolgermi. La mia mente parte in quarta e vola verso i lidi tanto sognati e mai raggiunti: condivisione, allegria, pacche sulle spalle. Poi quei pensieri tornano beffardamente a colpirmi il cuore, come un boomerang. Tornano vuoti, privi di speranza, di consistenza. Sono amari. Amaro come il mio umore di oggi, come la mia voglia di iniziare quel percorso di silenzio distruttivo che tanti hanno calpestato allontanandosi da me. C’è una bandiera bianca che sventola di fronte a questo generale impietoso che sembra avere tutte le carte in regola per vincere la guerra. Eppure in questo “deve andare così” c’è a volte la soluzione salomonica ai milioni di perché che costellano la mia giornata, alle milioni di mancate risposte che mi porto a letto nella speranza di un domani diverso. Pare semplice per qualcuno minimizzare ma rispetto pienamente le opinioni di tutti: perché tutti, chi più chi meno viviamo quotidianamente la battaglia. Poiché non voglio pretendere di essere capito, ancor meno amo sentirmi commiserato e odio sentirmi dire le solite frasi di circostanza, penso che il silenzio distruttivo abbia una ragione di essere. E’ la giusta via di mezzo tra rispetto per se stessi e considerazione dell’altro senza sfociare nella banalità. Deve andare così. E chi vede solo negatività in questo articolo non ne ha afferrato il senso vero.

 
bandierabianca

venerdì 17 maggio 2013

Senza far rumore

S

crivere è anche chiudere il cerchio. E' come giustificarsi, dare una spiegazione plausibile all'assenza. Io manco dal mondo ma ultimamente manco da me. E scrivendo, cerco di rimettere le cose a posto, di far quadrare di nuovo i conti, di riprendere il controllo. Già, il controllo. Mai come in queste ultime settimane ho la netta impressione di essere stato cacciato dalla stanza dei bottoni. Sappiamo bene chi è il responsabile no? Non si può pretendere le cose vadano sempre come vorremmo, ma io questo lo so bene, desiderando sempre ciò che potrei raggiungere solo per caso, oppure cominciando a vivere il mondo. Mi duole dire che è il lavoro a darmi molti problemi, a rendermi nervoso, intrattabile, svogliato, disinteressato a ciò che mi ruota intorno. Tengo a precisare che non sono le dinamiche interne all'ufficio, piuttosto che l'essere quotidianamente girato come un calzino. Io ci metto del mio, il carattere è un fattore decisivo, si sa. Mi spiace invece ribadire quanto sia ormai insostenibile il mio ruolo di pendolare, la mia sottomissione al tempo che, piano piano sembra diventare impossibile da gestire. Caos nel caos. Dove sono i punti fermi? Non li vedo perché non ho il tempo di accorgermene così come non ho il tempo di pensare alla gestione dei rapporti. E' storia vecchia. Gestione è il peggior termine si possa usare quando si parla di qualcosa che dovrebbe avere a che fare con i sentimenti. Eppure nel mio modo di pensare ed agire ogni cosa dovrebbe essere tenuta sotto controllo, ad ognuno ( persona ) si dovrebbe poter dedicare attenzioni meticolose e puntuali. Macché. Bisognerebbe pure riuscire a capire quali sono le persone per le quali varrebbe la pena e quali no; beh io lo sto capendo e pensate che proprio in questa fase di grande caos ho ben chiaro chi c'è e chi no. Tuttavia sembro preso da altro che non so esattamente cosa sia, forse un'istintiva voglia di silenzio, di stare per conto mio senza disturbare od essere disturbato. Sono attirato dall'idea di far sentire la mia presenza in modo diverso, usando l'assenza non urlata, non annunciata. Si capisce che sono confuso, so che non riesco a spiegare cosa provo, cosa mi fa arrabbiare, e cosa a volte, mi fa piangere. Perché non mi è affatto passata la voglia di farlo e sento che non è lontano il giorno in cui lo rifarò. Ho chiuso il cerchio, solo per dire che provo ad esistere.

 
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mercoledì 15 maggio 2013

Silenzio, per favore!

D

a quando lavoro a Torino ho un solo desiderio: andare a vivere in campagna. Le ragioni sono due: preferisco gli animali alle persone e, cosa ancor più importante, vorrei sposare il silenzio. Con tutto il cuore, davvero. Non è solo la scenografia delle mie dodici ore di lavoro, il rumore è nella provocazione, nei silenzi distruttivi, nelle frasi ad effetto. E credetemi, io non sono mai esente da colpe. Di tutto ciò di cui amo lamentarmi io sono quasi sempre responsabile a mio modo. Ogni volta in cui rispondo alla provocazione, mi lamento di qualcosa, urlo la mia solitudine io, faccio rumore. A questo punto delle due l’una: la smetto di sovrappormi al frastuono che arriva da fuori, oppure rischio l’esaurimento nervoso. Sta progressivamente diventando rumoroso persino scrivere, parlare attraverso semplici strumenti di messaggistica, mandare sms. Quando piazzo il mio sederino sul sedile blu della prima declassata mi guardo intorno e calcolo il tempo che mi sarà concesso per non pensare. Poco. Tornerà il rumore a breve, ed il rumore torna. Mi capisco e mi giustifico quando, una volta arrivato a casa sono nervosissimo, me la prendo con un ferro che di tanto in tanto mi brucia una camicia, con la doccia che spruzza. Voi direte: “Ehi Enzo, guarda che è tutto normale, tutti lavoriamo, tutti torniamo a casa stanchi”. E allora si vede che non sono un uomo, che non ho il fisico, e soprattutto che non ho testa. Il cervello c’è, è la forza mentale che manca. Perché vergognarsi di dire che sono vicino all’esaurimento nervoso e che sto provando a capire cosa mi può risolvere il problema. Ieri sera , dopo il solito “ahhhhhhh” appena distese le membra sul letto, ho pensato a questo: “ Enzo, prova a fare un paragone con lo scorso anno. Com’erano le cose? “. Beh, ho concluso che sul lavoro nulla era diverso da oggi e la mia vita sociale aveva sempre la solita riga: elettroencefalogramma piatto. Dunque? Perché ora mi sento così abbattuto, sempre con un’espressione di scazzo disegnata sul volto e, soprattutto stanco mentalmente. Semplice. Non ho valvole di sfogo, ma quante volte devo ripeterlo? Ormai ogni articolo di questo blog è la fotocopia riveduta e corretta del precedente. Ci tengo solo a sottolineare che sono confuso, che la mia lontananza dal virtuale sta significando menefreghismo. Non conosco mezze misure. Sono io. Siamo alle solite. 


 
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martedì 9 aprile 2013

Nel silenzio

S

to trascorrendo questi giorni avvolto da un silenzio protettivo. Mi piace definirlo “morbido”. Non vuol dire riflessione, probabilmente è una reazione naturale al recente trascorso “urlato”. Come sempre le grida d’aiuto si sono perse nel vuoto sebbene non vi fosse l’intenzione di attirare l’attenzione. E’ il silenzio dei pensieri che tengo a bada neanche tanto difficilmente. E’ un silenzio buono, riesco ad immaginarmi al centro di un campo che non è più piacevolmente colorato del giallo del grano e dell’azzurro del blu; sono nel bel mezzo di una distesa di terra così arida da spaccarsi, qua e là qualche albero rinsecchito. Ho bruciato tutto, l’odore acre dell’aria mi rende ancora difficile il respiro, ma sto nuovamente riprendendo coscienza. Non ho teso mani, non mi sono fatto avanti. Ho denigrato il mondo ed ho ottenuto ciò che meritavo ma non mi pento, sia chiaro. Ho odiato, maledetto ma qualcosa ho realizzato. Il mio male è il confronto, la mia condanna, guardare sempre oltre il muro della casa vicina. Ma quale condividere, quale ritrovarsi. Io nel mondo virtuale cercavo la vita che non ho, la vita che non vivo e non voglio vivere per come si è trasformata. E così ci sto provando ancora. Di nuovo lontano dalle promesse di plastica, dai caffè mai presi, dagli incontri buttati qua e là per riempire una chiacchierata dal suono meccanico. Ci sto provando senza sforzi, ributtandomi sulle pagine di un libro, di una rivista. Non ho assolutamente nulla da condividere che possa interessare a me, che renda questo gesto espressione di un orgoglio personale. Poi arriverà di nuovo il fine settimana, forse torneranno gli incubi di queste ultime notti. Ad un certo punto ho aperto gli occhi: ero in un bagno di sudore e sembrava che il cuore fosse ad un passo dall’esplodere. Tutto ritorna. Quando dormi puoi mica indossare una maschera. E se lo hai fatto durante la giornata per salvare il salvabile, la notte paghi dazio. La chiamate vita? Eppure esistono momenti nei quali la situazione sembra sotto controllo: hai detto ciò che dovevi dire, fatto ciò che potevi fare. Hai ferito, forse anche ucciso con le parole, ma non puoi sempre permettere al mondo di volerti male restando lì a guardarlo. Maledetta sensibilità, si dirà. Posso parlarne liberamente con te, caro diario. La lotta contro i mulini a vento è finita, le mie parole spesso ritornano ancor più pesanti perché chi le riceve le respinge con forza. Non ho molto altro da dire se non che sto bene quando sto lontano dal mondo parallelo. Quello è fatto per chi ancora si può permettere uno spicchio di ipocrisia sufficiente a credere di vivere .

 
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venerdì 8 luglio 2011

Ripari

I
l periodo è di quelli tosti. Non c’è dubbio. Le giornate scorrono accompagnate da un fastidioso, assordante, mortificante rumore di gente. Voci urlanti, continuo sovrapporsi di parole di ogni tipo. Basta! No aspettate, mi fermo qui, per evitare di scrivere un post del tutto simile ai più recenti. Dunque è evidente che io aborri il contatto umano, se non altro perché due voci che si sovrappongono già urtano la mia esigua soglia di sopportazione. Torna pertanto di moda il concetto di rifugio, di cui parlai tempo fa nel bel mezzo di un periodo travagliato ( al solito ). Tendo a rannicchiarmi su me stesso in un gesto di autoprotezione, e cerco pace. Normale che il mio rifugio prescinda da ogni forma di affettività o compassione da parte del prossimo. Non è lì che cerco la mia pace interiore. E a distanza di qualche mese dedico un articolo ai miei più classici airbag. A cominciare da questo blog. Ho finalmente capito a cosa serve, quando può tornarmi utile e quando invece debba rimanere bianco. Ho minacciato un sacco di volte di ucciderlo, soprattutto nel momento in cui mi ci sono specchiato dentro e mi sono odiato. Ora ho capito il suo segreto. E se sono qui in questo momento scopro ancora una volta quanto mi sia d’aiuto. Mi rifugio nella mia famiglia. Gli ultimi eventi ci hanno avvicinato. E questo è un bene. Quando tutto fila liscio la famiglia è lì, c’è, tutto normale no? Nei momenti agitati, ci si accorge quanto sia fondamentale unire le forze. E credetemi, tornando a casa, poco mi importa se la mia vita sociale non esiste. Quelle poche ore con la mia famiglia mi ripagano di tutto. Questa strana estate mi vede ancora sui pedali, stramaledettamente voglioso di correre, di avere la sensazione di poterlo dominare il tempo. Il silenzio è una panacea a molti mali. Nel mio caso, (anche adesso, mentre due maledette stronze urlano sboccate senza rispetto per chi sta vicino), immaginare un luogo dove riesca a sentire a malapena il cambio della mia bici, mi strappa un sorriso. Qualche mese fa, prima che arrivasse l’uragano lavoro, comprai una macchina fotografica professionale. Chissà cosa progettavo. Avevo fatto un po’ di conti per evitare una spesa eccessiva ma…Ma? Non avevo messo in conto che da lì a poco quell’acquisto si sarebbe rivelato un bel sopramobile destinato a prender polvere. Probabile che quando la indosserò al collo, sarà un momento di doppia gioia. Vorrà dire che è giunto il momento per godersela, una bella vacanza. Non se ne parla ora. Ma Niki è lì e mi aspetta.
 

giovedì 7 luglio 2011

Da solo

N
on dovevo scrivere questo post. Una giornata terribile mi costringe a farlo. Sogno una vita in totale solitudine, lontano il più possibile dagli umani. Sono e mi sento a tutti gli effetti un alieno, non sopporto le relazioni, non mi piace la gente. Perché sono finito qui? Perché non posso scegliere di vivere di stenti ma con l’insostituibile piacere di non dover condividere nemmeno la fame con qualcuno? Il destino in parte ti è avverso. Quando tu sai di non essere per niente amante delle persone, perché in gran parte ti hanno sempre creato problemi ecco, lui ti piazza a fare un lavoro dove di gente ne incontri a centinaia. Ma io mi sento diverso dalla maggior parte di loro. Mi vanto di non essere mai riuscito ad instaurare un rapporto duraturo sia a livello di amicizie, sia di tipo sentimentale. Perché io adoro la solitudine. Sogno di vivere in una casa sperduta nella campagna più piatta dove a svegliarmi sia il solo rumore della natura. Sogno di trascorrere le mie giornate libere cullandomi tra letture, passioni e hobbies che gratifichino corpo e anima. In fondo non ho bisogno di nessuno. Di un lavoro si; forse. Certo, come farei a vivere e a comprami la casa in campagna? Ci vuole un grande coraggio per cambiare vita, per scegliere di abbandonare problemi che di fatto non sono tuoi perché appartengono ad un popolo odioso che non sa cosa sia rispetto ed educazione. Ma è in generale degli umani che io ho disprezzo. Sono un alieno. Sono fatto a modo mio? Chissenefrega. Non ho bisogno di dire “chi mi ama mi segua”. Chi coltiva la pia illusione che le relazioni umane siano stabili e durature, perde tempo. Sono un represso. E anche oggi ho sfogato la mia rabbia con qualcuno. In fondo mi capita spesso di avercela con Tizio o Caio per mille motivi, ma lascio passare. Poi, approfitto magari dell’occasione più stupida per sfogarmi. Sono fatto così. Ringrazio i miei genitori e la mia famiglia. Io porto totale rispetto solo ed esclusivamente verso di loro. A volte è capitato che li accusassi di non conoscermi. Forse, le difficoltà del momento mi offuscavano la mente. Ora che la mia base emotiva è solida, ogni mia reazione ha un senso, non è mai frutto di una mente poco lucida. Quindi mi fido completamente del mio istinto e delle mie azioni. Costretto, ancora non so per quanto, a convivere con l’umano, devo trovare il modo per sopravvivere. Cosa faccio? Mi affido alla più bella invenzione di cui un umano ( anche un alieno ) può disporre: ovvero, sogno. Sogno una grande casa circondata da un silenzio irreale, che esalti i piccoli, infinitesimali rumori della natura. Sogno di coltivare il mio orto, dar da mangiare ai miei animali. Io. Da solo. Qualcuno prima o poi mi darà spiegazioni. Del perché sono qui, e chi sono tutti questi alieni. A no, l’alieno sono io, l’avevo già dimenticato.
 

martedì 28 dicembre 2010

Ruote e Valigie

F
inalmente il mio blocco per appunti e la mia penna. Il “buco” di orario sul treno del ritorno mi regala (si fa per dire) circa cinquanta minuti di attesa in stazione, prima della partenza. A questo punto ho diverse alternative: girare a vuoto tra i negozi della stazione (li conosco ormai a memoria però), uscire e farmi due passi in Via Roma ( fa troppo freddo); terza opportunità, prendere posto sul treno già pronto al binario. Avete già capito per quale delle soluzioni ho optato; di certo è quella più appropriata per scrivere qualcosa di leggibile, almeno spero. Ogni mattina, scendendo in garage per recuperare la macchina, non posso evitare di dar un rapido sguardo a quel lenzuolo che mestamente copre la mia amata due ruote a pedali. Sarà che già di mattina presto i pensieri più strani mi assalgono ma guardare quella ruota che timidamente fa capolino da sotto il lenzuolo, mi mette di buon umore. La sbircio, e salgo in auto. Fuori siamo ben al di sotto dello zero ma tra me e me penso che se toccassi quella ruota, la sentirei ancora calda, quasi rovente. La sensazione di calma e pace è intensa. Avevo già accennato al potere del pensiero positivo, a quanto alcune immagini su cui ci concentriamo, possano arrecarci notevoli benefici. Il grande albero al centro del grande campo, ed ora anche una semplice, inutile ruota. Sto di fatto aprendo gradatamente quella valigia nella quale, durante i mesi estivi ho riposto accuratamente sensazioni ed immagini uniche. Perché uniche: perché frutto di momenti vissuti in totale solitudine immerso nella natura. E chi se non la mia due ruote poteva darmi tanto. Oggi è stata una di quelle giornate in cui la testa viene bombardata di nozioni, procedure, dati, e via dicendo. Ho provato ad inglobare tutto nonostante l’attenzione non fosse ai massimi. Il fatto è che oggi mi sono portato dietro la valigia e, di tanto in tanto provavo a prendere qualcosa: un po’ di quel silenzio stridente, un po’ di quel sole a picco che ti frena la salita, un po’ di quel contrasto di verde e blu ormai dimenticato. Il treno è appena partito, un’altra sensazione di calore mi avvolge. Che poesia, il riscaldamento ogni tanto, funziona.


lunedì 29 novembre 2010

Curve e dossi

C
iao S. Ringrazia pure un weekend sonnacchioso e la mia propensione al ricordo facile se sono qui a parlare di te nonostante non lo meriti. Non ti degno del tuo nome per esteso ma non per vigliaccheria. Perché tu, come A, M, e tante altre iniziali ti sei dissolta nel nulla. Le date hanno sempre importanza, e questo blog ormai parla, racconta di emozioni quotidiane ( o quasi ) e dei giorni in cui le ho provate. Questo blog mi aiuta a ricordare, ad imprimere più facilmente nella memoria le date, regalandomi prove inconfutabili di ciò che ho detto e provato. A distanza di qualche mese da quell’articolo in cui tessevo le tue lodi, innalzavo odi all’amicizia e spronavo me stesso a credere che forse, c’è sempre qualcuno che si differenzia io, ritratto la mia dichiarazione e riapro il dibattimento. Non sono un giudice, non ho un pulpito da cui inveire additandoti, non ho neppure voglia di gettare fiato per argomentare. Faccio finta di essere un uomo civile che parla ad una persona civile. Nella realtà sarebbe così semplice farlo ed invece spesso si alzano muri di silenzio che ti obbligano ad agire così, attraverso allusioni, messaggi subliminali, finta diplomazia. Ti dedico questo articolo perché solo qualche mese fa, predicavi molto bene, ed io avevo paura di razzolare male. Ora mi ergo a predicatore perché a razzolare male sei stata tu. Sempre a riempirti la bocca di belle parole, sempre a cercare comprensione, a dare consigli. Per poi cosa? Per poi rendere, in un battito di ciglia, tutto ciò che è stato detto e fatto, del tutto inutile. Ma perché a volte il destino ti fa fare certi giri? Ci sono scorciatoie così comode per arrivare alla stessa identica destinazione. Se in fondo alla strada che si imbocca c’è già scritto “Delusione”, perché dover passare attraverso le tortuose vie dell’illusione, delle belle frasi e di tutto ciò che dà adito ad una speranza? Probabilmente avessi a disposizione un navigatore speciale e dovessi muovermi a mio piacimento gli indicherei di scegliere il percorso più breve tagliando rigorosamente dossi, curve a gomito ed incroci pericolosi. Non so dove tu sia finita. Non so perché hai scelto di dissolverti. Se mi avessi conosciuto come dovevi, avresti capito che ti avrei fatto il mio solito regalo, ti avrei per l’ennesima volta detto: “Ti capisco”. Ed invece, sono rimasto qui, questa volta complice di un silenzio che non ho intenzione di rompere. Il fatto è che a volte, certe immagini tornano,le voci risuonano come in un unico trailer di un film già visto. Appunto, già visto. Non mi scomoderò a vederne altri.
Percorsi molto tortuosi in vista

domenica 10 ottobre 2010

Io non ho paura

In questa settimana dominata dal silenzio (eccezion fatta per il compagno martello pneumatico) ho portato a termine il mio programma di preparazione all’orale con dovizia e sufficiente tranquillità. Il telefono spaventosamente muto e l’assenza del solito viavai per la porta di casa hanno giocato un ruolo determinante. Ho atteso questa domenica, volevo riposare un po’ ed approfittare per mettere il naso fuori di casa: la giornata è piuttosto soleggiata e malgrado per la testa mi ronzino continuamente nozioni di diritto, me ne andrei a fare una bella gita in campagna. Sarebbe bellissimo, in compagnia della mia due ruote. Magari, dico io…magari! Lei è là, avvolta dal suo telo antipolvere. Anch’io sto ammucchiando polvere, mi si sta formando una sorta di ragnatela lungo tutto il corpo fatta eccezione per il cervello che, è sempre in costante, perenne, irrefrenabile movimento. E così, questa Domenica rifletto sul fragore dell’ autunno che in un attimo ha scalciato via gli ultimi ricordi estivi catapultandomi in una realtà fatta di tristezza e smarrimento. Che dire, lo spettacolo deve andare avanti. Ogni giorno lo sguardo punta dritto, la mente non ha scampo, gli obiettivi sono lì e possibilmente devono essere raggiunti, ne va della mia autostima. Il rinforzo porta motivazione e questa, forza di volontà, elemento indispensabile per mantenere un certo equilibrio emotivo. Incredibile: è davvero incredibile quanto io sia cambiato in questi ultimi anni. Lo so, sono ripetitivo, noioso fino allo stremo, ma un minimo di autocelebrazione mi deve essere consentita. Avessi capito prima quanto fosse essenziale non perdere mai di vista l’obiettivo, quanto fosse deleterio e distruttivo lasciarsi trasportare dagli eventi (anche i più insignificanti ) oggi, forse, sarebbe tutto diverso. La serenità di questi “anta” sta proprio in questo: consapevolezza, elaborazione delle situazioni nel modo migliore, valorizzazione del presente. Niente più rimpianti né rimorsi. Allora, amici lettori, ho ancora una settimana di tempo per presentarmi in condizioni dignitose davanti alla commissione d’esame. Non ho paura. Ho solo voglia di dimostrare a me stesso che posso, se voglio, dare sempre molto. Il giudizio degli altri? Poco importa se sarà una commissione a dovermi giudicare, loro si accontenteranno di un po’ di nozioni. Io ho già vinto e non ho paura.

lunedì 4 ottobre 2010

Dita frementi

Oggi al supermercato, due signore in coda alla cassa parlavano del più e del meno. In particolare, una diceva all’altra: “ Se la prossima estate sento ancora qualcuno che si lamenta del caldo…”. Fuori stava piovendo a dirotto, ed evidentemente questa signora, come me, non credo sia un'amante della stagione in corso. Sono discorsi da fila alle casse, da viaggi lunghissimi all’interno di scompartimenti, ma in effetti si è un po’ avvezzi a lamentarsi sempre, di tutto e di tutti. Ed io sono un lamentoso doc, non mi tiro certo fuori dal coro. Però, non credo di aver mai provato alcun senso di fastidio nell’indossare bermuda, t-shirt e ciabatte. Mi sono sentito coinvolto e partecipe dal dialogo delle due “sciure” perché, fino a qualche giorno fa ( e il blog mi è testimone ) ho evidenziato quella che è la principale caratteristica della nostra casa, intesa come focolare domestico: il caos, il rumore e via dicendo. Beh, i miei genitori sono partiti per la Puglia per salutare mio zio che ci ha lasciati, io lo farò in un secondo ( ma molto prossimo ) momento. E cosa posso dire al riguardo: che il silenzio che ora pervade questi pochi metri quadri è anche piuttosto imbarazzante. Non nego, non posso evitare di negare che, da egoista, questo silenzio mi fa bene; e fa bene alla mia concentrazione, ai miei neuroni che in questi prossimi quindici giorni devono produrre qualcosa di buono. Ma, in fondo in fondo, la sensazione che provo è strana. La cena non è più la cena, mi mancano alla fine certi tipi di discorsi. E allora, sarete voi a rimbrottarmi alla prossima nenia lamentosa riguardo al putiferio che solitamente qui a casa, domina. Non ho fatto finta di nulla, ho lasciato alla fine di questo articolo alcune considerazioni che ritengo più che doverose. La prima riguarda il mio ritorno sul blog. “Ma quale ritorno, direte voi”! E ne avete ragione, visto che ho “saltato” solo un giorno di pubblicazione. Beh, al sottoscritto è sembrata un’eternità e comincio a preoccuparmi di questa incapacità di trattenere un po’ le dita . E poi, un sentito grazie a tutte quelle persone (di cui non faccio nomi per imparzialità, tanto sanno che a loro mi sto riferendo ) che con un sms, con il loro commento qui, con un messaggio su Facebook hanno saputo darmi tutto quello che un amico può dare. A volte mi sento giù, a volte mi sembra di gestire tutto alla perfezione, a volte mi sento arrabbiato, incazzato. Capita se penso a quanto sia bella la vita ed altrettanto schifosa la morte. Capita se penso ad una bella frase che mi ha “regalato” un’amica: “ L'unica persona che prova profondo interesse per noi stessi siamo noi stessi.” Cruda, ma vera. Eventi di un certo tipo, esaltano la nostra forza, rafforzano la considerazione ( positiva o negativa) che abbiamo degli altri, fugano gran parte dei nostri dubbi. Sono tornato, e si sente.

sabato 2 ottobre 2010

Forza e coraggio

Carissimi lettori, vi sarete accorti del tenore pessimistico di questi ultimi articoli. E’ un diario questo, e mio malgrado ci scrivo quel che sento. E ciò che ho provato e sto provando ora è un senso di incapacità. Non so che dire, probabilmente il silenzio è la strada più giusta. Mi fido molto della forza e del senso di unione della mia famiglia in un momento così difficile, a livello emotivo. Io, che in questi ultimi anni ho imparato e sto apprendendo tutte le possibili tecniche per una gestione più accettabile delle varie situazioni della vita, devo mettere tutto a frutto. Quando si perde un proprio caro, quando quest’ultimo è lontano, il senso di incapacità è molto più grande. Poi, capisci che la vita va e deve andare avanti. Vorresti essere in cento posti per essere vicino a tutti, ed invece a volte ti ritrovi nel posto più sbagliato, quello da cui non puoi fare niente. Poi ci sono gli impegni inderogabili che la vita ti pone di fronte, e a questo punto devi tirare fuori tutto quello che hai per dimostrare di aver capito come si fa fronte a tutto ciò. Questo breve articolo è innanzitutto un mio modo per dire ciò che spesso a voce non riesci a dire ma rimane sempre impigliato nei pensieri. Se non avessi questa esigenza non avrei mai aperto un blog, giusto? Ma è anche un modo per comunicare ai miei amici più cari il mio grazie, e che non sarò presente come vorrei, nei prossimi giorni. Vorrei farlo con le email, vorrei farlo con qualche scritto, ma al momento, provo a chiudermi nel guscio di un silenzio che forse è il giusto onore a chi ho perduto. Sapete che ormai questi articoli costituiscono una medicina per me. E se non potrò farne a meno, sarete voi a pagarne le conseguenze ( mi sia concessa una piccola battuta ). Solo per dire che non sparisco, ma mi appresto ad affrontare un periodo importante. Grazie ancora a tutti quelli che ci sono, ci sono stati e sempre ci saranno.

mercoledì 11 agosto 2010

Toccata e fuga

Strana uscita quella di oggi in compagnia della mia due ruote. Avevo un obiettivo chiaro, ritornare presso quel magico luogo che ormai io definisco “il luogo del silenzio”. Ventitrè chilometri in tutto, per le mie gambe supersoniche (!) una piccola sciocchezza. L’afa, tornata prepotentemente, non avrebbe condizionato più di tanto la resa, di questo ero certo. Alzando gli occhi al cielo però, man mano che mi dirigevo a passo spedito verso la meta, cresceva in me il timore. Nuvoloni bianchi all’apparenza innocui, seppur  lentamente cominciavano ad appoggiarsi ad altri raggiungendo in alcuni punti pericolose tonalità grigiastre. A consolarmi l’altra metà del cielo ancora splendidamente azzurra. Giocando sulla velocità arrivo a destinazione in men che non si dica. Via il casco, via la musica di sottofondo e improvvisamente…..sono avvolto dal silenzio, mi guardo intorno, mi siedo. Ah, pensieri miei, poteste voi godere di questa pace, di questa irreale dimora di luce e silenzio,sempre. Niente, gli occhi vanno sempre al cielo, ed ecco ancora quel grigiore: dovevo ritornare. Dov’è finito intanto quel timore di non farcela, quella paura che le gambe non reggano l’urto…L’allenamento, serve a questo. E’ una metafora della vita no? Tutto ciò che prova la nostra mente in termini di esperienze rinforza la nostra corazza, e le paure pian piano scompaiono. Risalgo sui pedali; ciao, luogo incantato, ciao, rifugio di un minuto, di un lunghissimo minuto di serenità. Sono un fulmine, me ne rendo conto, percorro la strada del ritorno in troppo poco tempo per gustarmi i colori, i nuovi colori che l’estate avanzata regala al paesaggio. Arrivo in città e mi accorgo di riuscire a fare strane gimkane persino lungo le direttrici più pericolose. Vuoi vedere che qualcuno se n’è andato? Vuoi vedere che la città si è finalmente svuotata? Per un attimo mi passa per la testa un pensiero: “Ma che bella la mia città!”. Torno in me, metto il mezzo in garage. Alla prossima, forse ultima, avventura.

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lunedì 19 luglio 2010

Il fine giustifica i mezzi

Le gambe sembravano impazzite, decisamente sugli scudi. L’uscita settimanale con la mia compagna fedele si è rivelata proficua e gratificante. Ben detto caro Niccolò ( Machiavelli - n.d.r. -), il fine giustifica i mezzi. E quando si parla di “fine” nel mio caso s’intende: “silenzio”. Non è necessario ricorrere a stratagemmi particolari per godere di un piccolo angolo di pace mentre tutto intorno è un continuo, incessante frastuono a fare da sottofondo alle nostre giornate. Bastano mezzi semplici, a volte proprio il più semplice dei mezzi di trasporto e tanta volontà. L’età gioca il suo ruolo, le gambe danno ciò che possono dare ma il fine, quel fine ripaga di ogni sforzo. Sempre più in linea con il mio desiderio di godere di piccoli momenti di solitudine a contatto con la natura, ho provato a salire ancora. Il percorso prevedeva , come sempre , un tratto abbastanza pianeggiante per poi diventare più impegnativo. Man mano che sali cominci a voltare la testa a destra poi a sinistra per ammirare ciò che solo una veduta privilegiata consente. Ma devi anche concentrarti sui pedali, non devi perdere i ritmi, non puoi certo permetterti di scendere: devi innanzitutto arrivare. Entrando in paese a Castelferro si respira l’aria di tanti piccoli nuclei abitati della mia provincia il cui tratto distintivo è l’immobilità: arrivato finalmente nella piazza principale vedo, il solito “baretto” con qualche pensionato, una giostra in costruzione per l’imminente festa patronale, la Chiesa. Mi accomodo su una vecchia panchina per un breve riposo ed una signora, seduta all’ombra del giardino di casa sua mi osserva quasi fossi un alieno ( “Si!!! Io sono un alieno, non si sbaglia! – Avrei voluto dirle..- ). E’ già tempo di tornare, ma le gambe oggi mi spingevano oltre ogni limite d’età e di fiato. Nel mio piccolo mondo, queste sono grandi soddisfazioni.

domenica 18 luglio 2010

Messaggi subliminali

Mi piace mandare messaggi subliminali. E’ un ottimo strumento per testare l’attendibilità di quei rapporti di amicizia che io amo definire latenti. Non si contano le persone che si sono “congedate” dal sottoscritto senza una spiegazione plausibile, nel silenzio più assoluto. Sarebbe forse stato giusto che avessi provato io a rompere quel muro di omertà. Se Maometto non va alla montagna…E invece ho scelto di essere complice di tutto questo, forse pensando che non avessi poi molto da perdere, forse per questione di orgoglio, forse perché ritenevo di non avere nulla da rimproverarmi. Rompere il silenzio spesso aiuta, in alcuni casi può essere controproducente. Si deve rischiare? Prima dell’avvento di Facebook, esistevano i telefoni cellulari e gli sms, prima ancora le mails. Tornando indietro fino al paleozoico della comunicazione ritroviamo poi le cabine telefoniche, le lettere cartacee e finalmente…i rapporti umani. Stiamo dunque proseguendo sempre più velocemente verso l’evoluzione massima negli stili della comunicazione. Evoluzione tecnologica si, ma non certo umana. Ora accade che ci sono persone che, ancor prima di essere “amici di lista” erano miei amici. E sono ancora li’ in quella lista. Se ormai è questo l’unico strumento per testare l’esistenza o meno di un rapporto, beh, mi aspetto ormai da tempo immemore che queste persone mi cancellino da quella lista. Chiedo loro di dare un taglio ad una condotta ipocrita e puerile. Perché mi aspetto che lo facciano loro? Sempre per gli stessi motivi che ho citato sopra. Non voglio rompere il silenzio ma riesco ancora ad innervosirmi di fronte a certi non-comportamenti, a certe non-azioni. Lancio così messaggi subliminali, a volte poco subliminali e molto diretti. Niente da fare. Cari Andrea e Romina, pensavate che fossi così vigliacco? Non andate a decantare amicizia in ogni dove, non usate paroloni ad effetto. Siate amici con i fatti. Tutti sbagliamo, siamo umani, no? Ora, sto già meglio.

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