' sempre bello essere in vacanza. Mi odio quando rileggo i miei pensieri, le mie frasi buttate là negli attimi più istintivi. Ho persino parlato di incubo. Non perderò mai questo vizio maledetto di dire le cose nei momenti meno opportuni ed invece parlare ed alzare la voce quando è il caso. Nessun incubo, nessun terrore; la famiglia, diciamolo, è pur sempre una grande cosa salvo... La controindicazione per eccellenza sta nella propria capacità di assorbimento e nel livello di empatia: se come me fate vostro tutto ciò che vi circonda in termini di emozioni, sentire e via dicendo, la convivenza può risultare quanto meno difficile. Ma ogni Natale che passa, ogni fottuto Capodanno è un piccolo passo verso un traguardo che non piace a nessuno, allora perché non godere di una convivialità unica? Brutto parlare di questo a poca distanza dall'inizio dell'anno ma è pur sempre la verità. Cacciamo subito le riflessioni negative e concentriamoci su oggi, magari domani ma non oltre. L'abitudine ai tempi lenti, il gusto di fare colazione e pranzare senza l'assillo della clessidra, un po' di piumone in più. Ma chi non lo vorrebbe? Via i malesseri da abuliche relazioni sociali. Ho anche tirato giù dal balcone un bel sacco di messaggi subliminali inutilizzati. Credo proprio che lascerò perdere le parole quest'anno, utilizzando solo quelle necessarie ad esprimere stati d'animo immediati, veri. Il riciclo non è gradito dunque si spera che il cervello eviterà di riutilizzare gli stessi concetti per ribadire le stesse identiche tesi. Non sarà facile tornare al lavoro, quello che (sempre nei miei attimi istintivi) ho persino benedetto come panacea di tutti i mali. Ma cosa, lo stress? E poi i viaggi? I ritardi? Quella sarebbe vita? Insomma si fa fatica a capire cosa va bene e cosa no, come si vorrebbe vivere e cosa si vuole veramente dalla vita. Lo sappiamo tutti, ognuno di noi desidera fortemente qualcosa che lo faccia stare bene; io ho qualche dubbio in più ma solo perché non mi vedo, non mi trovo, faccio fatica a capire chi sono e cosa desidero. E' una malattia che nessuno riesce a guarire con le parole, la presenza, i gesti. Chissà mai cosa chiedo, cosa serve per fare il miracolo. Mi godo questi ultimi giorni, la ripresa della routine quotidiana forse attenuerà l'intensità dei pensieri, forse no. Lo scopriremo solo vivendo.
venerdì 3 gennaio 2014
domenica 29 dicembre 2013
Vorrei ma non posso
a quando ho aperto il blog, il buon proposito per l'anno a venire è sempre stato lo stesso: chiuderlo. Inconsciamente ho sempre ritenuto che, abbassato il sipario sui miei pensieri, avrei ricominciato a vivere. O forse il contrario: l'aver ripreso confidenza con la vita, avrebbe inevitabilmente portato alla scomparsa del diario. Chissà. Ora che mancano due giorni e questo malefico anno se ne andrà, il proposito ritorna. Vorrei chiudere qui. Vorrei, ma non posso. O se lo facessi, dovrei cambiare pelle, mutare il punto di osservazione, guardare oltre la spessa cortina che mi separa dal mondo. Scrivere è una malattia. Il blog mi ha aiutato, poi si è ripiegato su se stesso in perfetta sincronia con i miei turbamenti e le mie contraddizioni. Ora non mi serve più e vorrei disfarmene. Dovrei fare un operazione di marketing: se ne aprissi uno di cucina? Oppure uno nel quale racconto stronzate quotidiane che non attengono alla mia persona ma alla moltitudine di quelli che mi ronzano intorno? Avrei più lettori? Ma non punto al successo. Punto a stare bene. E io come sto? Ma sto bene, credetemi. Fine del ciclo di puntate della serie: “ alla ricerca di un senso”, termine della saga de: “la guerra contro il mondo”, scena finale del ciclo: “ il virtuale è una merda come chi lo popola”. Sto bene, pulito, sbarbato e rassegnato. Mi basta. Ora i pensieri stanno prendendo ben altra direzione, qualcosa di cui difficilmente riuscirò a sbarazzarmi e che sicuramente eviterò di rendere pubblico. Anche quest'anno sono giunto alla considerevole cifra di quasi duecento post. Un record se si pensa che non è da tutti riuscire a distribuire tante parole senza dare loro un preciso significato. I buoni intenditori, come definisco quei santi che ancora riescono a leggermi, lo sanno. Io dico e poi smentisco, affermo e poi nego con la classe del migliore ipocrita. Mi sono messo a nudo senza vergogna, senza paura di passare per depresso, disfattista e quant'altro. L'ho fatto ( e forse continuerò a farlo ) senza maschere. Perché questo sono, e già sapevo di essere. Già. Lo sapevo come ben conoscevo l'inutilità dell'azione umana e dei buoni propositi di chi ha provato ad aiutarmi. Io, il mio alibi, il mio blog. Il coraggio di un pusillanime che non sa vivere. Vuoi vedere che non lo chiudo neanche questa volta?
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martedì 12 novembre 2013
Un calcio nel sedere
na settimana come tante altre. Il weekend a Milano mi aveva portato il necessario ad affrontarla come sempre, con vigore ed una punta di rassegnazione. Da tre anni mi sono addormentato sul mio posto sicuro, una certezza, qualcosa di miracoloso ai tempi d’oggi. E mi sono dolcemente appisolato nella mia ordinarietà, nel mio barcamenarmi tra le solite scartoffie buttando battute qua e là. Vita. Una settimana apparentemente come tante. Qualcosa stava per spezzare la linea retta dell’elettroencefalogramma piatto. Una domanda, che sembra una proposta oppure è un ordine. Cosa fosse ancora non lo so, e ancora ignoro dove, quella mia risposta tra lo stupefatto e l’incerto, mi porterà. Di sicuro in un luogo diverso da quello nel quale ho vissuto la mia ordinarietà in questi tre anni. Ora, tutto questo incipit per dire che verrò trasferito? Sembra facile. Ditelo ad Enzo, così dolcemente coccolato dalle certezze di un quotidiano esasperante, ma pur sempre sicuro. Ditelo a lui, così sempre capace di legarsi alle persone (poche) dividendo con loro anche qualche momento di intimità di pensiero. Ecco, ora toglieteglielo. E pensate cosa può accadere dentro Enzo. In questi giorni sento tremendamente la mancanza di E. Non la vedo dall’inizio dell’estate e non sono riuscito a mantenere costante la mia presenza in studio. Mi manca, e in questo momento un’ora di sana chiacchierata con lei sono sicuro mi avrebbe rigenerato. In questo momento emotivamente delicato ho scelto di mettere dei paletti e di fare una bella classifica delle cose importanti. Prima fra tutte, la famiglia. Mamma non deve soffrire per come potrà evolvere la situazione. Devo solo cambiare ufficio, è vero. Ma lei carpisce ogni mio battito del cuore, ogni piccolo scompenso e lo legge negli occhi. Al diavolo il lavoro, la priorità è lei, e papà. La priorità assoluta è arrivare a casa stanco e sapere che, mantenendo la calma posso chiacchierare con loro e stare meglio. Che bello, mi piace pensare così. Oggi mi è venuta in mente una frase che sintetizza lo stato di fatto e la sensazione che ne deriva: è come avessi preso un bel calcio nel sedere e mi trovassi in volo; potrei cadere ovunque. Quindi continuo a volare e mentre lo faccio, mi accorgo delle orrende falsità dette, di quanto io continui ad aborrire il genere umano. Dai, sto ancora volando. E se allungo le mani verso il basso, ne sento altre che stringono le mie.
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martedì 5 novembre 2013
Camicia di forza
pesso i pensieri riescono a trovare una via d’uscita insperata, inattesa, nascosta in chissà quale angolo del cervello. Ed una volta fuori, si disperdono nell’aria. E’ più o meno questa la sensazione che è tornata a trovarmi. Lo fa raramente, purtroppo. I pensieri, i tormenti, le preoccupazioni, i contorcimenti escono a farsi una passeggiata anziché stazionare scomodi, in testa. Ne rimane uno solo e più o meno fa così : “ Oh cacchio, vuoi vedere che ora non ho niente da dire?” “ E come faccio a far sentire che ci sono, che esisto?”. Non ci vuole grande perspicacia nel capire che sono una persona con un grande, disperato bisogno di dialogo, di confronto produttivo; ciò, in piena contraddizione con la mia proverbiale ritrosia ad affacciarmi al mondo. E’ un modo come un altro per combattere la solitudine, non per condividere con qualcuno uno status di insoddisfazione. Ho cercato persone reali e non le ho trovate. E dire che non ambivo a notti brave, ad improbabili ritorni all’adolescenza; volevo far sentire che c’ero, che avevo argomenti, che ero una persona interessante. Ora, come un vecchio pazzo, parlo con questi fogli, spesso mi confido silenziosamente nel buio della mia stanza. Non ho affatto vergogna a dire tutto questo in pubblico. E sarei felice di sapere che, una volta per tutte, qualcuno capisse che non dipende solo dall’approccio, porca miseria. Le favole le ho abbandonate, ora credo a me stesso e alla straordinaria capacità di focalizzare i punti dolenti, sforzandomi di evidenziare soluzioni: inesistenti, a fronte di una valutazione razionale. E non parlatemi del cuore, non ditemi nulla a proposito di ciò che esso muove: interessamento all’altro/a, perseveranza, partecipazione. Sto andando fuori dal seminato. Avevo iniziato dicendo di non avere pensieri e del timore di non “essere”. Ecco, ho recuperato. Questo articolo dice che nonostante tutto ci sono, sempre più confuso, sempre più nevrotico ed ansioso, ma ci sono. Può bastare no? Non mi sto lamentando, non cerco aiuto, dico solo come stanno le cose. Quando capirò che, il non pensare fa anche bene ed il masochismo porta progressivamente alla camicia di forza?
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giovedì 3 ottobre 2013
Passi lenti
assi lenti, quasi pavidi. L’autunno chiede tempo, non ama essere scavalcato. Io mi adeguo e metto in disparte la mia proverbiale attitudine alla programmazione, alla rigorosa sistemazione di cose e pensieri. Non mi fido, ma non sarei io. Non amo vivere alla giornata ma solo perché non sono capace di coglierne ( ed apprezzarne ) i frutti. Mi adeguo, a fatica. Effetti collaterali: un diffuso stato di apatia, impassibilità alle sollecitazioni, noia. Dunque niente di nuovo, signore e signori. E’ semplicemente tornato mister Autunno, con le sue cartoline a tinte seppia, i finestrini dipinti di nebbia, i cieli presto scuri. Tutto molto lentamente. Mi sto preparando il giaciglio invernale, affronterò notti piene del solito desiderio di attenzioni, del livore per chi vive una pseudo-vita, ma pur sempre vita. E poi come sempre il mattino. Sto attraversando questa fase di pensiero, volevo essenzialmente dire questo. Passi lenti, pensieri eccellenti. Come quello che mi sta portando a spogliarmi delle vesti di persona noiosa, depressa, monotona, incavolata cronica. C’è il desiderio di non mettere più pericolosamente le mani avanti, di non rischiare più di essere tacciato di falsa modestia. Ma gli altri sono poi così allegri? Sono così stupendamente vivi, goliardici, educati, sopportabili? Figuriamoci. La verità è che sono assolutamente noiosi, penosi nel loro incedere a singhiozzo, alternando presenze a lunghi silenzi. Ma guarda un po’, esattamente come sono solito fare io. E allora perché incriminarmi del reato di inattendibilità, di inabilità a gestire le relazioni. Andate, davvero, ma con il cuore, a quel paese. Passi lenti, compassati. C’è un luogo che mi vede protagonista di monumentali progressi verso la definitiva consacrazione: un uomo capace, competente, straordinariamente autonomo. E’ il luogo più inutile per mettere sul piatto le qualità ma non posso non tenerne conto. Al di fuori di esso, i connotati migliori vanno a farsi benedire. Ali tarpate dall’assenza ovvero dalla inutile presenza. Proseguo un po’ indolente, pigro. E come sempre maldestro, maledettamente inesperto nell’arte del “chissenefrega” di questo o quello. Passi lenti, tanto da alzare lo sguardo ed accorgermi di quanto sono piccolo, inutile. Come tutti. Ma io soffro.
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giovedì 29 agosto 2013
Pensieri mostruosi
bbene si, mi lascio andare a qualche considerazione prima della partenza per il Sud. Affermare che su questi fogli io scrivo è falso, ma soprattutto è offensivo nei confronti di chi si può a pieno titolo definire scrittore. Io qui penso. Il meccanismo mentale e quello emotivo (almeno per quanto mi riguarda) sono in grado di generare riflessioni interiori così profonde da non essere comprese nemmeno da chi le produce. Veri e propri pensieri mostruosi. Qualcuno capita di sfuggita su questo blog e a volte si lascia andare ad una valutazione: “ Questo scrive, ha un blog ma pure una bella depressione addosso. Tu scrivi troppo profondo, smettila e goditi la vita!”. La sostanza dell’osservazione era questa ed io non so quasi mai come obiettare. In fondo potrebbe essere anche così, ma poco importa di cosa pensa la gente. Se sono depresso, magari capace solo di lamentarsi e farsi seghe mentali sono affari miei. Per il sottoscritto questi fogli hanno comunque un valore affettivo: io me li sono donati con il cuore ed io non me ne libererò. Dunque, pensiamo a cosa scrivere dopo la solita lunghissima premessa. Nessun blog, nessun racconto, nessuna pedalata. Ma anche nessun pensiero che attenga al lavoro nei prossimi giorni. Solo la consapevolezza di aver dato tutto come sempre, di aver lasciato la scrivania in perfetto ordine e di aver superato brillantemente il timore di non farcela. Vado al mare una settimana. Sono persino entrato nell’ordine di idee che non basterebbe un mese di vacanza per esorcizzare lo stress infinito dell’essere pendolare. Ma fosse solo quello il problema; sto diventando troppo bravo, sapete? Quasi quasi ci credo pure io. Sono quasi capace di gestirmi completamente e di lavorare in piena autonomia. Ma che bravo Enzo. Ma che fesso Enzo. Ci sta la capacità, ci sta anche quel pizzico di disponibilità. Appunto, ho detto “pizzico”. No, da quell’orecchio non ci sento. Perché se riuscissi a mediare competenza e autorevolezza io sarei, almeno sul lavoro, un uomo rispettato. Non voglio accettare che finisca l’estate e so che invece quando tornerò, troverò i manifesti a ricordarmelo. L’estate ha avuto una portata immensa sul mio modo di affrontare la vita, ha generato il progressivo allontanamento dal mondo virtuale. Ci sono, ma non ci sono. Basta, fine dei pensieri mostruosi. Che il sole sia con me.
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domenica 18 agosto 2013
Il più a lungo possibile
n questa calda Domenica di Agosto ho accolto con un velo di malinconia quegli ospiti sempre a me graditi, ma ultimamente così lontani da farmi pensare alla vera e propria guarigione, a quella trasformazione sempre desiderata, alla fine di questo stesso blog. I pensieri sono tornati ma non poteva essere diversamente, dato lo stato d’ansia che precede il rientro al lavoro portandosi appresso un bagaglio nuovo di zecca, colmo di ricordi e di immagini. Pensieri morbidi, qualche seria preoccupazione (una volta tanto) non inerente al lavoro, la voglia di raccontare frustrata dalla solita assenza di chi vorresti al fianco. Mi cruccio di non aver utilizzato questi fogli per dare lustro alle mie uscite in bicicletta. Sapete, quest’estate ho acquistato una bici da corsa nuova e con lei ho scoperto un incredibile modo di vivere la natura, ancor più intrigante di quanto non mi consentisse la vecchia mountain-bike. Questi giorni mi hanno visto protagonista di una lotta impari con le salite, con la paura di provare a superare i miei limiti. Ma come sempre accade, quando ce la fai, scopri un mondo nuovo, un punto di vista sulla realtà magico ed entusiasmante. La mia ultima uscita è stata tutto questo. Vedere le mie gambe che spingevano sui pedali, alzare la testa e ritrovarmi attorniato dal silenzio, dai colori. Felicità. Era da tempo che non ritrovavo in me forza fisica, forma atletica e libertà di pensiero, viaggiare all’unisono. Quando finiscono le vacanze estive è come se il giorno dopo fosse Natale. Diciamo che piombi nel futuro ed istintivamente vorresti ritrovarti di nuovo lì, alla fine dell’inverno e pieno di speranza. Non è così, purtroppo. E’ stato bello stare con i miei genitori. Mi fanno preoccupare, li vedo stanchi. Sapete, non c’è giorno, ma cosa dico, non c’è minuto in cui la mente non vada a loro, alla salute, agli anni che passano velocissimi, al timore di perderli. Forse il fatto di averli sempre nella mia mente li tiene più vivi che mai. I pensieri non mi hanno mai abbandonato, belli o brutti che fossero; tuttavia non si è trattato di una semplice illusione, di un incantesimo. Sono stato e sono tuttora sereno. Chiedo solo che tutto questo possa durare il più a lungo possibile. Amo i miei morbidi pensieri.
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sabato 29 giugno 2013
E vissero tutti felici e contenti (?)
n questo pomeriggio Novembrino ( avete capito bene, ho detto Novembrino ) il grigio soffitto di nuvole riporta alla mente pericolose rimembranze. Saranno i fantasmi che tentano di squarciare il cielo? Vorrebbero per caso ricordarmi che tutta questa leggerezza di cui mi vado vantando è solo frutto di una povera illusione? No, non è così, mi stanno solo dicendo che c'era un Enzo che ora non c'è più ma Enzo esiste, è vivo, è positivo e di questo non deve farsi alcuna colpa. Eccolo il nocciolo della questione. Stamattina “corricchiavo” sul tappeto in palestra e guardando oltre la porta finestra verso il fiume, secondo voi cosa potevo fare se non pensare? E dove andavano i miei pensieri? Volevo capire se una buona parte del mio benessere attuale fosse dipendente dall'aver liberato la coscienza di un bel po' di zavorra. Mi riferisco ad un mio agire slegato dalle solite regole mentali, più ardimentoso, teso al solo scopo di vivere senza pensare ad ogni possibile ripercussione delle mie azioni. Detto così, sembra io abbia scoperto il mondo o, ancor più, trapela una poco attendibile immagine di Enzo trasgressivo. Non esageriamo, niente di tutto ciò. Mi riferisco in generale al modo in cui mi sto approcciando ai rapporti e alle dinamiche che governano l'amicizia. Del resto questo è sempre stato il leit-motiv alla base delle mie paturnie. In questo senso Enzo non cambia, sempre lì a chiedersi il perché ed il percome: se non fosse così ora non sarei qui ad interrogarmi sui motivi di tanta manna. Non posso certo dimenticare il passato anche se è ancora dietro l'angolo, talmente giovane da non potersi nemmeno definire tale. Ci sono persone che entrano ed escono dalla vita di ognuno di noi, ed altre che rimangono anche quando si cambia e si trova la strada giusta. Siamo critici verso gli altri e poi generalmente, commettiamo i loro stessi errori. Perché nessuno è al centro di nessuno, giocoforza le dinamiche e i cambiamenti sono difficili da seguire. Non sono cambiato nella misura in cui faccio fatica a dare consistenza ad un rapporto, sono sempre impalpabile, inattendibile. Che colpa ne ho? E che colpa ne ha chi subisce la mia volubilità? Ma se quando attraversi momenti difficili tutti ti augurano che passino, ora che sono passati dovremmo essere tutti felici e contenti. Oppure no?
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lunedì 17 giugno 2013
Pensieri al fresco
iciamo subito che giornate “africane” come questa annientano ogni velleità cerebrale. Vanno letteralmente a farsi benedire paturnie e seghe mentali di ogni tipo, in fondo ciò che dovevi dare lo hai dato (al lavoro). Ti resta un pietoso ritorno sul regionale che comincia a diventare, giorno per giorno, un forno puzzolente pieno di persone la cui traspirazione sale paurosamente oltre il limite della sopportazione umana. Che ci sto a fare qui, mentre l’accappatoio post doccia sta provocando l’ennesima sauna? Per lasciare il solito segno, la solita traccia esistenziale, un possibile “ago nel pagliaio” nell’apparente nulla quotidiano. Ci sono giornate che meritano di essere ricordate solo da chi le vive, solo da chi segue minuziosamente le proprie acrobazie interiori, i contorcimenti e le possibili ( spesso improbabili ) evoluzioni. Miglioramenti dunque: se ce ne sono, sarebbe sempre opportuno farne menzione per ricordarli a chi scrive, magari per trarne una fugace lezione ed un sorriso abbozzato di soddisfazione. Poi, domani si vedrà. Sono qui a regalare la scena alle piccole rivincite di Enzo come uomo sempre debole, del tutto permeabile allo stress e alle situazioni in continuo mutamento. Enzo è abitudinario, stanziale. Ha bisogno di un luogo sicuro e quando l’ha trovato, guai a modificargli l’ambiente, le condizioni di vita. Perde sicurezza, ha bisogno di protezione, si sente sperduto. Enzo ha grandi limiti caratteriali. Può bastare una giornata senza cedimenti, senza crampi allo stomaco, senza lo sguardo fisso all’orologio; può bastare a dire: “Enzo, oggi stranamente ti vedo tranquillo, nonostante tutto”. Piccoli traguardi, alla fine di un giorno da pressione azzerata, da maledetti pantaloni lunghi che ti si appiccicano alle gambe e tu vorresti denudarti lì, e chissenefrega di chi c’è. Solo l’inizio. Ma riflettendoci ancora bene percepisco la sensazione di avere in mano il coltello dalla parte del manico: gioie, momenti di crisi, pianto, felicità. Sempre io e solo io posso decidere. Ma da quanto tempo avrei dovuto capirlo? E’ troppo tardi per cominciare o per abbozzare una timida rivincita? A questo punto, a questo benedetto punto, no. Il regionale inibisce ogni forma di approccio umano, ogni tentativo di studiare l’ambiente circostante. Dovevo per forza guardarmi dentro: non ho visto granché ma ho respirato vita ed un alito di refrigerio. Ogni tanto capita.
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lunedì 3 giugno 2013
Artifizi
ppure esiste una soluzione alquanto semplice, perché il tempo è un cancro che divora ogni nostra velleità. Già esserci diventa un’impresa, figuriamoci amare, far sentire che ci siamo, godere di noi stessi. E poi pensi che a pensare ti divori più di quanto non faccia il tempo sul tuo corpo e su quel che resta del libero arbitrio. Esiste un piccolo stratagemma che non richiede alcun impegno, che non porta via tempo, ma che libera la mente dall’ossessione di non avere tempo. Dovremmo smetterla di considerare il tempo come qualcosa che si muove dentro la vita, uno strumento che ( a seconda di come ne si fa uso ) può essere funzionale alla vita. Basta, smettiamola di chiamarlo tempo e abituiamoci a chiamarlo: vita. E allora scopriremo che saremo sempre giustificati, che saremo sempre perfettamente in linea con il mondo, che nulla e nessuno potrà accusarci di qualcosa. In fondo cos’è il tempo se non una costruzione mentale la cui sottoposizione ad ulteriori rigidi schemi rende la nostra vita un inferno. E così ogni giornata finirà in modo amaro per tutte le occasioni sprecate, ma in fondo potremo dire che è vita. Proviamo dunque questo artifizio, mentale e concettuale al tempo stesso e mandiamo a quel paese tutto ciò che la vita offre senza darci il tempo di goderla. Il tempo non esiste, esiste la vita. Sono mattinate piene di pensieri, sono giornate infernali sul lavoro, più che mai arzigogolato è il percorso delle mie riflessioni silenziose, quelle che non riesco a rendere pubbliche. Tutte portano sempre all’idea del tempo. Indubbiamente, questo primo semestre dell’anno mi sta riportando a quello di due anni orsono. Le stesse paure, le stesse congetture. Il lavoro ha smesso di essere un’occasione per attenuare la morsa; le cose sono cambiate, sono teso, tirato, agitato, nervoso. Non è estate non è inverno e nemmeno autunno o primavera. Non esiste nulla di definito, non posso isolare i problemi e tracciare loro intorno un bel contorno. Non posso affrontare tutto insieme e nemmeno a compartimenti stagni. E allora provo a divertirmi a creare concetti astrusi da distribuire sulle solite trentacinque righe; provo a fare della mia capacità di analisi un piccolo laboratorio per la ricerca di magiche soluzioni. Anche questo è tornare bambini, sdrammatizzare ciò che è realmente difficile da reggere. Crollerò. Ma, Dio mio, non adesso. Adesso non posso.
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martedì 21 maggio 2013
Apparenze
’ dura far credere di essere una roccia. E’ dura dover confortare, compatire, accettare, annuire quando dentro sei vetro e basta un niente a romperti. Eppure tutto questo è e continua ad essere Enzo. Enzo non dice di no salvo poi sedersi sui sedili blu del regionale fermo al binario e…. rimuginare sulle sue manchevolezze. Enzo non sa esimersi dal provare dispiacere, pena per chi sta attraversando un periodo anche peggiore del suo, salvo poi chiudere la comunicazione e pensare che anche lui merita un “come stai”. Enzo non sta bene, Enzo non è una roccia, questi sono dati di fatto. Enzo sta rimpiangendo le fredde mattine d’inverno quando, ignaro dei passanti, percorreva la strada verso il lavoro pensando a cosa stesse cercando, quale fosse il suo vero obiettivo. Dove fosse il senso. Quella era follia, ma mai come allora Enzo si è sentito padrone delle proprie capacità. Porsi un obiettivo, per quanto assurdo agli occhi degli altri, è pur sempre un segno di vita. Ora è tutto un “mi dispiace”, “che si può dire”. Enzo è bravo a parlare di sé, non ha difficoltà alcuna nel cercare tutte le possibili strade per arrivare a dire qualcosa, purché si parli di lui. Enzo non è egocentrico, vanitoso, presuntuoso come si crede; Enzo ha bisogno di dimenticare, di chiudere la porta ed aprire il portone. Non è il tempo che rende nervosi, depressi, bizzosi. Non è il bisogno di luce che ci fa sentire un po’ tutti strani. Qui c’è una vera e propria sceneggiatura creata ad arte per far girare le palle costringendomi ad essere roccia. Sento che si sta pericolosamente avvicinando il solito “bum!”. Siamo a pochi giorni dal contatto, il vaso è nuovamente colmo e la malcelata indifferenza verso il mondo sta per essere pietosamente smascherata. Cosa accadrà? Probabilmente tornerò a spingere giù il solito mattone esistenziale senza poi riuscire ad impedire che fuoriesca dalla bocca. E allora saranno le solite accuse, il solito vittimismo, il solito odio integralista. Tantissimi anni fa ( almeno venti ) un vecchio amico di penna riconobbe già nell’Enzo ventenne un caso degno di studio. “Enzo, ho l’impressione che i tuoi periodi depressivi siano destinati a tornare con la stessa facilità con cui se ne vanno”. La storia si ripete e nella storia si ripetono altre piccole storie, come cerchi concentrici. Riportando qui tutto questo, forse non faccio altro che aggravare la situazione. Devo pur dirlo a qualcuno, e sapendo di essere il solo ad ascoltarmi qui, lo faccio con tutta la sincerità possibile.
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lunedì 25 marzo 2013
Di Lunedì
otrei anche non scrivere nulla. Il Lunedì è un giorno strano. Parto stranamente motivato tanto che qualcuno in ufficio stamattina : “ Enzo, come mai tutta questa voglia di lavorare il Lunedì?” . Eh, non è facile rispondere se non ammettendo che la voglia esiste davvero ma al solo scopo di esorcizzare. Le solite, infinite facce della stessa medaglia. Anche il lavoro può rivelarsi una medicina, anzi lo è sicuramente. Durante le otto ore canoniche i pensieri rimbalzano come una pallina nel flipper ma non fanno male, scivolando mestamente nel buco. Di questi giorni voglio sottolineare ancora la buona predisposizione verso il prossimo, una certa serenità d’animo che mi spinge ad elargire persino consigli. Io che sono l’ultimo a poterlo e doverlo fare. Sembrerò egoista ma nelle fasi che seguono a quelle di grande rabbia mi sento quasi filantropo; non dico di amare il mondo, questo no. Semplicemente provo ad accettarlo. Ne guadagno sensibilmente in termini di coerenza, riuscendo a non apparire il solito umorale, oggi leone domani agnello. Vorrei, gradirei con tutto il cuore apparire una persona come si deve. Mi faccio una risata perché fino a qualche giorno fa quasi mi vantavo della mia pazzia, della mia ostinata lotta contro il male. Possibile che ora sia diventato un uomo normale, dannatamente umano? Semplicemente di questi ultimi tempi ( e l’ho già fatto notare ) mi sto fossilizzando sul tema della vita senza però guardare egoisticamente la mia. Osservo i miei genitori, faccio molti pensieri, calcoli, sento che il tempo stringe sempre e che devi sempre prendere tempo. Maledetto, maledetto tempo. A volte ti passano davanti gli anni sprecati, le occasioni mancate, e in questo momento vorrei tanto riprenderlo, riavvolgere il nastro ed essere quel figlio che poteva essere migliore. Pazienza, nessun rimpianto. Ora voglio prendere il tempo per la gola, vorrei che perdesse i sensi in modo da regalarmi il lusso di godermi le persone care il più possibile. Non capita quasi mai che si abbia tempo per riflettere su queste cose. E so che purtroppo basterà un niente per tornare ad essere il solito. Ma guardarli i miei, studiarli, e viverli regala un senso di pace. L’esatto opposto di ciò che accade quando faccio questo lavoro su di me. Va bene così Enzo, lascia che sia.
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sabato 9 marzo 2013
L’appuntamento
oteva mancare il post depresso del Sabato? Attenzione però, qualcosa è cambiato davvero. Mentre faccio andare le dita sui tasti ci sto ridendo su, non sono mica triste, pensate forse che possa ancora provare emozioni e sensazioni? Il post depresso del Sabato è un appuntamento al quale cerco sempre di non mancare perché è pur sempre un modo ( il mio modo ) per ricordarmi che ancora respiro, nonostante tutto. Faccio tutto da me. Il post depresso del Sabato ferma il tempo e lo congela quel tanto che basta a raccontare le stesse solite cose. Chissà perché ma mi sono messo in testa che il Sabato debba essere il giorno del masochismo per eccellenza; mi voglio fare male ( che poi male non sento più ), voglio ricordarmi che sono solo e che un appuntamento comunque ce l’ho, come tutti là fuori. Non riesco a fare un sunto quotidiano della mia vita, come dicevo ieri. Rischierei di rafforzare ulteriormente la mia convinzione secondo cui, l’abitudine, l’accettazione rassegnata della ripetitività dei giorni, porta gradatamente alla morte interiore. E diciamo solo interiore. Il post depresso del Sabato mi permette di dire le peggio cose, tanto poi da domani, e per tutta la settimana, sembrerò quasi normale, uno dei tanti. Sali sul treno, scendi dal treno, bolla, lavora, risali sul treno, riscendi, mangia, dormi. Più normale di così? Cosa vuoi di più dalla vita, pensano gli umani. Ma volete mettere la fortuna di avere un giorno tutto per me nel quale deprimermi liberamente, pensare a tutto ciò che non ho, che vorrei ma che in fondo non voglio? Un giorno nel quale possa ritenermi legittimamente più matto del solito, più lagnoso del solito, più rompicoglioni del solito. Come faccio però a far capire che nonostante tutto sto bene? O meglio, che grazie ancora alla mia testa pensante ho la forza per non scendere ai livelli di qualche anno fa, a pronunciare frasi e a fare promesse che credo sia inopportuno riportare qui. Sebbene non mi siano simpatici ( ed uso un eufemismo) vorrei tante volte provare il gusto di essere umano, almeno per un giorno. Infilarmi in quelle teste vuote, piene di neuroni bruciati, che trovano ogni giorno una motivazione per vivere. Ma come fanno, Dio mio, come fanno? Perché a me non è concesso? Ora che ho smesso di lamentarmi, chiudo il post depresso del Sabato. Sento un gran rumore intorno.
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giovedì 6 dicembre 2012
Il senso del freddo
cco, questo momento incarna il senso dell’inverno. La voglia di coperte, di abat-jour, di un foglio su cui rassettare i pensieri. Il silenzio. E là fuori un freddo boia. Aborro questa stagione, soprattutto ora che impiego più tempo al mattino per vestirmi e per sbrinare l’auto. E cosa dire poi di quelle luci in lontananza che annunciano un treno quasi sempre freddo. Guardo le facce dei miei compagni di sventura, vorrebbero tutti la stessa cosa, si legge dal loro sguardo spento, dalle teste che barcollano. Io non ce la faccio proprio a fare altro: devo ascoltare musica perché così sono libero di mettere le mani in tasca. Un giornale, un libro, il pc, non me li posso permettere. Odio l’inverno. Lo amo, a volte. Stasera in modo particolare: la cena in famiglia senza fretta, senza la corsa contro il tempo per preparare le cose per la mattina dopo. Lo sguardo sempre all’orologio: “ ho ancora mezzora di tempo, poi so già che crollerò”. Niente di tutto questo, stasera. E solo perché domani mi sono concesso un giorno di vacanza. Ecco, amo l’inverno perché ho i piedi sotto le coperte, la luce è soffusa e posso fare ciò che più mi piace. Calore umano, ne ho sempre bisogno. Lo avete notato, sto scrivendo a ruota libera perché non avevo particolari argomenti da trattare o meglio, non sento quella spinta emotiva che solitamente mi catapulta sul pc anche nei momenti più strani. Ricordate la paura che ho manifestato qualche giorno fa? Il terrore di avere momenti di vuoto assoluto, di totale assenza di pensieri, dunque di motivi per.. Le paure vanno e vengono con la stessa maledetta frequenza degli arrivi e delle partenze. In mezzo c’è un viaggio che sembra apparentemente uguale, ogni giorno, ma nasconde tantissime insidie. Tempo fa ero un abile quanto preciso programmatore della vita, ero rassicurato dall’idea di poter vigilare sul mio futuro. Pensavo addirittura che, qualora fossi rimasto schiavo di questa tendenza, non avrei avuto una lunga vita. E ora che ho imparato a vivere alla giornata? Ho nostalgia di quegli anni. Io non sono così convinto del fatto che il “carpe diem” sia poi tutta questa bellezza. Cogliere l’attimo, se lo si intende nel senso del rischiare, dell’afferrare il tempo e le occasioni, potrebbe anche avere un senso. Ma io mi domando e dico, come fai a giocarti le tue carte, a buttarti, se il tempo lo afferri solo per sopravvivere? Non abbiamo il tempo di afferrare il tempo. Non ce n’è. Ogni giorno è tremendamente uguale all’altro. Pensiamo di prenderci gioco del tempo. Che inetti.
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sabato 17 marzo 2012
Un concentrato di problemi
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venerdì 17 febbraio 2012
Nella vasca
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giovedì 8 settembre 2011
Così, tanto per scrivere.
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domenica 4 settembre 2011
Effetto notte
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martedì 14 giugno 2011
Ordinaria amministrazione
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domenica 22 maggio 2011
Un pomeriggio positivo
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