inisce una settimana assurda, pazza, odiosa. Finisce con uno sprazzo di blu e le montagne in bella vista, appena girato l'angolo che mi porta su Via Garibaldi. L'aria secca, il sole quasi tiepido, ma è quel cielo terso a cancellare d'un botto cinque giorni di carico pesante e nervi a fior di pelle. Basta poco. Ma è un attimo, nemmeno il tempo di goderti l'aria del Venerdì che sei già subito sotto terra; la metro non aspetta, poi risali ed eccolo là, il trenino. Chiuso nelle solite scatole di acciaio, provo a riordinare le idee; non è facile, forse il Venerdì mi aiuterà a pensare a ciò che di positivo il weekend porta con sé, ovvero i tempi che si allungano, le gambe che si fermano. Il cervello? Macché, quello vola sempre e non fa certo gite di piacere, ma sempre viaggi tortuosi. E' stata una settimana in cui non è mancato il dialogo, nel vero senso della parola. Quello che ti apre gli occhi sulla reale consistenza delle cose, su come dovrebbero essere ed invece non sono. Quando parli con una persona vera, la guardi negli occhi e in quegli occhi scopri di essere ascoltato. Bisogna guardarsi, porca miseria, usare le mani e soffermarsi sui gesti, dire un buongiorno e nel frattempo poggiare una mano su di una spalla. Tutto il resto sono balle. Sono lontano anni luce dall'accontentarmi di una chiacchierata virtuale: perdonatemi, forse mi pentirò ma ho già più volte detto che ho bisogno di dosare le parole. E devono essere importanti, profonde, dirette, reali. Il virtuale mi ha insegnato a teorizzare, facendomi dimenticare di avere una vita ( sebbene vuota ) e spingendomi nel baratro di una pseudo-realtà nella quale ho aumentato ulteriormente la percezione della mia solitudine. Cambiano le idee, muta la visione delle cose, non certo la sostanza. Ieri ad esempio mi sentivo all'inferno. Anche stamattina ho aperto gli occhi ben prima della sveglia e nella testa hanno girovagato i soliti fantasmi portatori di pensieri pesanti come macigni. La legge del più forte vince sempre ed il vincitore è sempre lui, il tempo. Mi alzo, faccio colazione, inizio l'ennesimo replay di un film già visto. Speranzoso di qualche spazio pubblicitario fatto di gesti e sguardi. Mi accontento, lo sto facendo nel modo giusto.
venerdì 24 gennaio 2014
sabato 23 novembre 2013
Scontro frontale
poi a volte mi attraversa un pensiero ricorrente: sto perdendo il mio tempo. In pratica il castello di certezze, di conti che tornano, di cuore e ragione che hanno svolto correttamente il loro compito, cade. Il contesto non ha più giustificazione, le pseudo motivazioni ( vedi stanchezza e stress accumulato ) diventano alibi. Un frontale con la realtà dal quale esco con le ossa a pezzi. E allora? Nulla, non succede niente perché so perfettamente di assolvere con dignità al mio compito di sopravvivenza. Lo faccio nel pieno rispetto delle regole della società e adeguandomi a ciò che mi ruota intorno. Il confine tra convinzione e verità è sottile ed è rappresentato dal senso di dignità; perdo tempo a guardare il soffitto, a lacerarmi gli occhi davanti a questo monitor oppure lo sprecherei forzandomi a fare qualcosa che non stimola? Lascio intendere di avere alternative ma non ne ho: difficile (anzi impossibile) che io mi possa permettere il lusso di scegliere. Ho lasciato il vuoto dietro ed intorno anche se, detta così suona come un'ammissione di colpa. Niente di tutto ciò. E' che poi ci sono Sabati d'inverno e la pioggia fuori, dunque pensi: “Bello mettersi addosso un pigiama caldo e rilassarsi mentre fuori piove”. E poi ripensi “ Farei una fatica enorme al solo pensiero di dovermi cambiare per una serata fuori, con questo tempo”. E' cambiato qualcosa. Succede, a volte. Vanno via velocemente i giorni, le settimane, i mesi. Arrivano le feste a ricordarci che siamo rimasti immobili e non abbiamo fatto alcunché per noi stessi. E ne arriveranno altri a condannarci al solito immobilismo e alle consuete considerazioni. Di fatto non c'è più voglia di argomentare su discorsi che hanno fatto la muffa, solo semplicemente dire cosa passa per la testa; e questa sera è venuta a trovarmi la paura di buttare all'aria qualcosa. Sono un combattente anche se tutto si direbbe di me fuorché di essere uno che affronta il mondo. Lo sono nella misura in cui mai e poi mai riuscirò ad accettare questa parabola discendente di cui sono stato protagonista; su dai, non sono triste, anzi come già dicevo ieri ho anche voglia di ridere. E faccio bene ora a chiudere questo foglio, metterlo nella scatola delle sensazioni estemporanee e andare a dormire. Con tanti complimenti a me.
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mercoledì 23 gennaio 2013
Uno, nessuno e centomila
poi io sarei contraddittorio. Non mi sono mai nascosto dietro un dito, qui lo dico e lo ribadisco: sono il re della contraddizione. Pensandoci bene però, affermare una cosa per poi subito negarla, attirare l’attenzione salvo poi scappare sono sintomatologie tipiche di chi vive un disagio esistenziale. L’apparire al meno un po’ strano agli occhi degli altri, ci sta. Si è in eterna contraddizione con il mondo ma prima ancora con se stessi. Le parole scritte, gli appelli nelle grandi piazze virtuali, i messaggi subliminali rappresentano estremi ( quanto banali ) tentativi per entrare in sintonia con l’umano. Quando il raggiungimento della pace interiore assume le dimensioni di una montagna ( e tu ti senti un topolino ) si cerca di salvare il salvabile. Niente da fare. E allora, viva la realtà, viva le pacche sulle spalle, viva gli sguardi, la gestualità, i toni mai fraintesi. Per mitigare il tormento dell’anima puntiamo sulla genuinità, su ciò che è tangibile. Macché. Negli ultimi tempi stanno paurosamente perdendo quota le mie teorie sul ruolo essenziale della relazione “de visu”, sul bisogno impellente di non perdere contatto con occhi, bocche, mani. E che dire quando, pur ostentando una splendida, finta normalità persino il tuo tono di voce viene mostruosamente frainteso? Mi rivolgo ad un cameriere chiedendogli gentilmente di servirmi e mi viene fatto notare di averlo fatto con tono seccato; provo ad istruire qualcuno sul lavoro e mi prendo dell’arrogante professorino. E a quel punto ti chiedi se sia poi tutta questa perdita di tempo scavarti dentro, puntare l’obiettivo oltre l’umanamente visibile, farti male nell’ostinato tentativo di capirci qualcosa. Ma no che non lo è. Sono integralista, qualunquista, generalizzare è il mio peggior difetto. La visione obiettiva delle cose è ben altro lavoro. Ma Dio mio, è disarmante soffermarsi pensando a quante e quali immagini di noi stessi diamo, nostro malgrado, in pasto a chi ci circonda. E allora? A cosa servono le maschere? Essere se stessi è comunque una fregatura. Allarmante, divertente, triste, illogico forse umano. Siamo ciò che crediamo ma se non sappiamo cosa siamo per gli altri ben venga darsi da fare per capire cosa siamo per noi stessi. Sorrido con la convinzione che sto facendo bene. Dai Enzo. Fermando il tempo, lasciando scorrere la penna sulla carta, trovo le risposte, scopro il senso. Cosa sono per me stesso? Questa è la strada. Ciò che sono per gli altri è tutto e niente; è così facile la vita, così magnificamente costruita ad arte, basta recitarla. Così diverso e incredibilmente sopraffino è, viversi.
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mercoledì 19 dicembre 2012
Questo sono io
a quante volte lo avrò ripetuto, quante volte ne ho rimarcato l’importanza. E’ un secolo che non mi faccio una bella chiacchierata dal vivo con qualcuno per parlare di ciò che voglio, per raccontare cosa mi passa per la testa, e per andare a fondo di questo caos cosmico che è la mia persona. Non ci faccio più caso, sembra che me ne sia dimenticato, ma non è così, dentro di me alberga un desiderio sempre grande. Ho necessità di parlare, di farlo con chi so, garantirebbe una qualità del dialogo piuttosto elevata, qualcuno che mi sta seguendo lentamente e ha un’ idea chiara di chi sono. Mi immagino lì a parlare di vita, egoisticamente della mia perché ho bisogno di qualcuno che mi ascolti. Oggi mi è capitato ancora. E tu che mi leggi lo sai, e magari domani me lo dirai, di persona. Oggi ho parlato del mio blog. Qualche giorno fa una cara amica aveva ipotizzato che questo diario potesse essere un mezzo attraverso il quale giustificarmi, oppure depistare, incitandomi ad uscire dal guscio dell’autoanalisi. Tengo a precisare che ( e lo dico con una punta di orgoglio ) questi fogli sono la più completa rappresentazione di me stesso, la più veritiera e fedele, per un semplice motivo: non sono mai riempiti a mente fredda. Non è possibile nemmeno lontanamente pensare che ciò che scrivo sia in qualche modo uno strumento per avallare me stesso. Ne è una riprova il fatto che, se provate a leggermi in ordine cronologico di articolo niente mai combacerà, niente mai troverete di logico o artefatto, nulla risulterà studiato a tavolino. Che ci guadagno a dare un’immagine sempre contorta, contraddittoria, umorale? Nulla. Scrivere è la mia via di fuga. Ma non sto fuggendo, sto semplicemente attestando situazioni di fatto; quel che probabilmente sfugge ai più ( loro malgrado ) sono le sottilissime evoluzioni di una personalità in continua trasformazione. Alti, bassi, medi, poi di nuovo bassi, poi alti. Non è facile starmi dietro e mi piace notare che ci vuole molto di più di un foglio per accorgersene. Basta essermi vicino, basta osservarmi nella mia infantile paura di sbagliare, nella mia imperitura insicurezza e fragilità. Ringrazio chi mi dà la possibilità di parlare di questo guardandoci negli occhi e anche chi, mi sprona a venire fuori dal pantano. Non saprei usare un’arma anche avessi la certezza dell’impunità. E questo diario è un’arma bellissima per dire chi sono. Punto.
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mercoledì 2 novembre 2011
Post innocuo
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domenica 7 agosto 2011
Io non c’entro niente
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martedì 28 settembre 2010
Milano, parte seconda
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domenica 12 settembre 2010
L’eccezione
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venerdì 23 luglio 2010
Momenti
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