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venerdì 27 luglio 2012

Rebus sic stantibus

O

ggi mi sento interiormente devastato, tanto da montare il desiderio di ritornare al lavoro. Potrebbe sembrare la solita reazione istintiva che si manifesta al raggiungimento del picco di non-vita. Ma mi ero avvisato da solo e mi ero raccomandato che, non avrei fatto piagnistei. Parlo in riferimento alle due settimane consecutive di ferie che ho spinto per avere, ben sapendo che probabilmente non mi sarebbero servite affatto. Ritorno a pensare in maniera sempre più convinta di non aver bisogno di ciò che non ho, bensì di mantenere stabile, statica ed immobile la mia situazione. Oggi mi monta il magone allo stomaco. Ci si è messa pure la palestra, con i suoi orari strambi, con i venti di chiusura definitiva. Fa caldo, molto caldo e ho rinunciato ad andare in piscina: stare molto tempo al sole, stanca, sfianca, mi rende pure nervoso. E io dunque a chiedermi chi me lo fa fare, perché lo faccio, a quale scopo. Mi manca la sostanza di amicizie concrete, mi mancano sguardi, pacche, risate vere che non si limitino ad un “ahahah” oppure ad un’emoticon. La solita litania, ripetitiva, melensa, ma che ci volete fare, ho più tempo per stare sul blog e se vado a riempirlo tutti i giorni, questi sono sempre i contenuti. Dunque vorrei così tanto tornare al lavoro? Ma no che non voglio, ma sarebbe l’unico modo utile per non pensare a nulla. Delle due l’una: se lavoro mi cruccio di quanto sono deficiente, responsabile, impegnato, e ci sto male. Se sto a casa, faccio un tuffo nel vuoto esistenziale che mi porto dietro e, inevitabilmente crollo. Ricordo dunque, perché spesso i ricordi aiutano a calarti meglio nella parte del presente. Ricordo la grinta, la costanza, la voglia di riempire i giorni che caratterizzava questo stesso periodo dell’anno nel 2011. Cosa mi spingeva a farlo? Cosa mi aveva tanto stimolato da mettermi in prima linea spingendo in basso il mattone esistenziale? Io lo ricordo bene. E quell’evento fu di tanta e tale portata da rendere assolutamente veritiero il detto “di necessità, virtu’”. Ma io sono scontante, troppo umorale e faccio presto a dimenticare. Non riesco a mantenere salda la presa su tutto ciò che può dare insegnamento, che può valere da monito. Siano esse situazioni, parole, persone. Sarebbe il caso di congelare questo ben di Dio che di tanto in tanto arriva. Le mie riflessioni hanno sempre valore “rebus sic stantibus”, vivere alla giornata non evidenzia miglioramenti o peggioramenti ma semplicemente le piccole, insignificanti reazioni dell’animo. Il mio blog è questo. Perdonatemi.

 
Homer-divano

lunedì 23 aprile 2012

Il grande calderone

In fin dei conti il vero amico non c’è mai, è sfuggente, magari lontano, si fa desiderare. Ma, statene certi, ci sarà sempre quando si tratta di passare una serata a parlar di vita, seduti su di un comodo divano magari sorseggiando vino rosso. A mio parere i sentimenti veri sono silenziosi, rifuggono i luoghi caotici dove il rumore di fondo è insopportabile e rende pressoché impossibile riconoscere le voci autentiche. Sono allergico ai gruppi, ad esempio. Di recente è capitato di iscrivermi ad uno di questi, ma sin da subito ho avvertito un certo disagio e grandi difficoltà a sostenere anche i dialoghi più superficiali. Non è una novità per me, mi è capitato qualcosa di simile anche nella vita reale. Non so da cosa nasca la mia idiosincrasia verso i grandi calderoni dove si mescolano inevitabilmente le personalità più disparate. Sono un individualista, finisco presto con l’isolarmi, e ( mi spiace riscontrarlo ) alcune volte è qualcosa o qualcuno a rafforzare il mio isolamento. Lungi da me muovere critiche al concetto di gruppo in sé, è probabile che il problema sia proprio il sottoscritto. Ma me ne sono fatto una ragione, non a caso, sto a malapena bene con me stesso. Mi sia soltanto concessa una riflessione che nasce dalla mia silenziosa e distaccata osservazione. L’individuo è un animale sociale, giocoforza per quanto solitario, deve confrontarsi con la realtà e la sua variegata mescolanza di personalità. C’è chi, per questa ragione vive male, come il sottoscritto. C’è chi, all’interno di essa finge di vivere bene. Non so se faccio più fatica io ad essere me stesso o coloro che, per il bene comune, compiono capriole per risultare socievoli e divertenti. Sta di fatto che ci si accorge subito, guardando da fuori e con obiettività, chi è vero e chi no. Chi all’interno di un calderone ci sta a pennello e chi non c’entra nulla. Mettete la mia grande incapacità nel dare continuità ai rapporti , aggiungeteci una buona dose d’incostanza ed umoralità, ecco servito il piatto dell’asociale. Probabilmente passo anche per invidioso. Ma credetemi, il solitario o colui che porta con sé un bagaglio di sensibilità maggiore, se ne sta fuori, e probabilmente è colui che più di altri è sincero. Ed in questa solitudine trova un pizzico di serenità, silenziosa. Se poi trova un divano, il vino rosso e quell’amico che non si fa mai sentire…..
 
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giovedì 19 aprile 2012

I soliti idioti

Viene da pensare a volte, capitando su profili o foto di alcuni amici che hai perso da tempo, a quanta strada hai fatto tu e quanta invece loro. Io vedo sempre sorrisi, persone che a mio parere, sono state capaci di scegliere quando la vita le ha poste di fronte ad un bivio. Mi riferisco espressamente a coloro che sono entrati a far parte della mia vita dopo la famosa estate del 2001, quella (per intenderci) che ha tracciato un solco profondo tra l’Enzo di prima e quello di adesso. In pochi hanno percorso insieme a me gli ultimi dieci anni della mia esistenza, pochi mi conoscono veramente e, loro malgrado, non sanno chi hanno veramente di fronte. Mi sarebbe piaciuto, lungo questi dieci anni, trovare persone vogliose di conoscermi a fondo, che non si fermassero semplicemente a quello che si presentava loro in superficie. La verità è che spesso, contrariamente a quello che si potrebbe evincere dai miei scritti, io appaio una persona assai solare, sempre pronta alla battuta e allo scherzo. Dentro, è là dentro che le cose stanno diversamente. Non mi fa bene fare confronti con chi ha attraversato le mie giornate, i mesi gli anni e poi…..Ma, è più di un’impressione il fatto che alla fine loro, giunti ad un punto di non ritorno hanno deciso. Io, no. Sono al traguardo, sono giunto al termine dell’ennesima lunga fase ed è sempre quando è tardi che ti rendi conto del tempo perduto. Rivedere foto, anche se casualmente, ripensare al tempo perduto, non agevola, anzi, deprime. Mi darò qualche botta in testa per farmi rinsavire, per rendermi conto che un altro percorso si è esaurito e che si deve ancora una volta ricominciare daccapo. Sapete, a volte mi piacerebbe incontrare facce che non vedo da tempo, verso le quali ho sempre nutrito poca stima. La maggior parte di esse mi è sempre sembrata idiota, superficiale, poco capace. Sono sicuro, che le ritroverei, invecchiate si, ma felici. E allora, per concludere, ho peccato di supponenza. Ho sbagliato, perché nella mia vita ho sempre sottovalutato chi mi circondava e ora? Rivedo immagini degli stessi idioti, con la solita espressione ebete sul volto. E io? Rialziamoci, senza commettere lo stesso errore, perché questa volta, riparto solo da me.
 
 
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lunedì 2 aprile 2012

Come deve andare

Sono decisamente pigro in questi giorni. Ne è la riprova il fatto che ho deciso di alleggerirmi il carico e non portare il computer al lavoro. Non ne ho proprio voglia, davvero. Pazienza, vorrà dire che rimarrò indietro, soprattutto per quanto riguarda quei pochi contatti che mi sono rimasti e a cui scrivo sempre e comunque, molto volentieri. Sono sicuro che non me ne vorranno. Mi ricordo di voi, anzi devo dire che proprio attraverso la scrittura riesco a “gestire” ( che brutto termine ) meglio i rapporti. E come è noto è quasi sempre nella scrittura che io mi nascondo, mi riparo, mi rifugio per autoconvincermi che il mio mondo è quello buono e giusto. Con quale coraggio mi permetto di affermare che le mie giornate sono tutte uguali e monotone? Ma non è assolutamente vero. Capisco se per andare a lavorare fossi “costretto” a prendere la bici e fare cinque minuti di pedalata. Capisco inoltre se trascorressi otto ore di lavoro chiuso in un ufficio con colleghi apatici e noiosi. Niente di tutto questo, io ho la fortuna di incontrare le più diverse e disparate forme umane dalle 6 del mattino per dodici ore consecutive. Cosa voglio di più dalla vita? Guai se dovessi essere privato della possibilità di essere mandato a fanculo da un utente incazzato, oppure se mi portassero via ciò che più di ogni altro mi fornisce materiale per il blog, ovvero il treno. Partendo da questi presupposti fosso anche concludere che : la mia vita è una vita fantastica. Poco importa se in quelle risicate sessantadue ore che costituiscono quella che dovrebbe essere “la vera vita” io mi annoio. In questo post ho cercato di evidenziare quel costante paradosso di cui sono protagonista e che a mio parere, non è altro che una sorta di compensazione. Probabilmente è anche necessario al mio benessere psico-fisico che io spenga i riflettori sul mondo, per almeno sessantadue ore. E che dunque tutto questo è normale, fisiologico. Chi me lo fa fare ad arrabbiarmi. Adesso ci sono, tutto si incastra alla perfezione e credo che tutto stia andando come deve andare.
 
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sabato 17 marzo 2012

Un concentrato di problemi

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on sono ancora del tutto pronto all’arrivo della primavera. Moralmente, spiritualmente e mentalmente vivo in un inverno che più rigido non si può. Sono freddo, incostante, svogliato e umorale. L’avevo già detto questo vero? Mi spiace ripetermi, ma l’intenzione è quella di riempire il foglio bianco, l’unico con il quale mi trovo perfettamente a mio agio. Il mio blog non è più un rifugio dove rintanarmi, in fuga dal mondo ostile. Non è più necessariamente la mia principale valvola di sfogo. E’ semplicemente uno spazio nel quale parlo con me stesso, cosa che non posso fare nella vita di tutti i giorni se non correndo il rischio di esser preso per pazzo. Insomma, stare lontano dal mondo e dal potenziale pericolo che esso rappresenta per un’anima fragile come la mia, non mi sta pesando. La ragione probabilmente va ricercata nel fatto che, (dopo alcuni giorni di isolamento quasi totale) sono giunto alla conclusione secondo cui il mondo non ha colpe. Io stesso ne faccio parte ed io, in primis, sono un umano inaffidabile. Ma quale alieno, ma quale mondo ostile. Come si fa a giungere alla conclusione per cui da soli si sta bene? C’è una parola che torna spesso nei miei articoli più introspettivi, quelli pesanti come il piombo; questa parola è: motivazione. E ne aggiungerei un’altra: stimoli. Oggi pensavo a cosa ci vorrebbe per svegliarmi dal torpore nel quale sono ormai caduto da tempo. Anche abbandonando ogni preconcetto e pregiudizio nei confronti del prossimo, chi e cosa dovrebbe e potrebbe mai svegliarmi? Devo avere stimoli e motivazione. Sono tuttavia affetto da una sorta di congelamento dei sensi e delle emozioni che mi porta a non sbilanciarmi oltre il lecito, a non voler vedere cosa mi può offrire un’occasione, a non guardare mai al di là di me stesso. Sono egocentrico e convinto di rappresentare la più bella e divertente compagnia che io possa avere. Dunque sono anche presuntuoso. Ultimamente noto in me un’accentuata umoralità ed incostanza. Sono tratti essenziali del mio carattere ma capisco di essere stato per alcune persone, una meteora. Me ne rendo conto, compaio sparisco, ricompaio e risparisco troppo frequentemente. Tutto questo non mi fa onore. Ma mi tranquilizza al pensiero che questo sono e sforzarmi di essere un altro non mi riesce. Come sempre vale il detto: “Chi mi ama, mi segua”. Ma si può amare un tale concentrato di problemi?
 
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venerdì 24 febbraio 2012

Un uomo normale

Mi sono concesso una salutare passeggiata pomeridiana, baciato dal primo vero sole e da quindici gradi sopra lo zero. Tutto ciò che, fino ad un paio di settimane fa, rappresentava il sogno del primo mattino. E mentre passeggiavo, (giubbotto già presuntuosamente aperto e cappello appeso al chiodo) mi sono lasciato andare a quei pensieri che leggiadramente volavano verso la primavera, gli spazi aperti, la voglia di vivere. Tutto assolutamente fisiologico e naturale. Cosa mi succede? Nulla. Sto vivendo una vita assolutamente normale. E’ assolutamente normale che in questi giorni assolati lo spirito si alleggerisca, altrettanto naturale che ci si lasci andare a piccoli sogni sul futuro. Sono tornato ad essere una persona normale ed è questa la prima ed unica ragione per cui non riesco più a scrivere sul blog, a renderlo parte di me, a specchiarmici dentro. Non sono mai stato un alieno, oddio, questo è il problema. C’è voluta una grande faccia tosta a spacciarmi ( seppur mio malgrado ) per il solo ad avere problemi. Occorreva soltanto acquisire un nuovo punto di vista sulle cose per capire di far parte dello stesso mondo degli umani; quelli che io ho sempre denigrato, calunniato, insultato per il solo fatto di essere mediocri, di non avere i miei stessi turbamenti, le mie stesse reazioni. Ed ora? Ora che sono in grado di dominare me stesso e le mie turbe? Attenzione, non le sto sopprimendo, le sto dominando. Dovrei essere dunque felice? No, mi sento normale. A pensarci, altro che denigrare ed offendere, certe persone nella loro apparente superficialità, forse avevano già imparato a vivere. Ora mi sto rendendo conto di come vive un uomo normale: di come affronta i problemi, di come gestisce le emozioni, di come reagisce agli stimoli negativi. Ho tutte le connotazioni dell’uomo normale. C’è una differenza però, e menomale che l’ho trovata. A differenza dell’uomo qualunque, la mia normalità mi fa sentire mediocre. L’uomo normale invece ne è felice, per questo appartiene alla massa. L’alieno che in me, forse, si sta ribellando.

 

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lunedì 21 novembre 2011

Domenica sera

U
na birra e un vecchio amico. Adesso ditemi voi se chiedo troppo. Il Venerdì arriva e ogni santa volta impongo a me stesso un chiaro proposito: “relax”. Ok, poi ( ammesso che riesca nell’intento ) si avvicina la sera della Domenica. Ecco, è in arrivo sul binario 1 la coscienza. Ieri, spulciando tra i vari aforismi ne ho trovato uno nel quale mi ci sono completamente riconosciuto: parlava di “noia esistenziale” e in sostanza diceva che essa rappresenta il punto di partenza per nuove scoperte e nuove esperienze. Si si, ci sto, mi piace. Noia esistenziale, non ci avevo mai pensato. Posso ritenermi annoiato da questa vita? Ma certo, chi non lo è! Il punto di partenza verso nuove scoperte e nuove esperienze è qui: non chiedo di partire subito in quarta nonostante di punto in bianco mi scatti pure la voglia di volare. Adesso non esageriamo. Il mio punto di partenza è sempre di basso profilo, chiedo dunque qualcosa che di più umano non c’è: condivisione. Capita che quelle Domeniche sera così melanconiche debbano essere riempite da presenze reali, persone a cui raccontare com’è andata la settimana, persone da ascoltare, davanti ad una birra, ad un buon bicchiere di vino. Non sapete quanto sono fortunato di poter stare in quattro a tavola, la sera delle domeniche d’inverno. C’è familiarità, c’è protezione. Ma come, non mi basta? Da qualcosa devo pur partire ma alterno ancora troppo di frequente momenti di pia illusione telematica e brusche ricadute nella vuota realtà. Ci si può sentire soli in mezzo a tanta gente? Tendo ancora troppo spesso a rifugiarmi nel sistema più moderno di comunicazione che può essere anche il più alienante. E ancora adesso mi sento prigioniero di un mondo che non è il mio perché ancora faccio fatica a stare davanti ad una webcam. Imbarazzante. La mia noia esistenziale è un vuoto reale che non sarà mai una chiacchierata virtuale a riempire. Sotto certi punti di vista da un anno a questa parte non è cambiato proprio niente. Chi leggeva le mie elucubrazioni tempo fa non noterà sensazionali differenze. Voglio partire da una birra, da un vecchio amico. Mattina del 21 Novembre 2011, ore 7.05 Si può già essere così atrocemente riflessivi? Qualcuno mi svuoti il cervello.
 
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sabato 19 novembre 2011

Linea morbida

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ur non volendolo, oggi sono nostalgico. La mattina del Sabato inizia con il rito della palestra. Dieci anni fa un amico di scuola incontrato dopo altrettanti dieci anni di buio, prese in gestione un bar all’interno di un circolo con annessa palestra. Io all’epoca non sapevo nemmeno cosa fosse una palestra. Anzi, a dirla tutta odiavo l’idea di trovarmi in un luogo che aveva creato lo stereotipo del tutto muscoli e niente cervello. Ma provai, e da allora il rito si ripete. Poche volte, purtroppo. Questa mattina le mie corse ed i miei esercizi risultavano ben ritmicamente scanditi. Tutto avveniva al suono inconfondibile della musica degli anni 80. Per un attimo, ho pensato che mi sarei pure messo a ballare, se non ci fosse stata altra gente intorno. Io non metto piede in una discoteca da oltre 6 anni e sebbene io ormai sia alieno ad un certo tipo di ambiente, non mi tirerei indietro a chi mi offrisse una serata tutta dance. Ma solo ed esclusivamente se il ritmo è quello di mitici 80. Bene, vada per un po’ di nostalgia in questo Sabato tutto nuvole e niente nebbia, nel quale l’unico e primario intento è quello di riposare membra e cervello. Elemento di novità, a spezzare l’apparente monotonia, qualche avvisaglia Natalizia che ritorna nelle prime musichette di sottofondo alle pubblicità. In questo momento ciò passa del tutto inosservato. Accolgo con grande sorpresa la linea morbida di questo ultimo spezzone dell’anno, quasi avessi impostato l’opzione defaticamento sul tapis roulant. Devo ragionare a compartimenti stagni, è necessario per fare un punto ( il più obiettivo possibile ) della mia situazione. Il lavoro è quel che è con le sue problematiche ormai ripetitive fino alla nausea. Sappiamo tutti che quello è un sistema stagnante e paludoso nel quale o ti mangi la minestra oppure sai bene la fine che fai. Non è un segno di resa il mio, è la sintetica visione della cosa opportunamente raffrontata con ben altre problematiche: quelle al di là della porta antincendio. Mio padre sta proseguendo nella sua cura radioterapica. In fondo finché si è in gioco si deve giocare, e lui lo fa con la sua proverbiale tranquillità e senso pratico. Per noi che gli stiamo intorno un momento di apparente tranquillità dopo mesi di grande coinvolgimento. Siamo sempre nella solita barca, ma le acque ora sono calme. E vada per questo Sabato dall’aspetto anonimo. Mica può e deve sempre accadere qualcosa di cui io debba lamentarmi, no? Giuro non mi lamento, almeno fino a domani.

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domenica 13 novembre 2011

Un bel respiro

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eri mi sono concesso un’uscita serale. Tanto è inutile che continui a lamentarmi; non ci sarà mai (di certo) un fine settimana nel quale avere un aspetto presentabile. Sarà sempre così, almeno fino a che sarò a Torino. Se guardo il mio stato mentale e fisico al Venerdì sera, ogni weekend lo passerei coperto da ragnatele sempre più spesse. Nella mia mente passa di tutto non appena sopraggiunge la crisi esistenziale. E’ qualcosa di ciclico. Penso ad esempio alla concreta possibilità di cambiare lo stato di cose; ne traggo la conclusione secondo cui ciò è strettamente legato al mio progressivo avvicinamento a casa. Succederà: magari non a breve, ma succederà. Lo imporranno non solo le mie esigenze ma anche ( e soprattutto ) quelle delle persone che ho più vicine. Di qualità della vita avevo già parlato tempo fa, quando fui preso da sconforto in un momento di particolare tensione emotiva. Ne avevo concluso che, pur essendo nel diritto di lamentarmi, ciò non avrebbe sostanzialmente mutato le cose. Ed infatti tutto è sempre tremendamente uguale. Ne ho preso coscienza ma ho i miei bei cedimenti: non sarei un uomo se non li avessi. Ed è a questo punto, quando le difese si abbassano paurosamente, che si aprono pericolosi varchi per il passaggio delle paure più recondite. Lo stress accumulato in particolare in questa ultima settimana ha acuito il mio senso di disagio sul lavoro. Guai, ripeto, guai al mondo se cominciassi a perdere quella percezione e predisposizione positive che, hanno permesso di superare ogni difficoltà fino ad ora. Me ne accorgo quasi subito. Più divento indisponente, più certe persone e certe situazioni cominciano ad infastidirmi, peggio è. Ogni giornata lavorativa si trasformerebbe in un inferno, ogni occasione sarebbe buona per scatenare rabbia repressa ( e ne ho un bel po’!! ). Si rende dunque necessario un momento di riflessione. Mi fermo, faccio un bel respiro, e riparto subito. Riparto dalla necessità evidente di riappropriarmi di ritmi a me più consoni. A cominciare proprio dal lavoro, dove si sa, tutti sono utili ma nessuno ( ripeto NESSUNO ) è indispensabile. Calma Enzo, calma. Non dico di fare le capriole, non dico di non lamentarmi, non dico neanche di essere soddisfatto. Ma, la vita è la fuori. Me lo sto ripetendo in continuazione. Occorre fare qualcosa per renderla più piacevole: gli sforzi devono andare in questa direzione e non verso una causa che non merita nemmeno un attimo di paura.
 
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mercoledì 17 agosto 2011

Tu sei tutto matto

C
he poi, a pensarci bene la cosa è anche divertente. Lo è persino il fatto che qualcuno si preoccupi per te, ipotizzando ci siano tutte le condizioni per un ricovero al primo reparto psichiatrico disponibile. Chi si fa un miliardo di seghe mentali, chi in modo del tutto gratuito si ostina a conoscersi, a capirsi, finisce per imboccare strade pericolose che, ai più, paiono quelle destinate alla follia. Ai più, appunto. Chi sono i più? La maggior parte di essi non sa chi sei, loro malgrado, perché di te non conoscono il passato, e del presente hanno una visione del tutto superficiale. Ed io finalmente mi accorgo che chi mi legge e non mi conosce, magari mi dà del matto, o perlomeno lo pensa. Assolutamente complicato, paranoico, affetto da fisime più o meno limitanti, il sottoscritto non riesce ad evitare di farsi male. Ma, giunto a questo punto non so cosa sia più dannoso: farsi male nello sforzo di conoscersi e capirsi o farselo allo scopo di conoscere gli altri? Converrete che analizzarsi è faticoso e richiede tempo. Ma l’unico rischio che si corre quando ci si studia ( magari troppo) è quello di limitare l’azione, di rimanere statici, immobili mentre tutto là fuori, scorre. Completamente diverso e assai più intenso è l’impegno che si richiede nel cercare di capire gli altri. Attività cui, per molto tempo ( avendone troppo a disposizione) ho dedicato molte delle mie energie per non cavare un ragno dal buco. E allora meglio passare per pazzi che diventarlo nell’ostinata ricerca di trovare qualcosa di buono negli altri. Non posso negare che spesso il peso di queste parole è considerevole, a volte io stesso faccio fatica a rileggermi. Non so se a questo punto ci provo gusto, ma quando mi capita di parlare “leggermente” con alcune persone che non mi conoscono, mi stupisco. Sono una piattola e provo sempre a mantenere il livello della conversazione su standard medio bassi. Guai se mi ficcassi in qualche tunnel introspettivo; lo so, mi darebbero del matto. Quel che inoltre appare agli occhi altrui è una certa staticità unita ad un immobilismo frutto del troppo pensare. Che mi manchi il coraggio per buttare all’aria tutte le seghe mentali e finalmente buttarmi a capofitto nella vita? Mah, io poi così immobile non mi ci vedo, anzi, mi reputo molto propositivo e voglioso di agire. Volontà frustrate dal vuoto intorno. Attenzione, il vuoto a cui mi riferisco è un vuoto affettivo e non mancanza di contatto umano. Beh, a proposito di vuoto, questa prima declassata in totale solitudine io la gradisco.
 
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martedì 19 luglio 2011

Tortellini, salame e cioccolata

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ltimamente il 16.20 sembra aspettarmi. Tutto frutto del caso, naturalmente. Entrata al lavoro senza “sforo”, pausa pranzo senza “sforo”, l’autobus che arriva nell’esatto momento in cui tu esci. Con tutti questi indizi a favore, a volte dubiti che il destino ti possa giocare un brutto tiro. Quando sali sul 16.20 l’impatto è devastante; è un treno in partenza, quindi i posti da occupare sono veramente pochi. Ben altra la musica sul regionale che parte un’ora dopo e che io ho sempre l’onore (?) di “abitare” per primo. Ma si sale, perché arrivare a casa prima non ha prezzo. Oggi mi sono seduto sul primo sedile libero, al fianco di una signora ( credo diretta al capolinea – Piacenza -) che sembrava avesse già intavolato un certo tipo di discorso in tema di tortellini con quella seduta di fronte. Non avevo voglia di ascoltarla e mi sono iniettato musica nelle orecchie. Solitamente, una volta giunto ad Asti il treno si vuota. Ed è stato così, ma non per le due signore dalla chiacchiera facile che, dai tortellini erano nel frattempo passate al salame felino. Roba mangereccia, discorso interessante, ma non quando il tuo unico desiderio è cibarti di silenzio. Faccio che alzarmi e passare al lato finestrino del trittico di sedili a fianco. Ora che ci penso, non mi siedo mai sul sedile lato finestrino: ho preso questa abitudine in inverno, per evitare di essere esposto agli spifferi. Mi sono seduto dunque, e in posizione di mento sorretto dal pugno mi sono messo ad osservare fuori. Non ho distolto lo sguardo un attimo; osservavo, pensavo e osservavo. Le due signore continuavano a parlar di cioccolata, ma io nel frattempo ero in uno stato di trans come se fossi un ciccione che non può ascoltar parlare di cibo se no ingrassa. Le nuvole erano grigie e basse. Di tanto in tanto un minuscolo spicchio di azzurro che produceva un magico risultato: una strana luce riflessa sui colori della campagna, ne esaltava i contrasti. Piatta questa campagna. E poi guarda che tempo, a Luglio. Riflessioni in merito ad una pazza estate che viaggia in perfetta sintonia che con le mie, di bizze. E allora magari ci sta tutto: ci sta che in una pazza estate io mi trovi a vivere una serie di situazioni fuori di testa. Mal comune mezzo gaudio, tutti i pezzi sembrano incastrarsi perfettamente fino a formare un puzzle la cui immagine finale è il caos. Ma voglio salvare questa mezz’ora di riflessioni davanti al finestrino, complice una luce prolungata di cui sarebbe meglio godere fino a che ci è concesso.
 

giovedì 9 dicembre 2010

Austerità

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e per forza di cose Dicembre è il mese della frenesia, io mi sforzo di andare in controtendenza. Del resto, non ho regali da fare ( ed è un bene, sia per le tasche che per il sistema nervoso ), non ho auguri da rivolgere per cui risparmierò anche sugli sms; quest’anno non ho fatto neppure l’albero. Riuscire a non essere ipocriti nel periodo Natalizio è un’impresa non da poco. Per cercare di rimanere in linea con una condotta il più possibile coerente e sincera cercherò di dedicarmi alla riflessione silenziosa, attività che per altro mi riesce molto bene. Ho infatti deciso di risparmiare anche sulle parole. Cosa vuol dire tutto ciò? Significa che lascerò da parte i ghirigori, i ricami, e baderò all’essenziale. Voglio rinchiudermi nel guscio protettivo della mia famiglia, vivere nel modo più intimo possibile la festività, lasciare da parte caos e frastuono. Nessuno mi impone di fare auguri che non sento, nessuno mi ordina di fare regali solo perché spero di riceverne altrettanti. La mancanza dell’albero di Natale in casa suona tuttavia come un vero segno di cambiamento. Evidentemente nessuno qui ha realmente voglia di esteriorità, di apparenza, di dover per forza sottolineare il fatto che siamo a Natale. Ed infatti, l’8 Dicembre, giorno predicato a palle e festoni se ne è andato come se nulla fosse. A casa mia le parole non mancano mai, il tono della voce è sempre molto alto, rari i momenti di quiete; quale occasione migliore per fare un po’ di silenzio? Sto riscoprendo il lato più pragmatico della mia personalità, quella essenzialità di contenuti e di fatti che pensavo di aver perso. Non nascondo di amare talvolta le arzigogolature, le greche, il superfluo, almeno per quanto riguarda i miei scritti. Ma se riuscissi ad essere più sobrio anche nei fatti, forse ne trarrei beneficio. Dunque, austerità. Provo a buttarmi in questa nuova fase, l’ennesima delle migliaia che hanno attraversato la mia vita. Ogni adattamento alle situazioni provoca talvolta frustrazione, senso di fastidio. Natale è proprio una di queste ed io non voglio adattarmi. Basterà tutto questo a riacquistare una serenità più pura e semplice? 


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