a quel che scrivo non si direbbe; e chi mi osserva sarebbe pronto a smentirmi. Ma in questi giorni io rido molto. Lo faccio di nascosto, in silenzio, quando la stanchezza mi prende e appoggio la testa al sedile del solito regionale. Rido perché è l’unica soluzione. E’ una reazione al momento del tutto istintiva e autoprotettiva, finalizzata a non oltrepassare i confini dell’istinto sfociando nella rabbia. Che si può fare se non ridere quando la vita ti mostra solo contraddizioni? Vita vuota, lavoro troppo pieno e allora guai, mio Dio, guai fermarsi e…razionalizzare. Io che amo il cervello, mi compiaccio quando riesco a tenere le cose sotto controllo e voglio dare una risposta a tutto, devo difendermi. Perché sono la cosa più preziosa che ho e devo conservarla al meglio. Viene dunque il tempo in cui non puoi concedere alla testa e alla razionalità i momenti neutri della giornata; parlo di quegli spicchi di tempo davvero infinitesimali in cui ti viene concesso di alzarti da terra e guardare tutto dall’alto, con obiettività. In questi frangenti devo ridere. Rido di un riso indubbiamente sarcastico se non isterico. Perché quando penso alla realtà dei fatti non trovo un filo logico; non vedo la strada sotto i miei piedi, cammino spinto da qualcosa che chiamerei istinto di sopravvivenza. E forse è così che deve andare. Non sono mai stato il genere di persona capace di esternare sentimenti, non lo so fare a parole e nemmeno con i gesti; ma sono tremendamente emotivo e quando sono solo, dò il meglio di me stesso. E sebbene mi senta perso, senza un briciolo di senso dell’orientamento; sebbene abbia una paura tremenda del futuro, di ciò che potrà accadere a chi mi circonda e a cosa io potrò andare incontro, io rido. Faccio bene? Non prendo per i fondelli nessuno. Meno che mai me stesso. Non devo rendere conto ad alcuno del mio stato interiore e questo è un grande privilegio. Avevo proprio voglia di scrivere queste poche righe, a fronte di giornate davvero intense che scoperchiano una voragine fatta di contraddizioni ed inaccettabili stati di fatto. Perché prendermela con il lavoro? Perché lamentarmi di uno stato di cose che snerva, deconcentra, sfianca? Perché dire che sono stanco e non ce la faccio? Meglio ridere. Come lo so fare io, in modo discreto, quasi in un angolo. Dai, mettiamola così.
mercoledì 22 gennaio 2014
martedì 28 maggio 2013
Negazione assoluta
appiate che ho rinunciato a farmi la barba per scrivere questo articolo. E questo è già il secondo elemento di novità di una giornata solo apparentemente uguale alle altre. La notizia è tutta in due semplici lettere unite a formare una piccola parola, dal significato perentorio. No. C’è tanto vigore e tanta voglia di riemergere nella mia reazione di oggi quando, ancor prima di accomodarmi sulla sedia, avvertivo il sentore dell’ennesima presa per il culo. E allora, ecco un No tanto naturale quanto efficace. Mi sarei aspettato imbarazzo da parte mia, la solita frase che lascia spazio alla possibilità, all’eventualità di un Si. E invece, no. Credetemi, ho chiuso la porta di quell’ufficio pervaso da una sensazione nuova. Finalmente, una reazione. “Enzo allora le hai le palle”, andandomene quatto quatto verso il mio ufficio. Una risposta che rivela decisione, rispetto per la propria persona, e soprattutto la capacità di amare se stessi. Senza poi considerare quel tempo successivo alla reazione, finalmente libero da domande, supposizioni e propositi di vendetta. Insomma, cari lettori, sono soddisfatto di me. Poi probabilmente torneranno all’attacco, giocheranno sulla mia fragilità, sulla mia patologia del cronico assenso. Ma ora non posso non prendere le mosse da questo fatto. E per scriverlo qui, per rendervi partecipi ho persino rinunciato a farmi la barba. E cosa c’è di rilevante in tutto questo? Eccome se c’è. Mettere da parte le mosse programmate, le attività studiate a tavolino per fare qualcosa che interessa maggiormente. Eccola la novità. Vada a farsi fottere la barba, non è con la barba o senza che la sostanza cambia. Vedete, non sono un uomo finito, ho sempre da imparare ma non dagli altri, solo da me stesso. E solo nel momento in cui riuscirò a dipingermi addosso l’immagine di persona rispettabile e decisa, avrò fatto un nuovo passo avanti. Gli altri non contano molto in questo periodo della mia vita. Sono davvero impegnato a ricostruirmi, ad approfittare il più possibile delle grane che il lavoro mi sta dando per vivere meglio. C’è ancora tantissima confusione, i pensieri sono sempre di più, sempre ossessiva la tendenza a far quadrare il cerchio, ad avere la vita sotto perenne controllo. Non è possibile, ma in tutto questo caos, sono ben felice di avere momenti di ritrovata identità. E ben venga anche la barba lunga.
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venerdì 10 maggio 2013
Chissenefrega!
he bello non sentirsi più a disagio con il mondo, bello sentirsi tutti uguali, con i pregi e difetti tipici di ogni essere umano. Che bello non doversi più arrabbiare per tutto e con tutti, passare finalmente per un uomo maturo, che ha capito la lezione, che ha sotterrato l’ascia di guerra e non ha bisogno di esternare le proprie fragilità. Splendido poi aver realizzato che la vita ti costringe a fare giri immensi per poi riportarti allo stato di partenza, solo un po’ più sconvolto ma ancora cosciente. Decisamente meraviglioso poter dire di essere solo, riconoscere di esserlo sempre stato ed ora, partire in quarta verso un mondo che, bene o male mi appartiene. Chissà quanta parte di verità c’è in queste frasi, se ancora una volta prendo dallo zaino di sopravvivenza la mia dose di ironia e faccio finta di nulla. Chissà. Ci voleva forse un’ultima delusione “reale” che poi tanto delusione non è. Mi è capitato di riflettere sul fatto che la vita, pur essendo straordinariamente variegata nel suo svilupparsi, ad ognuno di noi spesso riserva modalità di approccio, relazione e distacco monotone e scontate. Mi spiego: sia per quanto concerne le mie relazioni reali ( anche sentimentali ) sia per quelle virtuali, mi accorgo di essermi fiondato nelle storie con estrema facilità, di averle vissute ( quelle sentimentali ) con la giusta passione per poi distaccarmi secondo modi e maniere quasi sempre identiche. Di chi la colpa? Non è il caso di stabilirlo qui ma posso dire di ritrovarmi anche ora a fare i conti con quelli che chiamo silenzi distruttivi. I rapporti si sciolgono come neve al sole secondo canoni che non prevedono quasi mai il dialogo e la sincerità. Silenzi. E’ curioso constatare che nel mondo di plastica un giorno hai l’impressione di stare costruendo un grattacielo, quello successivo ti rendi conto si trattava di una casa di tufo. Ad ogni buon conto, quando urlavo mi sentivo vivo. Ora che la ragione ha spalmato il suo strato di calce sulle ultime debolezze, sulla speranza, sulla rabbia, mi sento morto. Eh si. Anche E. crede che sia un passaggio obbligato verso una nuova apertura al mondo. Quando però passi una giornata terrificante al lavoro la prima cosa a cui pensi è: “Vorrei tanto fare un viaggio”. E’ la prima cosa che mi viene in mente, diciamo. Il tempo di pensare e poi..” Ma sono solo”. “E allora? Chissenefrega”. Questa è la prima novità. Forse non mi rendo conto di quanto sia importante questo “Chissenefrega!”
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mercoledì 3 aprile 2013
Soffi di parole
ulla di ciò che accade nella vita sfugge alla retorica. Questa è una delle ragioni per cui, sin dal giorno in cui ho aperto al pubblico questo diario, ho deciso di parlare di me. Ma quale egocentrismo, quale vittimismo, quale mania di protagonismo. Ho preso due piccioni con una fava: da un lato ho scoperto di trovare la mia personale valvola di sfogo, dall’altro ho ben compreso uno dei miei tanti limiti: se parlo di temi ai più conosciuti finisco con l’essere più scontato di un bambino. Così, quando ieri ho saputo che un amico virtuale era morto a 40 anni da qualche mese (e solo adesso ne avevo notizia), mi sono imbambolato davanti allo schermo. Ho ingoiato la saliva per molte volte, ho ripassato le sue foto, ho riletto il suo ultimo messaggio, ho persino provato a confortare la sua ragazza. In inglese, pensate un po’. E oggi, ho pensato solo a questo, complice quella maledetta luce del mattino che invogliava a guardare dal finestrino. Ho deciso di lasciare tutto ciò che di retorico e scontato segue alla morte, nel cesto delle emozioni private, privatissime. Le parole non servono se non quelle che senti di confidare ad un amico vero. Nulla di scritto dunque, anche se, mi sto accorgendo di farlo ora, in questo momento. Oggi ero dove non ero. Non è una novità. Ben sapete che l’attrezzatura completa di maschere consente di affrontare ogni evenienza, e dunque, ho superato l’esame. Ho sentito parlare molto in questi giorni, di vite che finiscono. Quasi a volermi ricordare che le preoccupazioni sono sempre assolutamente relative; ma, come già dissi tempo fa, far sentire la propria voce, anche per cose che posso apparire senza senso è un inequivocabile segno di lotta. Possiamo mica pensare tutti i giorni alla morte no? Dobbiamo pensare e gioire alla vita! Beh, adesso non esageriamo; diciamo piuttosto che in alcuni casi, cercare di trovare soluzioni per sopravvivere è pur sempre una forma di vita. Dopo aver riempito di fango il catino del mondo virtuale suonerà come l’ennesima contraddizione: ieri ho trattenuto le lacrime a stento. Non mi vergogno a dirlo, perché la mia scorza è solo apparentemente dura. Mi sono solo soffermato su questa riflessione: a volte sentiamo il bisogno di abbracciare tante persone, di essere abbracciati. E’ un desiderio spesso frustrato. La distanza, il tempo, chissà. Maledetti entrambi. Poi, un soffio e via. Parole non dette, mai dette, sensi di colpa a gogò. Ma forse accade anche nella vita reale. Non avremo mai tempo per essere uomini veri.
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domenica 6 gennaio 2013
Lettera aperta
ettiamo in chiaro alcune cose una volta per tutte e a buon intenditor poche parole, no? Io non sono “testa”. Ho gettato nel cestino tutte quelle mirabolanti teorie sulla ragione e la sua presunta capacità di gestire ciò che riguarda gli umani e le relazioni. Non si può vivere di testa, è una forzatura; il cervello portato all’esasperazione prima o poi scoppia. Usare la ragione per confinare i rapporti a qualcosa di gestibile è pura utopia. Non sono “cuore” perché non mi affeziono o meglio, sono contento che gli altri si leghino a me ma io non so fare altrettanto. Non vi dedico tempo, passione, non sono costante non so pronunciare fatidiche parole come “ti voglio bene”. Figuriamoci “ti amo”: mai fatto in vita mia. Non posso continuamente essere costretto a ripetere che voglio bene a modo mio; il “mio modo” non prevede quasi mai la ricerca dell’altro, l’opera di semina e coltivazione della pianticella dell’amicizia. Non sono dunque “azione”. Non agisco perché non mi sento stimolato a farlo, perché fino a che sono gli altri a cercarmi va bene, altrimenti io mi dissolvo come la nebbia al sole caldo. Non agisco perché ho troppi pensieri che mi riguardano, perché i miei problemi sono sempre più importanti di quelli degli altri; non sono bravo a tenere a mente tutte le storie, a preoccuparmi di tutti, faccio già fatica a farlo con me. Io sono puro “istinto”. Sono quello che scrivo ovvero sono tutto e niente, sono vittimismo esasperato e boria improvvisa. Io sono “reazione”. Sempre piedi a terra, sempre aderente alle mie più radicate convinzioni, inserisco la quarta se stimolato, se colpito nei miei pregiudizi verso gli altri, nel mio piccolo mondo fatto di personali sicurezze. Sono “rabbia”. Represso e oppresso; il genere umano è il centro del bersaglio dei momenti in cui ho bisogno di scaricare le mie preoccupazioni. Sono “passione”. Amo fare le cose che mi piacciono, e sono pochissime. Vivo ciò che mi rende felice in totale solitudine, convinto che nessuno potrebbe viverle come le vivo io, nessuno potrebbe essere in grado di sentirle e condividerle con la mia stessa intensità. Sono “umiltà ed egocentrismo”, “ modestia e presunzione”. Sono mio malgrado, “sincerità”. Condannatemi per ciò che sono, per ciò che scrivo, ma ci vogliono le palle per vivere nella totale apertura di pensiero e nel farne lettera aperta. Si sa che al giorno d’oggi nulla paga più della artefatta costruzione di cuore e testa. Io non sono né l’uno né l’altra. Non seguitemi se pensate di cambiarmi.
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martedì 6 marzo 2012
Ilarità
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