i sono serate che entrano nel tuo piccolo mondo urlando e senza nemmeno bussare. Lo fanno per ricordarti che il tuo non è altro che un castello di carte destinato a cadere al primo alito di vento. A quel punto mi alzo indispettito dal letto e corro nell'altra stanza a chiamare l'orgoglio. Se non ci fosse lui sarei perso; il suo consiglio questa volta mi induce a non cadere nell'errore di cercare qualcuno, di far sentire il peso della mia solitudine. Sarebbe come ricominciare daccapo un cammino travagliato del quale da poco ho visto finalmente il traguardo. Così ringrazio il mio vecchio portatile che si surriscalda e si spegne. Quasi un segno del destino. Chiudi il mondo di plastica e vattene a dormire, sembra dirmi. E' quel che faccio. Non c'è persona in quella scatola che abbia mai potuto capire chi sono, ma non c'è alcun problema; ora ho finalmente un amico fidato, presente, immortale: si chiama orgoglio. Avranno magari ragione certe serate, quando mi sbattono in faccia la cruda realtà e sembrano sussurrarmi all'orecchio: “ lo sappiamo che vorresti essere fuori da qui, a farti venire un po' di quelle belle rughe che stanno al lato degli occhi”. Non le ho, lo so. Non le ho perché non sorrido mai. Avranno ragione. Il castello di carte sta miracolosamente in equilibrio, ma crollerà, ovvio che lo so. Potrei rimediare, potrei abbracciare la vita prima che sia lei a risucchiarmi nel vortice dell' “Oddio, cosa ho fatto?”. Dovrei chiudere bene le porte e serrare le finestre per evitare che certe sere mi vengano a trovare così ben armate di sincerità, di strafottenza, di verità. Non cerco, non chiedo, o almeno non è mia intenzione farlo mettendo nuovamente il piede nella palude del virtuale, da dove non riuscirei più ad uscire. Allora riparto da questa mattina uggiosa e statica, da dove sono rimasto prima di ieri, dall'assoluta indifferenza. L'ostentazione del malessere non giova, ancor meno l'esibizione costante degli alibi. Conta chi sei e cosa senti mentre spegni tutte le luci e vai a letto. E' lì che dovresti essere illuminato dalle soluzioni, dalle decisioni. E invece a volte ti addormenti ed è già di nuovo mattina; pazienza, ho paura che il castello di carte possa crollare, ma nel frattempo ho bisogno di restare in piedi. Io, e l'orgoglio.
domenica 19 gennaio 2014
sabato 8 dicembre 2012
Cani e porci
ono al centro di una tempesta emotiva di enormi proporzioni. Non mi riconosco più, non so dove sto andando, chi sono e cosa voglio. Il filo sul quale sto camminando da tempo ormai sta per spezzarsi. Là sotto, il baratro. Sono oppresso, represso, e continuo a commettere gli stessi errori di sempre. Sono tornati i pensieri neri, le minacce di dare un colpo netto al filo. Chi si è trovato in questa situazione disperata non è in grado di capire cosa sia utile ma di sicuro dovrebbe sapere cosa è deleterio fare. Non bisogna ( ripeto NON BISOGNA ) gridare il proprio disagio e la propria sofferenza al mondo. Evitatelo, se potete. Cercate di non disperdere le energie residue e sappiate che quelle parole di aiuto rimbalzeranno, riecheggeranno ed il loro fragore vi devasterà i timpani e quel poco vi resta del cervello. L’anfratto nel quale siete finiti è un luogo buio ed isolato. Nessuno vi ascolterà. Ripiegate su voi stessi, provate a rialzarvi ricordandovi che solo voi potete farcela. Oltre il danno in questi casi, la beffa. Quando decidete di utilizzare la piazza per trasmettere un disagio esistenziale è come apriste la porta a cani e porci. E i porci ( non me ne vogliano, ma i cani mi piacciono di più ) in questi casi, danno il meglio di sé. Partendo dal presupposto che non sanno e non possono sapere quale sia la vostra realtà, quali i malesseri che vi affliggono quali, le sottili sfumature del proprio Io, si ergono a censori della vostra esistenza. Ma chi sono ? Ma chi si credono di essere? E’ paradossale il fatto che si tratta il più delle volte di persone la cui vita è altrettanto apatica, finta, disperata. Ma chi siete per giudicare? Chi siete per mancare di rispetto a chi non conoscete? Mi fa male ( e tanto ) dovermi attribuire una consistente parte di responsabilità. Che colpa ne hanno loro se sono io a concedere questa opportunità? In un mondo nel quale nessuno può fidarsi di nessuno, ancor più nel virtuale; in un mondo dove l’egoismo, l’egocentrismo fanno di ogni persona un mostro insensibile interessato a coltivare il proprio orticello. Ecco, come si può in un contesto del genere essere così stupidi da utilizzare la piazza per attirare l’attenzione? Questa volta non voglio bacchettarmi, non mi fustigherò per l’ennesimo errore. Voglio invece provare compassione, voglio farmi pena. Non sono più un uomo e ho perso la mia dignità. E ben venga perderla per mia mano, piuttosto che per l’assurda mania di protagonismo di qualcuno.
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mercoledì 14 settembre 2011
Presunzione di sincerità
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