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lunedì 10 giugno 2013

Il pianeta perduto

C

’era una volta un alieno costretto a vivere in un mondo non suo, oppresso dalla gente e dalla sua stessa presenza. Era convinto di essere finito lì per caso o perché qualcuno così aveva deciso; pensava che l’unica speranza fosse quella di immaginare un pianeta ( alienia ) dal quale egli probabilmente arrivava e al quale, prima o poi, avrebbe fatto ritorno. Chissà se quel luogo immaginario esiste da qualche parte, a noi piace immaginarlo come un posto dove le presenze non sono ridotte a corpi ma a sottilissime linee che viaggiano all’unisono con altre, senza mai toccarsi, producendo movimenti e sensazioni armoniche. Persino l’anima non esiste su alienia, nemmeno il cuore. Solo vibrazioni. Peccato però. C’era una volta un alieno perché ora non c’è più. Troppo lontano il pianeta misterioso, nel tempo e nello spazio; troppo poco invece il tempo qui, in questo strano mondo dove l’unica regola è : adattamento. E così un alieno in meno ed un umano in più, questo è quanto. Ricordo come fosse ieri i tempi dell’alienazione. Tempi duri per la mente, un po’ meno per l’anima sempre solitaria ma di fatto a proprio agio nella solitudine fisica dell’uomo. I viaggi cerebrali verso lidi che di pace non avevano alcuna sembianza se non l’illusione di una vita terrena migliore. Quei percorsi intricati all’esasperata ricerca del senso della vita. Dov’è finito l’alieno? Dove si è nascosto? Sarà mica stato capace di trovare la strada per il pianeta? Macché. Oggi Enzo viaggia fianco a fianco con quegli esseri un tempo denigrati, odiati, derisi. Ne ha ancora paura ma, il viaggio interiore non è stato inutile. Enzo ha abbassato le pretese ma non in segno di rassegnazione, semplicemente perché ha capito che la vita è questa. Con o senza qualcuno da amare, denigrare, odiare. E allora ciao ciao ai gesti eclatanti, alle sparizioni, e benvenuto all’uomo superficiale, sempre aderente alle proprie sensazioni, sempre attento ai piccoli sobbalzi emotivi ma, perfettamente inserito nel contesto umano. Ragazzi miei, sono un viaggiatore senza valige, fermo, impassibile sulle proprie gambe, terrorizzato dall’aereo. E vigliaccamente mi alzo in volo dove so di non provare dolore, di non rischiare di cadere ma dove l’unico a gioire di questo sono io. Questo post è per dire che l’alieno è morto. Che non esiste un pianeta dove pensare di essere felici. E intanto, a mio modo, volo.

 
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lunedì 22 ottobre 2012

Ultimo chilometro

R

iconosco che negli ultimi tempi sto raschiando il fondo del barile. Ci vuole un po’ di coraggio, perché solo armandosi di zappa virtuale e scavando a più non posso riusciamo a specchiarci per bene nelle nostre paure. Se poi crediamo di aver fatto molto, armiamoci di un’altra dose di coraggio e proviamo a vincerle. Chi si ferma, è uomo. Chi prova ad andare avanti probabilmente punta in alto e si imbatte nel rischio di possibili, inevitabili, delusioni. So di essere uomo coraggioso fino a che si tratta di andare a fondo. E’ come se riuscissi a toccarmi il cuore, provocando un dolore che sopporto stoicamente. E ‘ come se inquadrassi da vicino l’anima e riuscissi ad individuare di ogni ferita, il percorso che l’ha provocata. Ma io mi fermo qui, perché non ho il coraggio di andare avanti. Non sono vigliacco, semplicemente sono un incompiuto. Per recuperare il coraggio di cui ho bisogno dovrei cominciare a credere in qualcuno, in qualcosa. Secondo alcuni dovrei invece cominciare a credere in me stesso. Da dove nasce, da cosa è provocata questa smania di zappare fino a sentire la terra dura sotto i piedi? Sapete bene che non sono particolarmente avvezzo ai rapporti umani non solo per una generale diffidenza, quanto per l’incapacità di curarmene e di dedicarci un po’ del mio tempo. Le persone con le quali riesco a mantenere rapporti decenti da qualche anno a questa parte sono anche quelle che, armate di santa pazienza, hanno deciso di accettarmi come sono. Difetti, e qualche pregio. E di queste persone non ho più paura perché il tempo mi è stato amico. Seppur dovendo attraversare il mare agitato delle mie insicurezze, ho trovato in loro un lido di quasi pace. Ben diverso è ciò che accade quando si prospetta l’inizio di un nuovo rapporto, quando qualcuno cerca di entrare nella mia vita. Che lo faccia in punta di piedi o spalancando la porta con la forza, non cambia nulla. Io ho paura. E non ho coraggio a sufficienza per vincerla. Non è la prima volta che mi capita nella vita, mi manca la forza di spirito che accompagna il ciclista a spingere sui pedali nell’ultimo chilometro. E mettiamoci anche quel meccanismo di autodifesa che è del tutto umano e comprensibile. A questo punto posso scegliere di essere un uomo qualunque. Per uno che parla sempre di perfezione, un po’ contraddittorio no? Oppure posso lasciare la porta aperta e non perdermi di vista. Oppure posso lasciarmi voler bene e provare anch’io a farlo. E mentre scrivo tutto questo lo stomaco si contrae, è il segnale di allerta. Non posso andare avanti così, almeno per ora.

 
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giovedì 14 luglio 2011

Il giorno più lungo

I
l 14 Luglio di un anno fa dedicavo un post a questa data, ricordando un piacevole incontro a coronamento di una bella amicizia epistolare. Esattamente 365 giorni dopo mi tocca “celebrarla” nuovamente, per ben altri ( e meno piacevoli) motivi. Mentre stamattina, immerso nella pace delle 5.45, attraversavo a piedi i viali silenziosi che mi conducono alla stazione ho avuto modo di pensare: “ Ho percorso, mi dicevo, questo viale quel caldissimo 14 Luglio del 2003”. Ero sereno. “Ora invece avverto un mix di sensazioni tra lo sconcerto e la rassegnazione”. Venti minuti mi separano da casa al treno e guardando qua e là i palazzi ai lati del viale continuavo a chiedermi il perché. Perché di tutto questo susseguirsi di eventi concentrato in così poco tempo, perché un disegno così preciso e dettagliato da impedirmi di individuarci un seppur minimo errore. Tutto sembra perfettamente organizzato affinche’ io pure debba raggiungere livelli di perfezione mai pensati. Affinchè io possa attraversare questo mare in tempesta con la sola forza della mente. Oggi sapevo che sarebbe stata una lunga giornata. Probabilmente il giorno più lungo da quel 2 Ottobre, quando mio zio se ne andò. Sapevo che oggi sarebbe stato difficile lavorare e fare la solita bella faccia. Ho prodotto molto come al solito, molto più di altri. Ma a darmi la spinta non è certo il senso del dovere. Lavorare lontano da casa, in attesa di notizie, potendo a malapena distrarsi da un maledetto lavoro per il quale ti chiedono di dare tutto in nome di un obiettivo, diventa snervante. Le notizie sono arrivate, e non sono così belle. Oggi ho toccato il fondo. Ho mangiato poco e male, sono uscito dall’ufficio scegliendo una passeggiata rigenerante che si è però rivelata un boomerang. Il caldo e il mal di testa hanno fatto il resto. Non credo, anzi sono sicuro che questo 2011 non mi darà tregua. Sono ben lontano dall’Enzo forte che si beava della propria capacità di gestire tutto, anche solo per la necessità di aiutare chi ha bisogno. Il giorno più lungo. E chi si dimentica questo 14 Luglio. Ti ho celebrato di nuovo, evidentemente dovevo farlo per sfogarmi come sempre. Io comunque continuo a chiedermi il perché di tutto questo, conscio del fatto che non avrò risposte. Ma sapete, fermarsi anche solo dieci minuti nella disperata ricerca di una spiegazione mi fa sentire padrone della situazione. Anche se so bene quanto poco o niente dipenda da me, da noi in generale. Sono sul 16.20, preso al volo. Non so cosa pensare. La nave tiene, ma temo cominci ad imbarcare acqua.

mercoledì 29 giugno 2011

L’attore

M
i sto rendendo conto di essere un ottimo attore. Di quelli per necessità, che calcano la scena della vita come tutti e che, come molti, deve indossare maschere per non finire sepolto dalla sua stessa corazza. I miei abiti di scena sono invisibili agli occhi degli spettatori, e consistono in una corazza, appunto, che protegge cuore e spirito e in una maschera dall’espressione quasi sempre sorridente. Affrontare la scena quotidiana diventa più facile ed è tuttavia necessario. Non c’è poi da meravigliarsi nel ritrovarsi capace di fare “buon viso a cattivo gioco”. Lo stato di necessità genera poteri inconsueti e impensati di cui facciamo uso per sopravvivere. Naturale che mi manchi sorridere e scherzare senza doverlo fare per non apparire altrimenti ombroso e silenzioso. Lo puoi fare, nessuno te lo impedisce ma poi, quando sei a contatto con le stesse persone ogni giorno c’è sempre qualcuno che si accorge del tuo malessere. Mi convinco che stare isolati dal mondo ha benefici quando si tratta di dover scaricare le proprie tensioni perché non rischi in questo modo di far soffrire qualcuno. Ma poi, passata la tempesta, staresti peggio non potendo condividere il momento di serenità se non con te stesso. Dunque non ci sono dubbi: la solitudine terapeutica può rivelarsi utile. Ma non possiamo fare a meno di avere al fianco qualcuno che condivida gioie e dolori con noi. Quanto invece al fatto di indossare maschere, non mi riferisco ovviamente a quelle subdole, utilizzate per ingannare volutamente il prossimo per raggiungere scopi personali. Si tratta di indumenti protettivi, di veri e propri strumenti di sopravvivenza quotidiana. Sto recitando allora? Quando scrivo qui, mai, impossibile. Recito invece una parte di uomo spensierato quando me lo chiede la vita. Come si fa però a soffrire in silenzio? Io lo faccio, ma non è mai una sofferenza esternata in modo palese. Mi piace riflettere sulla situazione che sto vivendo, prendere il tempo necessario per dare ordine ai pensieri e poi magari agire nel migliore dei modi. Al momento dunque vivo una sorta di doppia vita. Ne traggo beneficio perché alla fine nulla è poi eccessivamente forzato. Ricordo che sono in apnea, che questa fase mi vede trattenere il fiato in attesa di una ( non so quanto vicina ) soluzione. Gli occhi e le espressioni del volto spesso tradiscono il nostro mentire, svelano arcani che crediamo impenetrabili dalla conoscenza altrui. Ed è probabile che, mentre mi vanto di essere un ottimo attore, chi mi guarda in questo momento stia pensando: “Ma quanto è triste quello..”….
 

sabato 16 aprile 2011

Un morbido giaciglio

S
tasera ho tanta voglia di nostalgia. Ho voglia di lasciarmi andare e di farmi cullare dai ricordi, quelli belli. Voglio rilassarmi, non voglio pensare a nulla, nemmeno alla serata in pizzeria volutamente boicottata per evitare si trasformasse nella solita lamentela del dopo, fatta di: “sempre tutto uguale”, “ nessuno stimolo”, “che gente di merda”. Un po’ come chi, per tirarsi su si dà al cioccolato, o si fa coccolare da qualche massaggio tonificante, io questa sera mi lascio avvolgere dai buoni pensieri. Che sono soltanto miei, che apparterranno ormai al passato ma fanno sempre comodo. Siamo o non siamo noi anche un po’ il risultato delle nostre esperienze trascorse? C’è nel passato molto di noi e di come agiamo ora, vero? E allora per una volta mi concedo il lusso di abbandonare quella visione della vita che ti impone di afferrare il tempo, di mangiarlo e trangugiare tutto alla velocità della luce per goderne l’essenza vera. Sarà anche un’ottima filosofia ( di cui in questi ultimi tempi sono un fanatico assertore), ma finisce col bruciarti ogni energia, ogni minimo attimo di riflessione. E chi l’ha detto che, alla faccia di un presente contraddittorio, non ci si possa concedere un bel tuffo indietro nel tempo? Sono dunque nostalgico, e me ne vanto. Cosa mi manca? Mi manca ciò di cui spesso mi lamento, quello che Voi, amici lettori mi avete più volte ricordato prima o poi sarebbe arrivato. E arriverà, lo so. Ma questa sera, a ripiombare nel passato io ci provo gusto perché non c’è alcuna vena malinconica nel mio agire, alcun volere a tutti i costi ciò che è stato e non tornerà. Lo faccio alla faccia della pochezza che spesso mi circonda. E’ come se volessi ricordare a me stesso quanto sono capace di circondarmi di persone positive e che quando ciò è accaduto tutto aveva un sapore buonissimo. E io assaporo quel dolce ricordo che mi regala una sensazione di benessere invidiabile. Si, è vero, vivo perennemente aggredendo il tempo, lo faccio mio, a volte è amico. Manca tuttavia quello che vorrei: avete presente le lunghe chiacchierate in macchina con l’amico o l’amica del cuore? Serate lunghissime che pensavamo non finissero mai, che volevamo non avessero potuto mai finire. Quelle scale salite con la stanchezza addosso ma con il cuore libero, e con la soddisfazione di aver dato e fatto tutto ciò che ci era concesso. Si si, sono nostalgico, ma sorrido al pensarmi piacevolmente immerso in quella vita che ora non è più. Questa sera sapevo che avrei boicottato una serata assolutamente uguale a molte altre. Quando mai mi sarà concesso di sentirmi ancora così? Sarebbe meglio avere meno tempo per pensare e più per agire? Chi l’ha detto. Ci sto bene nel mio lettone di ricordi. La pizza? Sarà per un’altra volta..

giovedì 31 marzo 2011

Il gabbiano John Livingstone

C
erto che sono proprio un bel tipo. Io devo assolutamente imparare che se c’è un luogo al mondo nel quale il cuore va dimenticato quello è il luogo di lavoro. Io non mi sopporto più. Ho iniziato da poco a leggere un libro che fin dalle prime pagine mi sta emozionando. Di questo libro potete vedere la prima pagina qui, sul mio blog. La trama è la seguente: un uomo ( l’autore ) scopre di essere ammalato di una di quelle bestie che non danno scampo ed allora inizia un percorso di cura, più che del corpo, dell’anima. Lo fa attraverso alcuni viaggi che lo porteranno a scoprire molto di sé e a “guarire”, se non altro interiormente. Mi piace l’espressione “guardare sé fuori da sé”. Se si entra in un tunnel senza uscita ( qualunque esso sia, una malattia od uno stato di abbandono morale che sembra non avere cura ) la via da seguire è una: osservarsi come fossimo un sé fuori da sé e provare ad annullare ciò che si è stati fino ad allora, dimenticando chi si è, come si è agito, come si è reagito. Nonostante il paragone possa sembrare del tutto improprio (tenuto conto del mio fievole problema) esso mi spinge tuttavia a fare qualche riflessione. Il luogo di lavoro è uno di quegli ambienti, luoghi, posti ( chiamatelo come volete) in cui il cuore si azzera e trionfa il cervello; non solo per quanto concerne i compiti assegnati ma soprattutto per ciò che riguarda i rapporti. Non l’ho mica capito io. E poi è del tutto assurdo che io faccia fatica a trovare stimoli e cuore dove serve ( per scrivere e quindi per vivere) mentre invece mi scopro un’anima pia sul lavoro. Assurdo. Non ci sto più con la testa davvero. Questo è il punto di non ritorno. Oggi, ne ho avuto la riprova. E allora, il tunnel nel quale sono entrato appare senza uscita; o meglio potrebbe apparire senza uscita se io non cominciassi a prendere seri provvedimenti. Guardarmi fuori da me. Siamo solo a Giovedì, la mia settimana finisce qui perché a causa dello sciopero dei treni, sarò costretto a prendere un giorno di ferie. Ma sono uno straccio. Il mio tipo di lavoro mi porta ad intavolare rapporti seppur estemporanei con gente della più diversa specie; cerco dunque di essere il più possibile umano ma qui casca l’asino. Io sono talmente umano da pensare che anche un semplice utente allo sportello meriti attenzione oltre misura. “Non farti commuovere”, “Non fare in modo che la situazione di un soggetto si trasformi un tuo personale problema”. Io mi chiedo come faccio a cascarci ogni volta, a farmi conseguenti paturnie, ed a temere persino un giudizio negativo. Non scrivo nulla di nuovo. Sono semplicemente un recidivo inconcludente. Ma poi la pazienza si perde. Mi guardo e sono fuori da me, non fuori di me, preciso. Io voglio vivere cavoli, basta! Io non voglio più chiedermi perché, per come, se, come mai, se avessi…Voglio solo agire, sconnesso da ogni sentimento e da ogni minima preoccupazione delle conseguenze del mio agire. Nessuno mi giudica, nessuno ha i titoli per farlo. Voglio volare, essere libero come il gabbiano John Livingstone. Intanto continuo a guardarmi fuori da me.


martedì 15 febbraio 2011

Io non mollo

O
ggi avrei voluto parlare del mio esordio come autonomo sportellista. Ma tralascio perché mi rendo conto che negli ultimi tempi i miei articoli risultano monotematici. Mi preme invece affrontare un altro problema. I blog come il mio ( di impronta intimistica ) sono blog che amo definire “di nicchia”. Con questo non voglio assolutamente affermare siano migliori di altri. Nascono tuttavia da un’esigenza interiore di esprimersi, di parlare al mondo non necessariamente per ricevere risposte ma per colmare vuoti interiori. Io ne sono la dimostrazione: mi piace scrivere, riempire questi fogli su dettato dell’anima. Ciò che viene, viene. Considero questo tipo di blog a volte di difficile sopportazione, soprattutto a lungo termine ma sbaglierei a pensare che per essere mantenuto in vita il mio diario debba avere un responso da parte dei lettori. Mi spiace dover invece affermare che, spesso e volentieri i blog intimistici soffrono di vere e proprie crisi di rigetto. Mi è capitato qualche tempo fa. Avevo l’impressione che i miei scritti mi si ritorcessero contro, che finissi per scontrarmi con loro, che non mi riconoscessi più in quelle parole. Volevo troncare tutto. Stracciare idealmente tutti questi fogli e smettere. Almeno un paio di amici e lettori hanno attraversato questa fase e in modo piuttosto risoluto hanno deciso di abbandonare il blog. Le motivazioni più o meno sono sempre le stesse: lo scritto in parte non aiuta più a fare chiarezza dentro di sé, vi è un bisogno ulteriore di contatto umano per trasmettere le proprie emozioni. Inoltre ho notato che, a fermare ogni ulteriore volontà di “mettere nero su bianco” i propri sentimenti vi è la consapevolezza di essere andati ben oltre le intenzioni. E che quindi il blog si sia impossessato dell’autore il quale non riesce più a controllare il proprio stimolo a scrivere. Sono solo mie personali considerazioni che nascono da un’esperienza simile vissuta in prima persona, come ho detto precedentemente. Cosa mi sta portando avanti in questa avventura? Mi sono pienamente reso conto del fatto che non riesco più a trattenermi, ho da tempo rotto gli argini, ma se comincio a voler porre paletti di tipo razionale a ciò che invece deve essere totalmente emotivo, sbaglio. O se cominciassi ad accorgermi che lo sto facendo, chiuderei qui anch’io la mia avventura. Mi dispiace enormemente aver cominciato a leggere con grande interesse blog di impronta interiore e fatico a volte a capire il motivo per cui alcuni ad un certo punto rinunciano. Ma rispetto pienamente la loro decisione. E’ solo che assai rara è la capacità di guardarsi dentro, ancor più raro è tradurre tutto in parole. E quando scopri che qualcuno ancora lo fa, non vorresti perdere il filo. Ci credo ancora a questo blog, lo voglio tenere in vita e farò di tutto perché lui non mi tradisca. Ho dunque ancora le redini della mia anima, e la ragione in questi casi, è meglio non si impicci.


sabato 4 dicembre 2010

Non ucciderlo!

U
n amico ieri, attraverso un articolo, ha manifestato l’intenzione di “uccidere” il proprio blog. Leggendo il contenuto del suo passo ho sospirato e mi sono meravigliato di quanto ritrovassi nelle sue parole, le mie. Precisamente quelle che avevo usato in un post di qualche giorno fa e di cui mi ero servito per manifestare tutto il mio ripensamento riguardo l’opportunità di continuare a scrivere. Lungi dal giudicare quelle che sono le motivazioni che hanno spinto Claudio a prendere questa decisione, vorrei provare a fare qualche riflessione al riguardo. A dirla tutta le ragioni non le conosco ma ho provato a dedurne qualcuna leggendo attentamente il testo del suo articolo e cercando poi di fare confronti con il mio vecchio post. Penso che quando si sceglie di impostare nella sua totalità o anche solo in parte un blog ad un livello intimistico, inevitabilmente si apre la nostra anima, la nostra interiorità al mondo. Poi magari nessuno vi pone attenzione ma, poniamo comunque le basi perché qualcuno lo faccia. Dunque il blog è territorio di tutti ma, mi preme dire, è in primo luogo, territorio di chi i propri pensieri su quel foglio, riversa. E come scrivevo nel mio vecchio articolo, questo diario finisce per essere il nostro specchio quotidiano, ci vediamo bene o male la nostra immagine riflessa e magari, finiamo per notarne il mutamento di fisionomia. Insomma, tutto ciò che di nostro, di intimamente nostro scriviamo prende la nostra forma come se fosse una fotografia. Capita che questa immagine noi la andiamo a rivedere più e più volte e scopriamo che ci piace sempre meno, fino a non piacerci più. Io, e parlo per me, ad un certo punto mi sono chiesto se la colpa fosse di questo strumento, dei miei pensieri, o se si trattasse semplicemente del mio timore a rivedermi, magari peggiorato, più melenso, e noioso. Chissà perché non mi dispiace andare a rivedere le mie vecchie foto e notare che sono cambiato, soprattutto, sono invecchiato. Ma rileggermi e ripassare i miei testi non mi regala piacere, anzi, spesso mi impaurisce. E quindi credo che non sia colpa del blog, e nemmeno dei miei pensieri. Guai se tradissi la mia anima, guai se solo ipotizzassi che ciò che scrivo non è reale. Semmai, sono io ad avere paura di me e della mia immagine che cambia. E allora, giusto dare ossigeno alle meningi, giusto prendersi una pausa, giusto anche tirarsi indietro se questo ci fa bene. Claudio, ho solo presuntuosamente ipotizzato le ragioni che ti hanno portato a questa decisione e già solo per essermi permesso questo, ti chiedo scusa. Il tuo articolo mi ha stimolato molto avendo magari anche solo lontanamente vissuto le tue stesse sensazioni; dunque, ho solo “tirato giù" quello che mi sentivo. Ti aspettiamo, ma se puoi, il tuo blog, non ucciderlo.


mercoledì 1 dicembre 2010

La centrifuga

C
i vuole pochissimo ad essere scontati, retorici, banali. E’ quello che mi accade ogni qualvolta esco dai canoni consueti e passo a considerazioni di tipo, diciamo, nazionalpopolare. Non che solitamente mi metta qui a disquisire di scissione dell’atomo o di nichilismo ma, se esco dalla mia interiorità e dai contenuti che mi suggeriscono il mio modesto cuore e la mia anima esasperata, non mi piaccio. Non mi piaccio come scrivo, non mi piace cosa racconto e soprattutto finisco (con una semplicità imbarazzante) con l’essere retorico e superficiale. E’ vero che ci sono momenti apparentemente “vuoti”, io amo definirli “di stallo”. Queste fasi non sono produttive; potrei cercare il foglio continuamente, potrei iniziare e cancellare un articolo mille volte senza ottenere nulla che mi aggradi. Se provassi a riempire questi vuoti del pensiero con testi suggeriti dalla vita quotidiana, da fatti evidenziati dai media, avrei risolto comunque il problema. Sempre che il fine sia, riempire a tutti i costi un foglio. Per fortuna però, dentro di me tutto si crea e tutto si distrugge, tutto si evolve con incredibile velocità come durante una centrifuga; cio’ fa si che, in linea generale, potrei dare un senso a questi fogli in modo persino smisurato. Ma il vortice delle sensazioni spesso e volentieri è più veloce del tempo; in altre parole non ti permette di tradurre nell’immediato ciò che provi. Ne puoi fare un sunto di qualche riga e di questo mi accontento. Il rovescio della medaglia: sarebbe così bello avere un’interiorità che, prendendosi gioco della realtà circostante e degli eventi contingenti, si permettesse variazioni sul tema. Invece, la nostra anima è incatenata al nostro vivere quotidiano e ne esprime spesso, il malessere. Articoli pesanti, in parte noiosi, ripetitivi. Ma se ci pensate non c’è nulla di più bello e coinvolgente di tradurre in parole quello che non si può e non si riesce più a dire a voce. La fretta, le difficoltà e le solite carenze della società odierna. Pensate, oggi avrei voluto parlare di dolci, di cioccolata in particolare e probabilmente ne sarebbe venuto fuori un articolo decente. Ma quando spinge da dentro qualcosa che non puoi frenare, al diavolo i dolci. Vorrà dire che ne parlerò in un altro momento, risultando ovviamente scontato. Cogliere i messaggi dell’anima, inchiodarli qui, mi riesce più naturale. Niente retorica, niente banalità. Mi sento sollevato. Alla prossima “centrifuga”.


sabato 6 novembre 2010

Aprirsi al mondo

scrivereGrazie dell’input, Angela. Ho sicuramente grande fiducia nella mia interiorità, nelle sensazioni che provo, nei messaggi dell’anima. Un po’ meno verso il mondo; non ho grande considerazione del genere umano, non riesco a fidarmi. Per lungo tempo ho perduto giorni, mesi, anni della mia vita cercando l’impossibile ovvero, capire gli altri. Più cercavo di farlo, più perdevo di vista me stesso, la mia persona, persino le mie qualità. E ora che finalmente ( meglio tardi che mai ) mi sto conoscendo alla grande, mi rendo conto di due cose: del tempo perduto, ma soprattutto di quanto sia bello farlo. E di quanto, tutto ciò sia di rilevante importanza per relazionarsi, utilizzando un punto di vista assolutamente obiettivo. Terminata dunque la fase utopistica del capire, dare un senso alla persone e alle loro azioni, ora tutto mi sembra più lucido, più nitido. E con obiettività, mi spingo ad affermare che non mi dà più alcun fastidio notare alcuni tratti comuni alla gran parte delle persone ( o al meno a quelle con cui spesso mi sono rapportato ). Quali sono queste caratteristiche? Beh, innanzitutto poca propensione al dialogo, strumento che ritengo necessario per portare avanti qualsiasi tipo di rapporto. Inoltre, aggiungerei, la mancanza di pazienza, il fastidio che quasi si prova a dover ascoltare gli altri, la velocità con cui molti passano dall’entusiasmo per qualcosa o per qualcuno, alla totale indifferenza. Qual è dunque il senso di questo blog e la totale apertura del mio “io” al mondo: aver capito, finalmente, che è possibile fare qualcosa per se stessi e trarne grande giovamento. Aver soprattutto inteso ( e ce n’è voluta ) che non è sempre necessario un riscontro per ottenere conferma di qualcosa. Continuo a ripetere che non riempio questo articolo per ottenere qualche fantomatico riconoscimento, ma solo ed esclusivamente per il piacere di farlo. Tanto è vero che, a volte, parlare di sensazioni, di interiorità, costituisce un’arma a doppio taglio. Ci vuole un attimo a diventare tediosi, pesanti da reggere. Se anche solo per un attimo mi fermassi a riflettere sul fatto che alcune persone sono arrivate al blog e sono poi sparite dopo un po’, sbaglierei in partenza. Non trovo forma migliore per esprimere le mie sensazioni, forse l’ho già detto. Potrei apparire egocentrico e non lo sono. Sicuramente, l’idea che posso dare è quella di una persona assai poco riservata. Ma quante volte mi è capitato di esserlo, di dare solo a pochissimi la possibilità di conoscermi per poi ottenere cosa? Tanto vale aprirmi al mondo. Non so chi ascolterà questa voce, ma stare qui, a buttare giù questi pensieri è una medicina. Nonostante la noia, l’assoluta piattezza del tutto.

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