martedì 30 novembre 2010

Dicembre è…

A
llora Novembre, cosa aspetti ad andartene? Dicembre scalpita con il suo carico di eventi per cui, si dia inizio alle danze! Ma cos’è Dicembre? Provo a stilare un rapido, personalissimo elenco:
1) Dicembre è il mese dei ponti e del Natale ( per chi è credente);
2) Dicembre è il mese della festa imposta per antonomasia, il Capodanno;
3) Dicembre è il mese delle pubblicità martellanti su panettoni, caffè, cioccolatini e giochi di ogni tipo ( a proposito, ma il bimbo che dice “Dai buttati che è morbido", farà l’Università ora?);
4) Dicembre è il mese degli albergatori felici per il pienone negli alberghi a Cortina, St.Moritz e Cervinia ( ma non c’era crisi? );
5) Dicembre è il mese degli schizofrenici al volante in corsa verso luminescenti lidi chiamati centri commerciali per accaparrarsi il primo regalo ( patente a punti anche sulla guida di carrelli e trolley da supermercato è la mia proposta);
6) Dicembre è il mese degli ipocriti che vanno a Messa alla Vigilia di Natale (e solo in questa occasione) per sfoggiare l’ultimo capo d’abbigliamento;
7) Dicembre è il mese della tredicesima ( per chi è così fortunato da avere un lavoro );
8) Dicembre è il mese di Santa Lucia e delle giornate che si allungano a passo di gallina;
9) Dicembre è il mese della melanconia delle festività per chi è solo;
10) Dicembre è il mese in cui ci si ricorda dei clochard e di quanto hanno bisogno ( per il resto dell’anno nessuno se ne cura );
11) Dicembre è il mese dei servizi giornalistici in fotocopia su: corsa ai regali, code ai caselli, cosa si mangerà alla vigilia di Natale e Capodanno;
12) Dicembre è il mese degli auguri di Buon Natale e Buon Anno fatti a tutti anche così, tanto per dire qualcosa ( che poi, appena li lasci, peste e corna..);
13) Dicembre è il mese della neve alla Vigilia di Natale che dici: “Che romantico!” ma che, chi lavora dice: “ Ma vaffanbip”;
14) Dicembre è l’ultimo mese dell’anno, dei bilanci, e dei buoni propositi che mai verranno realizzati.
Ho elencato dieci punti ma penso di averne volontariamente tralasciati o semplicemente dimenticati molti altri. A Voi l’onere e l’onore di aggiungerne a Vostro piacimento.

lunedì 29 novembre 2010

Curve e dossi

C
iao S. Ringrazia pure un weekend sonnacchioso e la mia propensione al ricordo facile se sono qui a parlare di te nonostante non lo meriti. Non ti degno del tuo nome per esteso ma non per vigliaccheria. Perché tu, come A, M, e tante altre iniziali ti sei dissolta nel nulla. Le date hanno sempre importanza, e questo blog ormai parla, racconta di emozioni quotidiane ( o quasi ) e dei giorni in cui le ho provate. Questo blog mi aiuta a ricordare, ad imprimere più facilmente nella memoria le date, regalandomi prove inconfutabili di ciò che ho detto e provato. A distanza di qualche mese da quell’articolo in cui tessevo le tue lodi, innalzavo odi all’amicizia e spronavo me stesso a credere che forse, c’è sempre qualcuno che si differenzia io, ritratto la mia dichiarazione e riapro il dibattimento. Non sono un giudice, non ho un pulpito da cui inveire additandoti, non ho neppure voglia di gettare fiato per argomentare. Faccio finta di essere un uomo civile che parla ad una persona civile. Nella realtà sarebbe così semplice farlo ed invece spesso si alzano muri di silenzio che ti obbligano ad agire così, attraverso allusioni, messaggi subliminali, finta diplomazia. Ti dedico questo articolo perché solo qualche mese fa, predicavi molto bene, ed io avevo paura di razzolare male. Ora mi ergo a predicatore perché a razzolare male sei stata tu. Sempre a riempirti la bocca di belle parole, sempre a cercare comprensione, a dare consigli. Per poi cosa? Per poi rendere, in un battito di ciglia, tutto ciò che è stato detto e fatto, del tutto inutile. Ma perché a volte il destino ti fa fare certi giri? Ci sono scorciatoie così comode per arrivare alla stessa identica destinazione. Se in fondo alla strada che si imbocca c’è già scritto “Delusione”, perché dover passare attraverso le tortuose vie dell’illusione, delle belle frasi e di tutto ciò che dà adito ad una speranza? Probabilmente avessi a disposizione un navigatore speciale e dovessi muovermi a mio piacimento gli indicherei di scegliere il percorso più breve tagliando rigorosamente dossi, curve a gomito ed incroci pericolosi. Non so dove tu sia finita. Non so perché hai scelto di dissolverti. Se mi avessi conosciuto come dovevi, avresti capito che ti avrei fatto il mio solito regalo, ti avrei per l’ennesima volta detto: “Ti capisco”. Ed invece, sono rimasto qui, questa volta complice di un silenzio che non ho intenzione di rompere. Il fatto è che a volte, certe immagini tornano,le voci risuonano come in un unico trailer di un film già visto. Appunto, già visto. Non mi scomoderò a vederne altri.
Percorsi molto tortuosi in vista

domenica 28 novembre 2010

A me, non fanno ridere.

I
n una divertente scena del film “Il bisbetico domato” con Adriano Celentano, il protagonista (un burbero uomo di campagna) piange a dirotto guardando le comiche. Quest’immagine assai caricaturizzata per esigenze di copione, ben mi si addice. E’ in effetti la stessa identica reazione che probabilmente avrei guardando uno dei cosiddetti “cinepanettoni”. Non fosse per la martellante pubblicità e per le comparsate dei protagonisti nelle varie trasmissioni televisive, di questi films probabilmente non mi accorgerei neppure. E li chiamano “comici”. Ma quando si parla di comicità in relazione a questo genere di produzione a cosa si fa riferimento? Agli attori e alle attrici quasi sempre improvvisati? Alle battute di pessimo gusto contornate da inevitabili parolacce? A pur validi interpreti che abbassano di gran lunga il proprio livello di autostima? A quale tipo di utenza sono rivolte queste pellicole? Ed è a questo punto che scatta, inevitabile, la malinconia , la nostalgia per quella che considero la comicità più esilarante. “De gustibus non dispuntandum est” per cui la mia sarà inevitabilmente una valutazione soggettiva. Premetto che l’avvento del “file sharing” ha dato il colpo di grazia alla mia già flebile voglia di recarmi al cinema; penso si contino sulle dita delle due mani le occasioni  in cui nell’ultimo ventennio ho visto un film “dal vivo”. Ora invece scelgo di vedere ciò che voglio, e quando voglio. E potendolo fare, opto per un cartoon movie, per un thriller psicologico o se voglio realmente divertirmi, per un classico in bianco e nero. In particolare sono un appassionato delle commedie all’italiana degli anni '50. Sarà che manco di senso dell’humour ma non trovo nella comicità moderna, grande novità di contenuti. Guardate C.D.S.: figlio di cotanto padre ed ora “impegnato” indefessamente in pubblicità e “cinepanettoni” ove riporta, ripete, ricicla le sue stesse battute, persino le stesse movenze. Non rido, non riesco a ridere di gusto. Sono anch’io un bisbetico da domare? Forse. Penso tuttavia di sfondare una porta aperta nel dire che oggi mancano quelle che io definisco “le fabbriche” di comici. Esistono un paio di prodotti in tal senso grazie ai quali molti talenti hanno avuto modo di mettersi in luce. Ma credo che si tratti di una comicità di nicchia. E spesso questi talenti vengono “infilati” all’interno di produzioni di scarso valore. Se non rido ci sarà una ragione; per chi si accontenta, buon “cinepanettone”.

Una scena dal film “Il bisbetico domato” (1980)

sabato 27 novembre 2010

Sala d’aspetto

A

suggerirmi l’articolo di oggi è stata una canzone. Se volete ascoltarla mentre leggete il post, vi allego il video. Ascolto pochissimo la radio, anche in macchina; di gran lunga preferisco il mio lettore mp3 o i cari vecchi cd ove custodisco tutta la mia musica preferita. Si rende di tanto in tanto necessario qualche aggiornamento perché capisco che, ascoltare in random sempre gli stessi brani può risultare noioso. Qualche giorno fa però, trovandomi a fare il passeggero, ho sentito questo pezzo provenire dalla radio. E come sempre accade quando parte l’attacco di una qualsiasi canzone, comincio a fare vari collegamenti cercando di immaginare a quale preciso momento della vita quel brano mi riporti. Ma questo gran bel pezzo di Raf ha un particolare significato essendo di fatto celebrativo della fine di un’epoca di cui tanto si parla e a cui spesso con grande nostalgia si ripensa. Mentre ascoltavo la canzone mi è sovvenuta un’ ”incredibile” intuizione: ma, stiamo o non stiamo avvicinandoci alla fine di un altro decennio? E nonostante l’idea di guardarmi indietro mi incuta il solito timore, viene spontaneo provare a fare un’analisi di questi dieci anni di vita. Sotto il profilo personale devo riconoscere si è trattato di un periodo se non buio, piuttosto oscuro. Un periodo durante il quale l’insicurezza unita all’incapacità di affrontare situazioni e adottare decisioni di una certa rilevanza, si sono rivelate determinanti per il mio futuro a livello professionale. Ci sono stati momenti in cui avrei potuto e non ho agito, altri in cui avrei dovuto e ho avuto paura. Questi dieci anni? Sotto il profilo delle relazioni personali li potrei immaginare come una grande sala d’aspetto all’interno della quale si sono avvicendate tante persone (ognuna con il proprio bagaglio -talvolta pesantissimo- ) nessuna delle quali però, mai seriamente intenzionata a fermarvisi. Un grande andirivieni dunque, ove l’unico spettatore immobile, senza una precisa destinazione, pareva proprio il sottoscritto. Ma sarei davvero ingiusto se non riconoscessi a questi dieci anni il merito di avermi fatto incontrare persone per cui è valsa la pena e vale tuttora la pena di dire: “andiamo avanti”. Mentirei a me stesso se non sottolineassi quanto questa fase sia stata fondamentale per la mia crescita interiore. Il decennio dei miei “40”. Beh, che dire di fronte a tanta saggezza acquisita: chiudo questo articolo con un grazie ai miei anni che sono scivolati via così rapidamente quasi a volermi fare aprire gli occhi sul mondo.Quel mondo di cui forse ora ho ben chiari i confini.

Raf– Cosa resterà degli anni 80

venerdì 26 novembre 2010

In coda

P
orto in genere poca pazienza, ma sono sempre le stesse situazioni a farmela perdere del tutto. Non so come spiegarlo, ma divento idrofobo e comincio a battere i piedi per terra dal fastidio. Tra queste, una delle più frequenti è fare la coda. Ma a chi non infastidisce? Passi quella all’ufficio pubblico, passi pure quella in auto ( che già di per sé guidare non è la mia passione ); io sono intollerante alla fila presso le casse del supermercato. Chiunque frequenti di tanto in tanto un centro commerciale sa che le situazioni che si verificano all'interno degli ipermercati sono le più svariate e costituiscono ormai veri e propri luoghi comuni. Chi non si imbatte negli anziani con il cappello ( non guidano solo le auto, ma anche i carrelli ) che ignari degli altri utenti piazzano il carrello in mezzo al corridoio per andare qualche centinaio di metri più avanti alla ricerca di qualcosa? E chi non hai mai incontrato quelle simpatiche famiglie che in stile “Carramba” si incontrano al reparto macelleria dopo anni facendo salotto e ostruendo il passaggio? Penso inoltre che a molti sia capitato di incontrare la signora che ti dice “Scusi, lei che è alto, mi prenderebbe quel pacco di sale lassù?”. Situazione tragicomiche cui ormai sono piuttosto abituato. Ma c’è un momento, che prima o poi, arriva per tutti ed è ahinoi, quello del pagamento. Anche qui, potrei elencare situazioni grottesche. Io generalmente, in fase di approccio alla cassa agisco con la seguente tattica: conto rapidamente i prodotti nel carrello sperando siano meno di dieci. Ebbene, se ho il privilegio di passare alla “cassa veloce” trovo la cassiera più lenta del supermercato. Se non ho questa fortuna, beh, allora qui comincia il bello; provo ad infilarmi in coda e, al primo tentativo scopro che quello due carrelli più avanti al mio, ha fatto acquisti per un esercito. Seconda chance: ecco che là in fondo c’è una cassa che pare vuota. Parto, mi infilo ma (e lo sapevo! ) dopo cinque minuti la cassiera….tac…alza la cornetta e passa interminabili minuti in attesa che qualcuno le comunichi un prezzo. Terzo tentativo: sono quasi arrivato al tapis roulant, poggio la merce e quello davanti a me cosa fa? Non ha un contante nel portafoglio, e la sua maledetta carta di credito non passa. Finalmente tocca a me e, con le occhiaie e il volto tirato dalla fatica, pago. Non prima però di aver ricevuto un’occhiata malefica da pare della cassiera ( coi baffi ) non avendo io, monetine. Ma mi chiedo: “Ma possibile che alle casse non abbiano mai resto?” Insomma, dopo che ti sei fatto un “mazzo” tanto, te ne vai coperto di insulti. Ed ora che arriva Natale……
Un sorriso ogni tanto non guasta..

martedì 23 novembre 2010

Picchettaggio

M
i sento in dovere di ringraziare sentitamente il mio emisfero destro per l’azione di sciopero odierna. Questo foglio si sta gradualmente riempiendo di pensieri sconnessi a causa dell’azione di picchettaggio che si sta svolgendo dinnanzi all’ingresso dell’emisfero sinistro. La maggior parte dei neuroni ha aderito allo sciopero e qualche crumiro, coraggiosamente al lavoro, prova a produrre quel che può. I risultati li avete sotto i vostri occhi. E allora, facciamoli lavorare questi neuroni. Se sono in pochi a darsi da fare saranno costretti a sostenere turni improbi e probabilmente domani li ritroveremo esausti. Penso che il cervello mandi segnali inequivocabili quando raggiunge i cosiddetti punti di non ritorno. E lo fa impedendoti di pensare, cercando di farti sentire anche un po’ superficiale affinchè tu possa godere di quel momento di leggerezza sempre agognato. Ed io cosa faccio? Ostinatamente provo a produrre qualcosa, provo a volere a tutti i costi generare un pensiero serio. Senza riuscirvi. Ok, allora ho capito, ci rinuncio a malincuore e chiudo tutto qui. L’emisfero destro e l’emisfero sinistro nel frattempo, proveranno magari in questi giorni a trovare un accordo di massima, come si dice….aspetta… bipartizan, al fine di dar vita ad un governo di transizione, di responsabilità, o meglio, di armistizio ( fino ad ora non ho sentito altre definizioni ). Io spero che, nel caso il grande capo decidesse di non rivoluzionare tutto, la mia maggioranza (l’emisfero destro -nessun riferimento politico- ndr ) possa continuare a lavorare come ha sempre fatto. Eh si perché io, questo riposo emotivo non lo gradisco molto. Ho quasi bisogno di contorcermi nei soliti passaggi complicati della psiche, ho bisogno in tutta sostanza, di produrre. Ma quanto è immensamente grande il nostro cervello..Non appena mi ha trasmesso un segnale di stop dei lavori per sciopero cosa ho fatto io? Ho cominciato a scrivere alludendo velatamente alla politica. Incredibile. Se due più due fa sempre quattro questo mi porta a pensare che io di politica posso ( velatamente ) parlare solo quando ho le facoltà mentali ridotte. E questa è una bellissima notizia perché vuol dire che direi solo una marea di cavolate. E se così è, allora forza, emisfero destro, vedi di riprendere regolarmente la tua attività: lo sciopero è un diritto ed è sacrosanto. Ma se hai anche un po’ a cuore i miei lettori, datti da fare. Vorrai mica che li costringa a leggere improbabili teorie su armistizio, transizione, e responsabilità? 
Uhm..a volte bastano poche parole..

lunedì 22 novembre 2010

Question time

I

l weekend appena trascorso , seppur buio e piovoso, ha fatto luce sulle ombre ed i pensieri negativi che si sono rincorsi nella mia mente durante la scorsa settimana. Merito di una riflessione forzatamente indotta dalla solita assenza di svago ma alquanto produttiva perché lucida. Lavoro dunque sempre da solo, sono io l’interrogante, io che pongo quesiti e sempre io a rispondere, ad illuminarmi. Una sorta di “question time” il cui protagonista è il sottoscritto con domande e risposte a raffica. Dicono che so ascoltare ma preme ricordare che sono molto bravo ad ascoltarmi ed ho sinceramente più a cuore questa seconda capacità. Quando decido di rivolgermi qualche domanda chiedendo il perché di certi miei atteggiamenti e di quelli altrui, mi accorgo di non avere più molta fretta di rispondere. Mi prendo il tempo che serve e poi, provo a fare chiarezza. Quell’impulsività che qualche anno fa si traduceva nella tendenza a tirare conclusioni affrettate mi ha di fatto abbandonato. Il proverbio dice che “a pensar male si fa peccato ma il più delle volte ci si azzecca”; spesso i fatti mi hanno dato ragione nel fidarmi o nel non fidarmi di qualcuno “a pelle”. Poi mi sono detto: “Perché limitarmi ad una valutazione approssimativa che potrebbe rivelarsi anche svantaggiosa oltrechè pregiudizievole?” E così, ho smesso di pensar subito bene o male di qualcuno sperando che, data una possibilità, concessane un’altra, alla terza io potessi finalmente avere una prova dell’affidabilità di chi mi stava di fronte. Questo secondo metodo di valutazione non mi ha dato le garanzie che cercavo ma mi ha aiutato ad accettare le persone per come esse sono. E, questa stessa tempistica nel giudicare gli altri io la sto adottando nei miei confronti. Sbaglio a fare una cosa? Beh, mi concedo un’altra possibilità. Sbaglio ancora? Me ne concedo un’altra. Alla terza, deduco che sono umano, ovvero imperfetto e magari anche coglione. Me lo dico io, non ho bisogno che lo facciano gli altri. Mi ritengo dunque fortunato ad essere io, l’unico confidente di me stesso, perché non c’è peggior amico di quello che ti consiglia dicendo ciò che tu vorresti ti venisse detto. Giusto? Ed io, che sono il più ipercritico dei critici, posso autobastonarmi e mangiare la carota quando voglio. Un grazie però lo devo rivolgere a chi sa sempre ascoltarmi con pazienza in modo disinteressato e riesce ( e ce ne sono pochissimi ) a starmi dietro, nonostante il fondo del barile sembri scendere ogni volta. 

Solite domande, nuove risposte


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