sabato 4 dicembre 2010

Non ucciderlo!

U
n amico ieri, attraverso un articolo, ha manifestato l’intenzione di “uccidere” il proprio blog. Leggendo il contenuto del suo passo ho sospirato e mi sono meravigliato di quanto ritrovassi nelle sue parole, le mie. Precisamente quelle che avevo usato in un post di qualche giorno fa e di cui mi ero servito per manifestare tutto il mio ripensamento riguardo l’opportunità di continuare a scrivere. Lungi dal giudicare quelle che sono le motivazioni che hanno spinto Claudio a prendere questa decisione, vorrei provare a fare qualche riflessione al riguardo. A dirla tutta le ragioni non le conosco ma ho provato a dedurne qualcuna leggendo attentamente il testo del suo articolo e cercando poi di fare confronti con il mio vecchio post. Penso che quando si sceglie di impostare nella sua totalità o anche solo in parte un blog ad un livello intimistico, inevitabilmente si apre la nostra anima, la nostra interiorità al mondo. Poi magari nessuno vi pone attenzione ma, poniamo comunque le basi perché qualcuno lo faccia. Dunque il blog è territorio di tutti ma, mi preme dire, è in primo luogo, territorio di chi i propri pensieri su quel foglio, riversa. E come scrivevo nel mio vecchio articolo, questo diario finisce per essere il nostro specchio quotidiano, ci vediamo bene o male la nostra immagine riflessa e magari, finiamo per notarne il mutamento di fisionomia. Insomma, tutto ciò che di nostro, di intimamente nostro scriviamo prende la nostra forma come se fosse una fotografia. Capita che questa immagine noi la andiamo a rivedere più e più volte e scopriamo che ci piace sempre meno, fino a non piacerci più. Io, e parlo per me, ad un certo punto mi sono chiesto se la colpa fosse di questo strumento, dei miei pensieri, o se si trattasse semplicemente del mio timore a rivedermi, magari peggiorato, più melenso, e noioso. Chissà perché non mi dispiace andare a rivedere le mie vecchie foto e notare che sono cambiato, soprattutto, sono invecchiato. Ma rileggermi e ripassare i miei testi non mi regala piacere, anzi, spesso mi impaurisce. E quindi credo che non sia colpa del blog, e nemmeno dei miei pensieri. Guai se tradissi la mia anima, guai se solo ipotizzassi che ciò che scrivo non è reale. Semmai, sono io ad avere paura di me e della mia immagine che cambia. E allora, giusto dare ossigeno alle meningi, giusto prendersi una pausa, giusto anche tirarsi indietro se questo ci fa bene. Claudio, ho solo presuntuosamente ipotizzato le ragioni che ti hanno portato a questa decisione e già solo per essermi permesso questo, ti chiedo scusa. Il tuo articolo mi ha stimolato molto avendo magari anche solo lontanamente vissuto le tue stesse sensazioni; dunque, ho solo “tirato giù" quello che mi sentivo. Ti aspettiamo, ma se puoi, il tuo blog, non ucciderlo.


venerdì 3 dicembre 2010

Tempo sospeso

P
repotentemente è tornata in questi ultimi giorni la sensazione opprimente e talvolta sfiancante dell’attesa. Sto realmente sperimentando sulla mia pelle il lato oscuro di questa particolare emozione. Qualche tempo fa avevo promesso a me stesso che non mi sarei lasciato trascinare troppo in questa cosa, che avrei fatto si che il fato facesse da sè. Troppo facile e soprattutto ipocrita: ero realmente convinto di ciò che stavo affermando? Ne dubito. Non c’è cosa che sfugga al mio sistema nervoso, al mio sempre vessato emisfero destro per cui eccomi di nuovo qui, a vivere questa situazione dovendo a tutti i costi mettere per iscritto qualcosa al solo scopo di alleggerirmi del peso.L’attesa è qualcosa che rimane sospeso nel tempo e con il tempo non ha nulla a che vedere. Corre apparentemente parallela al tempo ma non ne segue il suo veloce correre. E’ là, di tanto in tanto prova a raggiungerlo, ma ciò accade quando lei, con il suo carico di speranza, troverà la sua naturale via d’uscita. Mi sto chiedendo quando questa attesa finirà, se finalmente riuscirà a riprendere il tempo che nel frattempo se ne frega, e corre spedito. Si può isolare l’attesa e vivere fregandosene? Si può, a volte si deve. Perché l’attesa è tempo che può anche andare a male, marcire, ed il tempo, quello vero, se ne frega. Detto questo, sto attendendo una possibile chiamata di lavoro le cui basi ho costruito un paio di mesi fa. Voci che si rincorrono, numeri che ti entrano nella testa e che creano caos. Tutto potrebbe accadere. Oggi mi sento poco propenso ad attendere e distruggo le mie teorie sul piacere di aspettare qualcosa che potrebbe arrivare da un momento all’altro. Questa cosa mi sta sfiancando. Tengo occupato il mio tempo vero ma ce n’è sempre troppo (purtroppo) per pensare. I numeri stanno diventando importanti, più di quanto mi sarei immaginato. Urlo a me stesso di smetterla, di far finta di nulla, di pensare che la notizia inaspettata è quella che regala più emozioni ( soprattutto se positiva, ovviamente). Smettila di aspettare Enzo, piantala di fare calcoli, ce la fai una volta per tutte a far finta che nulla è accaduto e nulla di insolito sta accadendo? Siamo alle solite, mi tocca mettere in standby l’emisfero destro. Per farlo non ho, come già dissi tempo fa un interruttore; devo semplicemente lasciare che quel poco di emisfero sinistro che non è stato bruciato dalle turbe mentali mi venga in soccorso e mi dia come sempre una mano a vedere tutto secondo logica. Freddezza, pragmatismo, ragione. Ci provo, ma non assicuro nulla.


giovedì 2 dicembre 2010

Elogio del sole

C
hi se ne importa se fuori piove, c’è nebbia, neve o se il cielo è grigio. Oggi io mi sento il sole. Mi auto riscaldo, mi auto illumino, mi auto irradio energia. Da dove mi viene questo attacco improvviso di egocentrismo ed onnipotenza? Non so rispondere. Mi alletta l’idea di essere io, il solo in grado di garantirmi autonomia e perenne esistenza. E come il sole, oggi mi godo in tutta tranquillità, standomene per una volta beatamente fermo, la terra che si gira e mi gira intorno. La guardo arrovellarsi, imbrigliarsi, autodistruggersi, vittima del suo stesso essere “umana”. Per una volta voglio provare come si vive non avendo tesi da sostenere, non dovendo ascoltare stupidaggini che non condivido, non essendo costretti al contatto umano e sociale. Io mi limito a guardare, vi illumino pure, vi riscaldo, ben consapevole del fatto che avete bisogno di me. Sono il Sole del resto. Mi trovo oggi in una posizione privilegiata: ho infatti, alla luce dell’ennesima cazzata umana, deciso di autocelebrarmi ancora e di salire ulteriormente la scala della mia autostima. Ho dunque deciso di essere il Sole. Quale altro possibile riferimento per definire qualcosa di incredibilmente potente, se non Lui. Non c’è nessuno qui, su questa maledetta terra che può ergersi a Sole eppure io di Soli ne sento molti parlare, altrettanti scegliere un silenzio connivente, altri ancora gridare. Perché dunque non lo posso fare anch’io? Lo faccio, sto provando a farlo. Mi sento ancora troppo terrestre di fronte a tanti (i soliti) Soli improvvisati. Tutto questo panegirico per riprendere quanto lasciato nell’articolo che precede questo. Mi sto riappropriando di me stesso e del mio caro diario. Ho bisogno del solito calore, di un calore che a volte posso essere solo io a regalarmi grazie a questi scritti. Comincio ad essere quasi orgoglioso di quello che sono dentro, del fatto che da circa sei mesi questo blog mi fa sentire bene. E perché? Perché sto imparando per una volta nella vita ad essere “Sole”, a dire, fare, pensare, scrivere in totale autonomia, senza timore del giudizio di alcuno. E’ un elogio del sole, dell’essere sempre sé stessi. E’ una spinta a non aver paura di dire ciò che si pensa. In fondo ci crediamo tutti Soli a questo mondo, no? Ma forse siamo solo….soli.


mercoledì 1 dicembre 2010

La centrifuga

C
i vuole pochissimo ad essere scontati, retorici, banali. E’ quello che mi accade ogni qualvolta esco dai canoni consueti e passo a considerazioni di tipo, diciamo, nazionalpopolare. Non che solitamente mi metta qui a disquisire di scissione dell’atomo o di nichilismo ma, se esco dalla mia interiorità e dai contenuti che mi suggeriscono il mio modesto cuore e la mia anima esasperata, non mi piaccio. Non mi piaccio come scrivo, non mi piace cosa racconto e soprattutto finisco (con una semplicità imbarazzante) con l’essere retorico e superficiale. E’ vero che ci sono momenti apparentemente “vuoti”, io amo definirli “di stallo”. Queste fasi non sono produttive; potrei cercare il foglio continuamente, potrei iniziare e cancellare un articolo mille volte senza ottenere nulla che mi aggradi. Se provassi a riempire questi vuoti del pensiero con testi suggeriti dalla vita quotidiana, da fatti evidenziati dai media, avrei risolto comunque il problema. Sempre che il fine sia, riempire a tutti i costi un foglio. Per fortuna però, dentro di me tutto si crea e tutto si distrugge, tutto si evolve con incredibile velocità come durante una centrifuga; cio’ fa si che, in linea generale, potrei dare un senso a questi fogli in modo persino smisurato. Ma il vortice delle sensazioni spesso e volentieri è più veloce del tempo; in altre parole non ti permette di tradurre nell’immediato ciò che provi. Ne puoi fare un sunto di qualche riga e di questo mi accontento. Il rovescio della medaglia: sarebbe così bello avere un’interiorità che, prendendosi gioco della realtà circostante e degli eventi contingenti, si permettesse variazioni sul tema. Invece, la nostra anima è incatenata al nostro vivere quotidiano e ne esprime spesso, il malessere. Articoli pesanti, in parte noiosi, ripetitivi. Ma se ci pensate non c’è nulla di più bello e coinvolgente di tradurre in parole quello che non si può e non si riesce più a dire a voce. La fretta, le difficoltà e le solite carenze della società odierna. Pensate, oggi avrei voluto parlare di dolci, di cioccolata in particolare e probabilmente ne sarebbe venuto fuori un articolo decente. Ma quando spinge da dentro qualcosa che non puoi frenare, al diavolo i dolci. Vorrà dire che ne parlerò in un altro momento, risultando ovviamente scontato. Cogliere i messaggi dell’anima, inchiodarli qui, mi riesce più naturale. Niente retorica, niente banalità. Mi sento sollevato. Alla prossima “centrifuga”.


martedì 30 novembre 2010

Dicembre è…

A
llora Novembre, cosa aspetti ad andartene? Dicembre scalpita con il suo carico di eventi per cui, si dia inizio alle danze! Ma cos’è Dicembre? Provo a stilare un rapido, personalissimo elenco:
1) Dicembre è il mese dei ponti e del Natale ( per chi è credente);
2) Dicembre è il mese della festa imposta per antonomasia, il Capodanno;
3) Dicembre è il mese delle pubblicità martellanti su panettoni, caffè, cioccolatini e giochi di ogni tipo ( a proposito, ma il bimbo che dice “Dai buttati che è morbido", farà l’Università ora?);
4) Dicembre è il mese degli albergatori felici per il pienone negli alberghi a Cortina, St.Moritz e Cervinia ( ma non c’era crisi? );
5) Dicembre è il mese degli schizofrenici al volante in corsa verso luminescenti lidi chiamati centri commerciali per accaparrarsi il primo regalo ( patente a punti anche sulla guida di carrelli e trolley da supermercato è la mia proposta);
6) Dicembre è il mese degli ipocriti che vanno a Messa alla Vigilia di Natale (e solo in questa occasione) per sfoggiare l’ultimo capo d’abbigliamento;
7) Dicembre è il mese della tredicesima ( per chi è così fortunato da avere un lavoro );
8) Dicembre è il mese di Santa Lucia e delle giornate che si allungano a passo di gallina;
9) Dicembre è il mese della melanconia delle festività per chi è solo;
10) Dicembre è il mese in cui ci si ricorda dei clochard e di quanto hanno bisogno ( per il resto dell’anno nessuno se ne cura );
11) Dicembre è il mese dei servizi giornalistici in fotocopia su: corsa ai regali, code ai caselli, cosa si mangerà alla vigilia di Natale e Capodanno;
12) Dicembre è il mese degli auguri di Buon Natale e Buon Anno fatti a tutti anche così, tanto per dire qualcosa ( che poi, appena li lasci, peste e corna..);
13) Dicembre è il mese della neve alla Vigilia di Natale che dici: “Che romantico!” ma che, chi lavora dice: “ Ma vaffanbip”;
14) Dicembre è l’ultimo mese dell’anno, dei bilanci, e dei buoni propositi che mai verranno realizzati.
Ho elencato dieci punti ma penso di averne volontariamente tralasciati o semplicemente dimenticati molti altri. A Voi l’onere e l’onore di aggiungerne a Vostro piacimento.

lunedì 29 novembre 2010

Curve e dossi

C
iao S. Ringrazia pure un weekend sonnacchioso e la mia propensione al ricordo facile se sono qui a parlare di te nonostante non lo meriti. Non ti degno del tuo nome per esteso ma non per vigliaccheria. Perché tu, come A, M, e tante altre iniziali ti sei dissolta nel nulla. Le date hanno sempre importanza, e questo blog ormai parla, racconta di emozioni quotidiane ( o quasi ) e dei giorni in cui le ho provate. Questo blog mi aiuta a ricordare, ad imprimere più facilmente nella memoria le date, regalandomi prove inconfutabili di ciò che ho detto e provato. A distanza di qualche mese da quell’articolo in cui tessevo le tue lodi, innalzavo odi all’amicizia e spronavo me stesso a credere che forse, c’è sempre qualcuno che si differenzia io, ritratto la mia dichiarazione e riapro il dibattimento. Non sono un giudice, non ho un pulpito da cui inveire additandoti, non ho neppure voglia di gettare fiato per argomentare. Faccio finta di essere un uomo civile che parla ad una persona civile. Nella realtà sarebbe così semplice farlo ed invece spesso si alzano muri di silenzio che ti obbligano ad agire così, attraverso allusioni, messaggi subliminali, finta diplomazia. Ti dedico questo articolo perché solo qualche mese fa, predicavi molto bene, ed io avevo paura di razzolare male. Ora mi ergo a predicatore perché a razzolare male sei stata tu. Sempre a riempirti la bocca di belle parole, sempre a cercare comprensione, a dare consigli. Per poi cosa? Per poi rendere, in un battito di ciglia, tutto ciò che è stato detto e fatto, del tutto inutile. Ma perché a volte il destino ti fa fare certi giri? Ci sono scorciatoie così comode per arrivare alla stessa identica destinazione. Se in fondo alla strada che si imbocca c’è già scritto “Delusione”, perché dover passare attraverso le tortuose vie dell’illusione, delle belle frasi e di tutto ciò che dà adito ad una speranza? Probabilmente avessi a disposizione un navigatore speciale e dovessi muovermi a mio piacimento gli indicherei di scegliere il percorso più breve tagliando rigorosamente dossi, curve a gomito ed incroci pericolosi. Non so dove tu sia finita. Non so perché hai scelto di dissolverti. Se mi avessi conosciuto come dovevi, avresti capito che ti avrei fatto il mio solito regalo, ti avrei per l’ennesima volta detto: “Ti capisco”. Ed invece, sono rimasto qui, questa volta complice di un silenzio che non ho intenzione di rompere. Il fatto è che a volte, certe immagini tornano,le voci risuonano come in un unico trailer di un film già visto. Appunto, già visto. Non mi scomoderò a vederne altri.
Percorsi molto tortuosi in vista

domenica 28 novembre 2010

A me, non fanno ridere.

I
n una divertente scena del film “Il bisbetico domato” con Adriano Celentano, il protagonista (un burbero uomo di campagna) piange a dirotto guardando le comiche. Quest’immagine assai caricaturizzata per esigenze di copione, ben mi si addice. E’ in effetti la stessa identica reazione che probabilmente avrei guardando uno dei cosiddetti “cinepanettoni”. Non fosse per la martellante pubblicità e per le comparsate dei protagonisti nelle varie trasmissioni televisive, di questi films probabilmente non mi accorgerei neppure. E li chiamano “comici”. Ma quando si parla di comicità in relazione a questo genere di produzione a cosa si fa riferimento? Agli attori e alle attrici quasi sempre improvvisati? Alle battute di pessimo gusto contornate da inevitabili parolacce? A pur validi interpreti che abbassano di gran lunga il proprio livello di autostima? A quale tipo di utenza sono rivolte queste pellicole? Ed è a questo punto che scatta, inevitabile, la malinconia , la nostalgia per quella che considero la comicità più esilarante. “De gustibus non dispuntandum est” per cui la mia sarà inevitabilmente una valutazione soggettiva. Premetto che l’avvento del “file sharing” ha dato il colpo di grazia alla mia già flebile voglia di recarmi al cinema; penso si contino sulle dita delle due mani le occasioni  in cui nell’ultimo ventennio ho visto un film “dal vivo”. Ora invece scelgo di vedere ciò che voglio, e quando voglio. E potendolo fare, opto per un cartoon movie, per un thriller psicologico o se voglio realmente divertirmi, per un classico in bianco e nero. In particolare sono un appassionato delle commedie all’italiana degli anni '50. Sarà che manco di senso dell’humour ma non trovo nella comicità moderna, grande novità di contenuti. Guardate C.D.S.: figlio di cotanto padre ed ora “impegnato” indefessamente in pubblicità e “cinepanettoni” ove riporta, ripete, ricicla le sue stesse battute, persino le stesse movenze. Non rido, non riesco a ridere di gusto. Sono anch’io un bisbetico da domare? Forse. Penso tuttavia di sfondare una porta aperta nel dire che oggi mancano quelle che io definisco “le fabbriche” di comici. Esistono un paio di prodotti in tal senso grazie ai quali molti talenti hanno avuto modo di mettersi in luce. Ma credo che si tratti di una comicità di nicchia. E spesso questi talenti vengono “infilati” all’interno di produzioni di scarso valore. Se non rido ci sarà una ragione; per chi si accontenta, buon “cinepanettone”.

Una scena dal film “Il bisbetico domato” (1980)

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