lunedì 15 novembre 2010

E’ tutto un bluff

A

Parigi avevo acquistato uno di quei soliti souvenirs di cui si conosce bene l’inutilità. Per la precisione avevo comprato a Montmartre una minuscola Torre Eiffel da utilizzare come portachiavi. Ieri ho visto quella torre spezzarsi in due tronconi giacchè la forza che ho impresso nel lancio dell’oggetto l’ha quasi disintegrata. Ieri ho fatto “Bum!”. Ieri sono esploso in una rabbia della durata di non più di cinque minuti e in quel mentre ho desiderato con tutto me stesso di essere altrove. Volevo trovarmi all’interno di uno di quei grandi capannoni abbandonati sperduti nelle campagne ove nessuno ti può sentire, ove lanciare in aria un urlo soffocante potrebbe al massimo rompere qualche vetro già ormai venato. Ho finalmente tolto il detonatore e, in men che non si dica, tutto quello che in questi mesi ho accumulato in termini di frustrazione, rabbia sopita e “modus agendi” finalizzato al quieto vivere, è venuto fuori. Intorno a me però non c’erano mura desolatamente riempite da graffiti, vetri venati, qualche siringa ed erbacce. Intorno a me avevo persone, cuori, anime, occhi. Avrei voluto uscire, fare “bum!” in totale solitudine poi, magari, tornare a casa facendo credere di essere andato a fare una piacevole passeggiata. Possibile che la mia tanto decantata serenità interiore su cui sto lavorando ancora, si stia rivelando un vero e proprio bluff. E’ un bluff perché fino a che l’animo sereno è tale non a causa di qualcosa che così lo rende bensì a titolo di necessità ( quieto vivere n.d.r. ), allora tutto è finto. E’ tutto un bluff. Sto bluffando con me stesso, continuo ad autoconvincermi di tante, troppe cose che in realtà non sono vere. Di vero c’è solo il lavoro su me stesso, quello si. Ci sto dedicando anima e anima, ma, ho paura di avere ancora da raschiare in fondo al barile. Continuano ad assalirmi paure ingiustificate, timori, ansie di ogni tipo, gli stessi fantasmi che sono tornati a trovarmi a distanza di circa tre mesi. Tutto è ciclico. Va via per poi tornare ed io improvvisamente perdo la corazza che mi sono costruito a fatica, abbasso le difese e lascio che tutto mi travolga. E’ curioso, ma del tutto istintivo, ciò che accade in questi frangenti. Improvvisamente la mia mente comincia a visualizzare delle immagini, dei volti: sono quelli di quelle persone che, vorrei affrontare in quel momento per dire loro che, una parte dei miei malesseri ( seppur piccola) è anche causa loro. Non meritano attenzione, lo so, ma è come si trattasse di un riflesso incondizionato, mi si ripresentano come quando mangi qualcosa che non digerisci. A loro rivolgo il mio più cordiale vaffanculo. Ora che ho fatto “Bum!” torno a bluffare, torno a far credere a me stesso (agli altri poco importa) di avere imparato la lezione, di aver capito tutto. Fino alla prossima volta.

poker-bluff

domenica 14 novembre 2010

Il cinghiale della pubblicità

L
e uggiose serate Novembrine invogliano a godere del calore domestico. E’ Sabato però, quello del turno buono: chi farei anche a meno di vedere, può permettersi di uscire e allora, vada per la cena. Da tempo volevo rannicchiarmi all’interno di una di quelle trattorie tipiche, dal sapore familiare fatto di semplicità tanto negli arredi, quanto nelle cibarie. Se non è pizzeria, che sia trattoria: qui io mi trovo perfettamente a mio agio. Come sempre accade ogni volta che esco e mi reco in un locale, mi guardo intorno e osservo, faccio considerazioni e riflessioni di brevissima durata. Devo comunque riempire i silenzi dei miei compagni di tavola. Ci si siede, e già l’ immenso piacere che si prova,a pancia vuota, nell’appoggiare il tovagliolo sulle gambe è frustrato dal forte sbadiglio di uno dei commensali; so già come si evolverà la serata. Di fronte al sottoscritto, una piccola lavagnetta appesa alla parete annuncia che avremo un’ottima scelta tra primi e secondi ed io opto per qualcosa di non facilmente digeribile: tortellini gratinati e lonza con polenta. Il tutto annaffiato da un ottimo Barbera della casa. Fino al dolce la cena scorre via rapidamente, un po’ per l’eccessiva celerità del servizio, un po’ perché, non avendo un bel nulla da dire, mangio e bevo senza soluzione di continuità. La domanda nasce spontanea: “ Rimanere a casa, no?” Colpa dell’istinto di sopravvivenza che muove nei momenti in cui, fisiologicamente senti il bisogno di entrare in contatto con il mondo, autoconvincendoti di avere una vita sociale e di saper coltivare relazioni umane. Ed ogni volta sai e ti rendi conto che non è così. Chiederti il perché di tutto e risalire alla fonte del problema sono attività che non riescono più a penetrare nelle maglie di una lucidità acquisita a fatica. Abbandonata ogni velleità di sopravvivere alla notte, provo a gettarmi sul letto; ricevo la visita del simpatico cinghiale della pubblicità il quale mi ricorda di aver esagerato con il vino e con la lonza. Probabilmente farò fatica a prendere sonno e avrò una intensa attività onirica…….omissis…… Niente di tutto ciò, la notte è trascorsa serena e, nessun incontro onirico con il cinghiale della pubblicità. Sono ormai secoli che recrimino sull’ennesima occasione persa, e la rassegnazione o meglio, l’accettazione consapevole della realtà finiscono per farmi star bene. Si riparte. Non è una cena a cambiare la vita.





sabato 13 novembre 2010

Messaggi a caso

Q

ualcuno chiami la neurodeliri. Da qualche tempo ho cominciato a fare ragionamenti a voce alta, anche se per ora solo all’interno delle mura domestiche. Non prendo medicinali, non sono in cura antidepressiva, ho un’alimentazione corretta, non bevo superalcolici e non fumo. I miei neuroni mi stanno probabilmente voltando le spalle, stanchi, oppressi dal loro continuo lavorare senza un fine apparente. Ed allora per dispetto, mandano messaggi a caso. Ho provato, in qualche momento di lucidità a chiedermi il motivo del pormi domande a voce: probabilmente, riesco a tenere in pugno l’ordine delle problematiche dando risposte della cui validità finisco per autoconvincermi. Cosa mi sta preoccupando? Al momento attuale appaio come una pentola borbottante cui è stato messo un bel coperchio sopra: provate a togliere quel coperchio dopo molto, troppo tempo e capirete cosa potrebbe accadere. Rimango dunque fermo, costretto a vivere giorni di attesa, di speranza e (sebbene io non voglia cedere alla tentazione), di programmi per il futuro; che, il futuro in questione , potrebbe essere anche più vicino di quanto io non immagini. E di fronte ad un possibile cambiamento di vita, cominciano a salire i dubbi, le paure, persino le angosce. Oh, benedetta ragione, se solo a volte tu fossi così avvolgente da sopire sentimenti ed emozioni..Ed invece, lasci sempre una porta aperta e fai entrare ospiti indesiderati che è dura poi cacciar via. Così, ti rivolgi a me e sussurri che nulla potrebbe cambiare e che anzi, tutto o quasi potrebbe migliorare; che sarei un pazzo a pensare a possibili svantaggi. I sentimenti poi partono in quarta, ignari dei limiti di velocità che la ragione sa invece rispettare alla grande; i sentimenti spesso sono guidatori sprovveduti capaci però di regalarti emozioni impossibili, nel bene e nel male. Mi turba dunque pensare ad uno sconvolgimento emotivo che forse non sono pronto a sopportare, mi sfianca l’idea che in un certo modo quella struttura portante su cui con fatica ho costruito la mia personalità più recente potrebbe anche solo scricchiolare. Esistono, in ogni caso messaggi che solo la sfera razionale sa inviare con estrema puntualità e sono quelli che, puntano alla nostra sopravvivenza, ad illuminarci su ciò che è meglio per noi. E allora, davanti a questo bivio, scelgo la ragione senza dimenticare che viviamo anche per amare e provare emozioni. Se sarò bravo a gestire tutto, sarò quasi felice. Sto facendo i conti senza l’oste, lo so. E’ arrivata la neurodeliri, vado.

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venerdì 12 novembre 2010

Genova, per tornare a respirare.

M
ettiamola così: il mare, diciotto gradi a metà Novembre e la focaccia al formaggio; ho appena elencato tre ( le più semplici ma non certo le uniche) ragioni per visitare Genova. Ed io, oggi mi sono accontentato di questo “poco”. Visitare un luogo, per il sottoscritto, prevede un rigoroso rituale: mappa della città tra le mani, predisposizione degli itinerari, individuazione dei luoghi di maggior interesse e, ovviamente, calcolo approssimativo del tempo utile per le attrattive cui dedicare maggior attenzione. Dimenticavo, macchina fotografica a spalla…Tutto ciò oggi non aveva però alcun senso; lo scopo della gita infatti era sostanzialmente quello di soddisfare la voglia di shopping della mia sorellina. Per un uomo ciò costituisce a tutti gli effetti “reato di autolesionismo aggravato dal rapporto di parentela”. Ne è scaturito un corposo camminamento che, muovendo dalla stazione Principe , passando per il porto antico e la Piazza de Ferrari ha visto la sua conclusione presso la stazione Brignole, e ritorno. Nel mentre, qualche scatto fotografico e un susseguirsi costante di “entra ed esci” con punte massime di sosta presso Rinascente e Mondadori (quest’ultima, apprezzatissima). Arrivare a Genova, per uno che vive al di qua del Turchino tra nebbia ed umidità costanti, è come sputare fuori tutto il fiato che si è conservato nei polmoni dopo mesi di apnea. Forse oggi, poco importava dare un’impronta culturale alla visita, è bastato tornare a respirare. Tra una vetrina e l’altra ho così rivisto con nostalgia i luoghi degli anni Universitari ripercorrendo di fatto lo stesso tragitto che ero solito fare al termine delle lezioni. E allora ecco Via Balbi, Piazza della Nunziata con la discesa che giunge a Via del Campo. Un crogiolo di vicoli ci conduce al Porto Antico e a questo punto il sole , fa capolino regalandoci una sensazione unica di tepore alla quale diamo vigore rivolgendovi i nostri pallidi volti. Il tempo di una sosta e poi via, si sale verso San Lorenzo e poi Piazza De Ferrari. Il vento la fa da padrone, un po’ di spruzzi dalla grande fontana prima di scendere verso Via XX Settembre. Accuso il colpo, la fila di negozi è lunga ma reggo alla grande conscio del fatto che, da lì a poco sarebbe arrivata la tanto agognata ricompensa. Imbocchiamo Via San Vincenzo e, non senza aver evitato un ultimo “entra ed esci” , punto dritto verso la più bella vetrina vista oggi: entro ed esco con un rettangolo di focaccia al formaggio, sublime delizia dei sensi. Allego al mio articolo qualche immagine a testimonianza del mio passaggio. Bello, tornare a respirare.
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giovedì 11 novembre 2010

La solita minestra

D
ando una rapido sguardo alle etichette relative ai miei articoli, balza all’occhio quella contrassegnata come “Amicizia”. Ho pubblicato poco più di un centinaio di post su questo blog e, sapevo che molti dei miei scritti avrebbero avuto proprio l’amicizia come tema dominante. Scrivo quasi sempre di getto, è raro che mi prepari un argomento, a meno che non mi capiti di trarne spunto da qualcosa che mi colpisce. A leggere il blog nel suo complesso comunque si riesce a tracciare una ben definita predisposizione del sottoscritto alle turbe, alle analisi di ogni singolo comportamento proprio ed altrui. E sull’amicizia, volendo, avrei da dissertare ancora a lungo. Questa volta parto dalla valutazione complessiva che ho effettuato relativamente ad amicizie sorte di recente, per via epistolare. Ho individuato due teorie piuttosto nette e differenti: la prima, sostiene che a lungo termine questo tipo di amicizie ( anche in vecchio stile cartaceo) perdono consistenza e di entusiasmo se viene a mancare il momento dell’incontro. La seconda, invece ( ed è la mia ) parte dal presupposto che, a prescindere dalla distanza tutto può durare, basta volerlo. Questa estate, anche un po’ per “testare” l’affidabilità della prima tesi, ho deciso di incontrare una persona con cui avevo instaurato un ottimo rapporto di “lettera”. L’ho fatto con piacere e aiutato in parte dalle circostanze. Ma l’ho fatto. Dopo circa un paio di mesi, e nonostante tutto fosse filato liscio, come si dice, questa persona ha fatto una scelta: sparire concedendomi solo due righe di commiato.L’ho presa male ma, il tutto è durato non più di un battito di ciglia. Sarà, ma a quelli che continuano a cercare amicizie sul web e che ritengono sia fondamentale poi un incontro per suggellare e dare un senso a tutto dico che non è sempre così. A volte si, a volte no. Mi fa solo ancora un po’ arrabbiare il fatto che un incontro dal vivo non abbia evitato di pormi davanti all’ennesimo silenzio, all’ennesima sparizione senza un minimo di dialogo chiarificatore. So che pretendo troppo e che si dovrebbe rispettare ogni scelta, ma allora, meglio tenere un profilo basso, meglio non ergersi a santoni predicatori, meglio agire e non teorizzare. Ed è anche per questo che, nonostante questo articolo dimostri il contrario, sto pian piano abbandonando le mie elucubrazioni sull’amicizia. E soprattutto ho smesso di pormi domande. Un certo disincanto, sintomatico del fatto di aver conosciuto tutto lo scibile in tema di razza umana. La solita minestra, o devo aspettarmi altro? Basta, spero di non parlarne più.

mercoledì 10 novembre 2010

Supplizi

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F

accio la barba due volte alla settimana ed è, ogni volta, un supplizio. Mi tocca, a meno che io non accetti il fatto di apparire più vecchio di circa una decina d’anni. E a complicare le cose, a causa della mia maniacale pignoleria, utilizzo schiuma e lametta. Le spigolature del viso non permetterebbero un risultato ottimale usando un rasoio elettrico, dunque, supplizio maggiore. Raramente salto il “turno” e quando accade è sintomatico di una generale situazione di scavolamento. Non vado più nemmeno dal barbiere; la decisione è giunta nel momento in cui ho avvertito un sostanziale imbarazzo nel pagare un finto shampoo ed una sveltina con la macchinetta tagliacapelli la somma di euro 17. E così, il supplizio è duplice, anche se la rasatura della capoccia ha cadenza settimanale. Quando ho cominciato a perdere i capelli, intorno ai ventitrè-ventiquattro anni, è iniziato un percorso psicologico di accettazione assai tortuoso e difficile. A parte i soliti stronzi che non perdevano occasione di fartelo notare, si era ormai introdotto in me l’amletico dubbio: “Ma un pelato, può piacere? “. Sorvolo sui supplizi più prettamente topici, finalizzati ad allentare l’agonia dei bulbi piliferi senza alcun risultato. A diventar vecchi talvolta si guadagna e con l’età sono stato introdotto gradatamente al mondo dell’autoironia e della consapevole accettazione. Addirittura, se anche solo volessi utilizzare quelle poche centinaia di capelli che mi stanno dietro ai fini un autotrapianto, non riuscirei a guardarmi allo specchio. Bene, dunque. Ho ottenuto il risultato voluto: non è questione di capello od altro, non è sicuramente questo a ghettizzarti. Ben più limitante è il modello esasperato di bellezza e perfezione che oggi impera e che porta anche una considerevole quantità di uomini, a frequentare centri estetici e a fare sedute di ogni tipo. Tutti (uomini e donne) dicono che lo fanno per piacere a se stessi e ci può stare. Ma quanti poi, in realtà lo fanno per stare a galla in un sistema che vuole l’apparenza al centro di tutto. Ognuno è libero di far ciò che vuole. Io penso che la linea di confine tra, volersi bene e insicurezza sia molto sottile. E questo è un male per molte giovani generazioni che ( mi è capitato di sentire ) pensano di non essere all’altezza per questo o quel problema. Amarsi e piacersi, è a mio parere essenziale ma questo non deve passare attraverso l’esteriorità quanto mediante il modo di comunicare e di essere presenti. A tutte quelle persone che, esagerano ( perché, tutto, a piccole dosi, è accettabile ) dedico questa frase che Anna Magnani un giorno rivolse al suo truccatore parlando delle sue rughe: “Lasciamele tutte, ci ho messo una vita per farmele”. Vabbè, ad ognuno il proprio supplizio.

martedì 9 novembre 2010

Trasgressione? Roba d’altri tempi.

Mirrorball
I

eri ho fatto una follia e, se si esclude un momentaneo senso di colpa, posso dire di essere soddisfatto, pienamente soddisfatto. Svelerò in seguito di cosa si tratta ma ci voleva uno strappo alla regola, avevo proprio bisogno di un “picco di vita” a fronte della solita situazione da elettroencefalogramma piatto. Siamo tutti un po’ folli, chi nella vita non ha mai fatto qualcosa di strano, quantomeno di impensabile alla luce del proprio modo di essere e di agire. Per quanto mi riguarda occorre risalire alla notte dei tempi per ricordare episodi trasgressivi, fuori dall’ordinario. Sono un sostenitore dell’idea per cui esiste un’età per ogni cosa dunque, più si procede con l’età meno si è portati ad andare oltre il proprio standard comportamentale. Nel mio caso però, quando a fare da sfondo alla propria esistenza c’è il deserto quasi totale, trasgredire può voler dire fare qualcosa che ai più risulta del tutto normale. Una delle cose che più desidero fare da tempo è sicuramente andare a ballare. Quando ne ero un assiduo frequentatore, un po’ per carattere e per timidezza, la discoteca rappresentava, non il classico luogo per “cuccare”, “rimorchiare” e via dicendo. Era, soprattutto, il luogo per eccellenza ove scatenarsi. Avevo, ricordo bene, molti amici che appena entrati si recavano al bar e poi svolgevano il loro compito: reggere con forza i pilastri portanti nella speranza che qualche coraggiosa si avvicinasse loro. Poveri illusi. E, quando il disc-jockey lanciava il famoso riempipista, io non potevo mancare. Il tempo passa, e me ne accorgo dal fatto che le mie ultime comparsate in discoteca mi vedono protagonista nelle sale revival. Quella di oggi non è musica; la nostra, quella dei ragazzi degli anni 80 si, eccome se lo era. Faccio due calcoli: saranno almeno cinque anni che non mi prendo il gusto di entrare in qualche locale con sale multiple, prendere la strada per la pista poi, un bel Cuba Libre e via, si riparte. Questa per me è trasgressione! Da ridere, roba da ridere. Ieri ho fatto un acquisto, è stata questa la mia follia. Niente di prettamente coinvolgente, ma, come mi è capitato già di dire in qualche articolo precedente, qualcosa di materiale. Quanto mi manca vivere certe situazioni; poi penso a quando, nel pieno dei miei “25” andavo a ballare il Venerdì che, ai tempi era la serata “adulti”. E ricordo i commenti: “Mamma mia, quanti vecchi stasera!” Chissà se mi sarà data l’opportunità di concedermi qualche bella trasgressione, rendendomi sì ridicolo, ma vivo. Aspetto solo che qualcuno apra la porta di questa gabbietta stretta in cui continuo a girare su me stesso sbattendo inutilmente le ali.

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